Il lusso dei grandi alberghi veneziani porta ricchezza? La confessione di Jacopo, portiere per 5 anni

ultima modifica: 17/06/2020 ore 09:48

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Il lusso dei grandi alberghi veneziani porta ricchezza? La confessione di Jacopo, portiere per 5 anni

In barba alla più rosea delle previsioni, Venezia ha già riaperto al turismo: veneto, italiano e infine europeo che poco o nulla, però, contribuisce all’economia cittadina.


Molti auspicano che lo sblocco delle frontiere extra-Schengen sancisca il ritorno dei viaggiatori “di lusso” e le strutture più blasonate sono pronte a ripartire con arabi, russi e cinesi. Ma gli alberghi a cinque stelle – gestiti in gran parte da catene internazionali – sono ancora un’opportunità di lavoro “sicura” e “ben remunerata” per chi a Venezia ci vive? Si può ancora affermare che “il turismo porti ricchezza” per chi lavora nei palazzi storici che chiedono centinaia se non migliaia di euro a notte?

Ci ha contattati Jacopo, reduce da cinque anni di portierato in una struttura che “in modo arrogante e autocelebrativo si ritiene ‘top degli alberghi a cinque stelle’”. Un’esperienza che – ci racconta – ha contribuito forse in modo irreparabile ad alimentare la sua disillusione verso la carriera nell’hotellerie veneziana. Jacopo premette di non essere “una mela marcia” e che le sue competenze siano state riconosciute fino alla fine; non nomina l’albergo né la catena che lo gestisce ma ne indica la reputazione riportando ciò che dissero gli amici quando seppero della sua assunzione: “chissà quanti schei che ti ciapi”.


“Per molti lavorare nel lusso è sinonimo di paga d’oro – spiega – ma la realtà da dipendente è ben diversa: la retribuzione è al minimo sindacale, nel mio caso attorno ai 1000 euro netti. Il CCNL del turismo non applica alcuna equazione stelle-stipendio come invece avviene in Spagna; spesso e volentieri viene assegnato un inquadramento non consono alle mansioni svolte e all’altissima responsabilità richiesta: basti pensare che si può aver a che fare con Warren Buffet da un momento all’altro e ‘se sbagli sono cavoli tuoi’”.

L’unica consolazione erano le mance che talvolta riceveva per la sua cortesia e professionalità; questo Jacopo lo riconosce, ma i suddetti “extra” non bastavano a garantirgli una stabilità.

Ciò che lascia più perplessi dell’intera vicenda, infatti, è che Jacopo per cinque anni è sempre stato un precario, condizione che gli ha impedito di fare progetti, accedere a mutui e programmare la sua vita. “Al datore di lavoro – prosegue – viene permesso di ‘giocare’ con la clausola di stagionalità che non fa maturare gli anni sufficienti per il ‘tempo indeterminato’. Si parlava di ‘stagionalità’ anche in un contratto a chiamata di pochi giorni… a gennaio”.

Un’altra pratica che alimenta il precariato è il cosiddetto “stop&go” ovvero lo stacco di 10/20 giorni tra un contratto e l’altro: “l’azienda ha continuato a riservarmi questo trattamento per un quinquiennio, oltre a un singolare episodio che mi ha spinto a recarmi dai sindacati: un’assunzione tramite agenzia interinale. La cosa fu definita una forzatura della legge e mi proposero di denunciarli, però essendo una persona leale e per paura di ritorsioni, desistetti e continuai a stringere i denti.”

Ma mentre Jacopo prosegue con il suo racconto, emergono altri particolari che fanno riflettere: lo “stacco” tra i contratti a volte non si limitava ai 10/20 giorni ma poteva prolungarsi per molto di più e senza preavviso.

