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Lei è una delle maggiori artiste colombiane, riconosciuta “Mastra del Colore”, impegnata come donna per le donne del suo paese, bellissima.
Lui è notaio e artista, pittore italiano con uno sguardo altero rivolto allo spazio metafisico degli antichi .

Entrambi, così diversi ma dai desini intrecciati, espongono a Vila Pisani in due mostre personali ricchissime.
Maria Fernanda Quartas e Piero Boni inaugurano le loro duplice esposizione Giovedì 8 ottobre dalle ore 15,30 a Villa Pisani di Stra. Il catalogo è a cura di Bruno Francisci e Per Luigi Fantelli.

María Fernanda Cuartas è una straordinaria artista colombiana che in patria è conosciuta come la “maestra del color” econsiderata tra i più quotati artisti della Colombia.
L’approdo in Italia della raffinate opere pittoriche presenti nella mostra “L’inquietudine dell’angelo”, allestita dall’8 al 18 ottobre presso i saloni dedicati all’arte contemporanea dal Museo Nazionale di Villa Pisani, costituisce non solo la preziosa occasione per ammirare dal vivo la qualità di una ricerca estetica dalle interessanti implicazioni insieme artistiche e filosofiche, ma anche la documentazione interessantissima degli ultimi sviluppi in senso cronologico di tale ricerca.

Si tratta infatti di un corpus pittorico, quello presente in questa mostra, che rappresenta l’ultima fase creativa di questa pure ancor giovane artista che, con opere tutte realizzate prevalentemente nel corso del 2015 (salvo un paio datate 2013), testimonia l’alto punto di approdo di un’affascinante avventura creativa sviluppatasi nel corso di circa un ventennio.

Quello che colpisce con immediatezza nelle opere della Cuartas è una espressività cromatica e formale che tuttavia dischiude subito dopo lo sguardo all’essenza di immagini concettuali trasmesse da un universo spirituale di cui l’artista è interprete e messaggera. È l’universo meraviglioso e leggero, dentro cui l’autrice consente di entrare a chi si avvicina alla sua pittura con mente aperta e cuore puro e intende percorrere i territori luminosi del pensiero e il firmamento delle emozioni che si aprono nella visione di ciascuna delle sue opere come sintesi preziosa di un’esperienza totalizzante seguendo lo sguardo con cui tale visione viene contemplata dall’artista.

“Uno sguardo – scrive Bruno Francisci nel catalogo della mostra – che possiamo definire coraggioso e inquieto insieme, grazie alla consapevolezza che ha l’artista autentico dell’azzardo insito in ogni sua opera finalizzata a dire della realtà più di quanto essa, nella sua sostanziale incomunicabilità, apparentemente voglia e possa trasmetterci. E’ l’azzardo dell’annuncio di un mistero che dev’essere accolto e veduto come ogni annuncio spiazzante rispetto al già visto, al già detto, al già sperimentato. E che comporta una condizione per l’angelos di essere in questo nostro mondo senza appartenere ad esso, con tutta l’inquietudine, talora l’angoscia che tale condizione comporta”.

Il percorso della ricerca estetica che ha compiuto questa pittrice dalla tecnica raffinata e dal pensiero poetico profondo va attentamente riconosciuto come esemplare per coerenza stilistica e per rilevanza di ispirazione. Nel contempo la Curtas è, come subito si comprende ammirando le sue opere, un’artista coltissima la quale ha conquistata e metabolizzata la grande tradizione della pittura occidentale, da Velesquez a De Chirico.

“Piero Boni a Villa Pisani” dedicata all’artista bergamasco e alla sua poetica densa e travolgente, costantemente tesa nel tentativo di una fusione tra pittura figurativa e pittura astratta, che in Boni coesistono e dove i particolari hanno un ruolo di primo piano e non possono essere slegati dalla totalità dell’opera d’arte.

La mostra, a cura di Bruno Franciscie Raul Oyuela con la collaborazione della dott.ssa
Sandra Gonzalez, si avvale del sostegno del Museum of the Americas di Miami, diretto da
Oyuela medesimo, che ha deciso di seguire con particolare attenzione l’opera di Piero Boni, nella prospettiva di una sua possibile valorizzazione negli Stati Uniti d’America.

