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sabato 25 Settembre 2021

Migranti: la verità narrata da chi la vive e la osserva da vicino. Di Andreina Corso

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Testimonianze di migranti in Libia su violenze a dir poco cruente. Di persone picchiate con spranghe di ferro, o di plastica squagliata addosso. Spesso con l’intento di spronare il migrante di turno a chiedere i soldi alla propria famiglia o a chicchessia per facilitarne il rilascio.

Quando a parlare, non sono i politici, non sono quelli che si tirano per la giacca per aver ragione, per aver la meglio su problemi delicati come i naufragi dei migranti; quando a far chiarezza, è qualcuno che sceglie di salvare le vite che sfidano il mare, accostando la propria vita a quella dei suoi simili, senza riserve, perché così vuole che sia. Quando questo qualcuno diventa testimonianza.
Questo qualcuno si chiama Flavio Di Giacomo ed è Il portavoce dell’Oim per il Mediterraneo (Organizzazione Internazionali per le migrazioni), che dalle pagine de ‘Il Manifesto’ dichiara: “Non c’è nessuna emergenza sbarchi, bisogna salvare più vite”.
“Dall’inizio dell’anno sono arrivate via mare oltre 10.000 persone, ma è un numero comunque contenuto rispetto alla popolazione italiana”, spiega Di Giacomo “e la vera emergenza è umanitaria se si considera quante vite muoiono annegate e quante sono riportate in Libia a nutrire il popolo che vive nei centri di detenzione”.
Centri fotografati da Alessio Romenzi che ha documentato le condizioni di vita cui sono obbligati a subire gli internati.
Le fotografie hanno testimoniato uno scenario devastante.

“Incredibilmente alcuni politici hanno provato a chiamare questi luoghi “centri di accoglienza”, ma tutto si respira lì dentro meno che l’accoglienza. E noi ne siamo complici. Il fatto che la mano non sia la nostra non significa che non abbiamo la responsabilità di cosa succede ai migranti in Libia. Il memorandum con la Libia semplicemente deve essere cancellato. E vanno fatti passi in direzione del rispetto dei diritti degli essere umani”, ha dichiarato in un’intervista a Save the Children e fornendo la visione di una dimensione demoniaca nei confronti della quale il mondo non esprime la necessaria indignazione. E quel che vede l’ha reso immortale con l’obiettivo.
Il fotografo professionista per alcuni anni ha fatto base a Gerusalemme, poi Beirut. Quindi ha avuto modo di seguire tutte le crisi che negli ultimi anni hanno attraversato Paesi come Palestina, Israele, Libia, Siria, Iraq. Si è concentro molto su queste tematiche e su queste zone guidato dalla grande volontà di conoscere meglio i fenomeni e poterli raccontare. 
E la narrazione ci consegna luoghi sovrappopolati, si parla di centinaia di persone che si trovano in strutture che potrebbero raccoglierne soltanto qualche decina. C’è un limitato accesso ai servizi igienici, all’acqua, all’igiene personale. Non sono consentite le visite di eventuali parenti. In questi luoghi i migranti sono segregati in attesa di un destino non chiaro, molto spesso con l’aspettativa che trovino i soldi per pagare una non legalizzata cauzione. 

“Ci sono stati episodi particolari che mi hanno colpito. Quando ero in uno dei centri di detenzione per migranti in Libia, c’erano molti migranti che evidentemente erano affetti da uno stato avanzato di scabbia ma non era permesso loro di accedere alle cure mediche, il personale medico semplicemente non aveva accesso alla struttura. Non c’era alcun intento di arginare il fenomeno, nonostante questa malattia sia particolarmente contagiosa”.

“Un’altra volta, in un altro centro di detenzione per migranti, c’era un uomo eritreo steso a terra che ci è stato indicato da altre persone che ero rinchiuse lì. Lui era in condizioni disperate e, anche lì, non era stato consentito l’accesso ai medici. Quindi abbiamo fatto noi in modo che andasse un dottore a visitarlo. Il primo medico ha diagnosticato solo febbre alta. Non ci siamo fidati e abbiamo chiamato un altro medico che, dopo analisi approfondite, ha invece diagnosticato la tubercolosi. Quest’ultimo è stato un caso estremamente fortunato, perché poi ho saputo che questo malato è stato curato ed è guarito. Ma questo solo perché io era di passaggio lì e ho chiesto che venisse visitato, ma chissà quanti ce ne sono che non hanno avuto questa fortuna e sono morti. Di queste persone nessuno saprà mai niente”.

