Morte agente Sissy, la consulenza dice che non ci sono Dna sulla pistola

ultimo aggiornamento: 01/04/2019 ore 14:13

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Morte agente Sissy, la consulenza dice che non ci sono Dna sulla pistola

La morte dell’agente Sissy, cioè il decesso di Maria Teresa Trovato Mazza, agente di Polizia penitenziaria, che si sarebbe sparata con la sua pistola di ordinanza in un ascensore dell’Ospedale Civile di Venezia, riserva grandi aspettative ad ogni tappa dell’indagine che però possono anche arenarsi sull’assenza di veri e propri colpi di scena.

Il “giallo” sulla morte dell’agente Sissy oggi, per esempio, alla luce della consulenza sulla pistola, non porta alcuna sorpresa: non ci sono altri Dna oltre a quelli della giovane.

Le componenti dell’intrigo ci sono tutte: un’agente penitenziaria morta per un colpo di pistola alla testa, la famiglia che non crede a suicidio, un padre che non si arrende all’ipotesi del gesto volontario e lotta finchè l’indagine viene riaperta, indagine che però nell’ultima consulenza non svela sorprese che smontino la convinzione della Procura.

Questa la vicenda che ruota attorno alla strana morte di Sissy Trovato Mazza, l’agente penitenziaria del carcere della Giudecca a Venezia deceduta dopo un’agonia di due anni il 12 gennaio scorso.

La donna, mentre era in servizio esterno nell’ospedale di Venezia, dove aveva fatto visita ad una detenuta, fu trovata in fin di vita in un ascensore, l’1 novembre 2016.

Sulla testa la ferita di un colpo di pistola, quella di ordinanza, che aveva accanto.

Ora la perizia dei consulenti di parte ha accertato che su quell’arma c’era solo il Dna di Sissy, di nessun altro. Inoltre, anche una verifica sul suo computer non ha trovato interventi di formattazione o anomalie di rilievo.

Un caso che sembrerebbe quindi avviarsi all’archiviazione, quella che il Gip di Venezia aveva respinto il 30 ottobre 2018, sollecitando un supplemento di indagine, tuttora in corso, per valutare l’ipotesi di istigazione al suicidio.

La famiglia di Sissy Trovato Mazza, di origini calabresi, non ha infatti mai creduto che la giovane si fosse tolta la vita. Anche sulla base di un scritto trovato in cassetto dopo la sua morte in cui la donna chiedeva un appuntamento alla direttrice della Giudecca, perché a conoscenza di “fatti gravi” su alcune sue colleghe.

Si mormorò anche di ipotesi di festini in carcere a base di droga. Ma a fine gennaio 2019, l’ex direttrice della Giudecca, Gabriella Straffi, spiegò che queste ‘confidenze’ riguardavano un rapporto scorretto di un’agente verso una detenuta, e nessuna vicenda legata al traffico o all’uso di stupefacenti in carcere.

“Mi parlò – disse Straffi – di dichiarazioni confidenziali raccolte da alcune detenute e che riguardavano esclusivamente un comportamento scorretto di un’agente nei confronti di una detenuta. Mai, in nessuna circostanza, né in quel frangente e neppure in passato, l’agente Trovato Mazza mi riferì di scambi di stupefacenti”.

Adesso la perizia spiega in maniera definitiva che sull’arma non sono state trovate tracce biologiche di altre persone.

Le due sole tracce ematiche nel lato posteriore destro della pistola d’ordinanza appartengono all’agente Trovato.

Tuttavia, per i consulenti, il “posizionamento e l’unicità” delle tracce di sangue potrebbero derivare anche da un imbrattamento nelle fasi successive all’evento.

Per questo, affermano i legali della famiglia, saranno necessari comunque ulteriori approfondimenti per stabilire l’effettiva dinamica del fatto.

[notizia pubblicata il 31/03/2019 h. 19.45; numero di archivio 72273-2; ultimo aggiornamento 31/03/2019 h. 19.45]

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