La pittura di Piero Boniappare sottile ed elegante, indubbiamente colta e onirica, romantica
eppure bizzarra.
Una rappresentazione nata da uno spiccato e profondo senso di osservazione della realtà,
escamotage che permette di andare oltre e intraprendere un viaggio verso la ricerca della
Felicità: che nei segni e nei colori dell’artista è l’ascesa a due pianeti, due creazioni della mente
posizionati oltre i confini del nostro mondo reale e denominati Pianetà Giò, colmo di
interpretazioni magiche della realtà, e Pianeta Artù, ovvero la Gioia.

Undici grandi dipinti, tutti olio su tela realizzati a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, sono
la sintesi perfetta dell’essenza di una pittura protesa a travalicare i confini della sua stessa specificità estetica per approdare a “una dimensione partecipativa fra ‘io’ soggettivo e universo oggettivo” dove gli esiti della creatività artistica si sposano in singolare connubio alle risultanze della più avanzata ricerca scientifica. Viene così originandosi nella pittura di Boni una inedita correlazione tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.

Eppure Piero Boni non è un architetto dei sogni, ma certamente lo è dello spirito. Il suo mondo
magico, le sue creazioni, sono tracciate dall’artista con fedeltà e amore: ne sboccia un mondo
che si gioca tutto sulla cultura e sulla memoria, in cui la realtà viene esplorata intimamente, che
per Piero Boni significa scomporla e subito dopo ricostruirla, e così scoprire il segreto della
forma (“Chi conosce meglio il fiore? Il fioraio nel suo chiosco o l’insetto che può visitarlo dall’interno?”). Ecco perché l’artista si costruisce una realtà su misura.

Piero Boni, che nella propria crescita umana e artistica coglie a piene mani dalla filosofia orientale, si confronta con la pittura del Novecento: ha sì chiari riferimenti in Mondrian o Pollok ad esempio, così come è facile accostarlo a De Chirico o a Savinio, ma la verità è che poi amalgama il tutto con la sua memoria per ottenere un prodotto unico, non paragonabile a nessuna corrente artistica. In Italia e all’estero.

Il segreto di questo artista, da sempre sedotto dai dibattiti sulla sopravvivenza dell’anima e dall’evoluzione dello spirito verso livelli superiori – Pianetà Giò e Pianeta Artù – è contrapporre alla secchezza spirituale ed emotiva della cultura contemporanea una pittura d’evasione, “favole che si fanno spiritualità” per usare le parole di Vittorio Sgarbi, un concentrato di energia che permette all’osservatore di intravedere quel mondo da lui evocato per segni e immagini,
partendo proprio da una attenta lettura dei titoli, aspetto inconfondibile della pittura di Boni: vere
e proprie guide all’interpretazione del dipinto lasciando tuttavia l’osservatore completamente
libero di muoversi tra le opere cercando nella propria interiorità risposte e svelamenti.

“Piero Boni – scrive nella presentazione in catalogo Pier Luigi Fantelli, critico e storico
dell’arte, docente dell’Università di Ferrara – propone una soluzione all’enigma della vita: la
dialettica che instaura nelle sue opere tra arte astratta e arte figurativa ne è la grande metafora”,
laddove “la dialettica tra figurativo e astratto (quindi il passaggio dal razionale allo spirituale) si
risolve attraverso la nominazione del titolo”.

Ma come nascono le opere di Piero Boni?
Come spesso accade in Arte c’è una strettissima correlazione fra i bozzetti preparatori e l’opera
definitiva.
Piero Boni parte sempre da uno studio preparatorio eseguito su carta e in piccolo a colori pastello nelle gamme dei gialli, celesti e rosa, la stesura è immediata e soprattutto ha già in sé la visione completa del quadro.

La tela è il passaggio successivo, più lento nella sua realizzazione, più meditato: appaiono i volumi, i colori si accendono e spunta sempre, come anche nel caso dei dipinti in mostra a Villa Pisani, il colore nero, sia che faccia da cielo stellato come in Pianeta Artù. La ricerca della perfezione(1996), sia che delinei la via da seguire come in Pianeta Artù. Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi si incontrano di nuovo nei giardini del pianeta Artù (1996).

Ma è chiaro che assoluto protagonista nei bozzetti come nelle tele di Pietro Boni è il segno: e se
nella fase preparatoria rimane in un rapporto di equilibrio con il colore, una volta su tela acquisisce maggiore valore e maggiore potenza proprio grazie alle campiture cromatiche.

03/10/2015

Riproduzione Riservata.

 

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