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Ha ascoltato testimonianze di migranti in Libia su violenze a dir poco cruente. Di persone picchiate con spranghe di ferro, o di plastica squagliata addosso. Spesso con l’intento di spronare il migrante di turno a chiedere i soldi alla propria famiglia o a chicchessia per facilitarne il rilascio.
“L’Italia dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza perché finanziare la Libia affinché potenzi la “fantomatica” Guardia Costiera Libica per riportare i migranti in Libia significa essere complici a tutti gli effetti. Quando la Guardia Costiera Libica riprende i migranti in mare si parla di “salvataggi”, “recuperi” ma c’è un problema di carattere lessicale: quelli sono arresti. Una volta prese le persone, vengono portati in questi centri che di fatto sono prigioni”.

Per questo motivo l’Oim, per voce di Flavio di Giacomo insiste sulla necessità di costruire un sistema di pattugliamento in mare che possa prevenire quanto succede ed è già successo.
Fino a qualche anno fa c’era l’Operazione Triton e i soccorsi di Guardia costiera, Guardia di finanza, Marina militare e tante Ong.
Nel 2020 le autorità italiane hanno disposto otto fermi amministrativi di navi Ong, eppure quelle navi davano soccorso e salvavano vite umane.
Nelle condizioni attuali succede che agli Sos nessuno risponda o che quando succede, come è successo, sia troppo tardi e che i naufraghi siano spariti in fondo al mare.
“L’Oim insiste sulla nascita di un pattugliamento efficiente, sbarchi sicuri, chiarezza sui ricollocamenti interni, E prima di tutto chiede di rafforzare la presenza di navi europee per ridurre il numero di chi viene riportato nell’inferno libico. Come Oim e Unher siamo in Libia e cerchiamo di alleviare le sofferenze, ma non abbiamo nessuna possibilità di garantire i diritti umani”.

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“Violenze sessuali orribili e di routine. Violenze cui sono sottoposti praticamente tutti i migranti in transito per la Libia: uomini, donne, bambini e bambine. Violenze che spesso vengono filmate e girate via Skype ai parenti delle vittime per spingerli a pagare ingenti somme di denaro come riscatto”.
Lo afferma un report presentato dalla Commissione Onu per le Donne rifugiate che ha intervistato centinaia di sopravvissute all’inferno libico.

“La violenza sessuale crudele e brutale, oltre alla tortura, è consumata come una prassi consolidata tanto nelle carceri clandestine quanto nei centri di detenzione ufficiali del Governo libico. Ma gli stupri sono perpetrati di routine anche durante gli arresti casuali e nell’ambito dei lavori forzati, che possiamo anche chiamare ‘schiavitù’, ai quali sono costrette le donne e gli uomini migranti” ha spiegato Sarah Chynoweth, portavoce dalla Commissione Onu per le donne rifugiate che cha subito sottolineato come sia “assolutamente insostenibile che i rifugiati che riescono a fuggire attraverso il Mediterraneo vengano intercettati, riconsegnati alla Libia e costretti ancora a subire queste violenze Nel complesso, l’Ue ha speso 338 milioni di euro, dal 2014 a oggi, in questa politica sulle migrazioni che si è rivelata non soltanto fallimentare ma anche delinquenziale”.


 

Sono storie orribili e racconti da farti venire il voltastomaco, quelli che – a fatica – gli psicologi e gli operatori specializzati riescono a cavar fuori dai sopravvissuti.
Storie di stupri di una violenza inaudita, di torture indicibili, di mutilazioni genitali di massa, di fratelli costretti a violentare le sorelle o la stessa madre.
Alcuni rifugiati hanno raccontato di fosse comuni riempire di cadaveri.
Storie quasi impossibili da raccontare. Per vergogna, incredulità, e anche per paura.
“Ci minacciano di fare delle cose orribili ai nostri fratelli e alle nostre sorelle rimasti laggiù, se raccontiamo in Europa quello che accade in Libia” ha detto un ragazzino ai soccorritori dell’Aquarius.

Orrori che vengono filmati e mostrati ai parenti rimasti in patria per estorcere denaro.
Quando alle famiglie è stato rubato tutto quello che si poteva rubare, i carcerieri permettono ai migranti ancora vivi di continuare il viaggio.
I centri di detenzione libici non servono a impedire o a limitare le migrazioni.
Aggiungono solo dolore al dolore con l’unico risultato quello di far sbarcare in Europa persone pesantemente traumatizzate e che, nel caso dell’Italia, come sottolinea il report della Commissione Onu, ricevono pure un sostegno psicologico del tutto inadeguato o addirittura assente.

Andreina Corso

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