“Interi mesi a casa non sapendo quando sarebbe squillato il telefono non è cosa da poco – prosegue – senza dimenticare che nei momenti di non-lavoro dovevo sempre essere disponibile, anche per l’indomani. Ero letteralmente in trappola e ci ho dovuto convivere per anni, al punto che se dovevo andare due giorni in montagna nei mesi di bassa stagione dovevo mandare una e-mail al capo reparto per avvisarlo. Potevo essere chiamato dall’oggi al domani per firmare un contratto di un anno come di due settimane e nei lunghi periodi di inattività non ero neppure libero di trovare un impiego temporaneo”.

Non basta: sebbene ‘hotel di lusso’ faccia pensare a un luogo efficiente e organizzato, gli orari di Jacopo erano rilasciati di settimana in settimana, non lasciandogli pianificare gli impegni se non rivolgendosi con largo anticipo i suoi superiori. “Terminare alle 23 e ricominciare alle 7 era ormai una prassi, sebbene le norme impongano almeno 11 ore di riposo tra una giornata lavorativa e un’altra”.

“Se c’era un check-in dopo il mio turno non potevo andarmene – denuncia Jacopo – mi dovevo ‘inventare’ gli straordinari senza nemmeno un’approvazione dei miei capi. Retribuiti? Macché, venivano ‘fatti recuperare’ d’estate sotto forma di ‘ferie’. E quando ‘staccavo’ dovevo seguire tre ‘gruppi di lavoro’ su Whatsapp oltre a ordini e rimproveri che giungevano via e-mail: uno stress continuo che mi accompagnava giorno e notte. E pensare che in Francia il datore di lavoro non può scrivere ai dipendenti ‘fuori orario’…”.

Chi non “accettava” metteva a repentaglio una futura possibile ri-chiamata; e qui lo sfogo di Jacopo si fa ancora più duro: “tutto avviene con il tacito benestare dei dipendenti che sono degli ‘yesman’ impauriti del padrone: è comprensibile per chi ha un mutuo e dei figli ma non per dei giovani che dovrebbero ribellarsi ad un sistema sbagliato e retrogrado dove l’anzianità prevale sulla meritocrazia: è facile trovarsi un incompetente come superiore solo perché assunto da dieci anni”.

“Per esercitare il controllo sui dipendenti si assumono ragazzi e ragazze da fuori regione o dall’estero per i ruoli più umili e sottopagati; si indottrina lo staff con dei ‘workshop’ sui ‘valori aziendali’ dove le opinioni dei dipendenti vengono riportate a tradimento ai vertici dell’organigramma. Il ‘coach’ insegna indirettamente a rinunciare alla propria personalità: avere un pensiero originale mi rendeva quasi un sovversivo ed ero ripreso perfino se parlavo ai miei colleghi in lingua veneziana”.

Nella denuncia di Jacopo, le pretese dei gestori non andavano di pari passo con il rispetto delle norme: “a partire dal mini-spogliatoio dove ci cambiavamo: come faranno 50 persone a cambiarsi in 30 metri quadrati rispettando al tempo stesso le norme di distanziamento? Senza parlare della mensa in cui, in barba all’HACCP, si somministrava cibo ‘alchimizzato’ e mal conservato che ha provocato gastriti a diversi dipendenti. La questione uniforme non é da meno: un completo per l’intero anno solare, e chi svolgeva lavori all’aperto doveva comprare a sue spese un giubbotto o un impermeabile per la pioggia creando confusione ai clienti che non riconoscono la divisa e con un’ulteriore spesa per lo staff”.

L’epilogo suona come l’ennesima beffa: dopo un vis-a-vis con il capo-reparto in cui gli venne addirittura promessa una “promozione” il contratto di Jacopo scadde per un’altra volta. Rimasto a casa, decise che nelle festività avrebbe passato tre giorni con la famiglia: come di consueto si preoccupò di comunicarlo, passarono i mesi ma il telefono non suonò più. Quando si decise a chiamare, gli fu risposto che avevano già assunto un altro: le motivazioni? Il suo profilo, improvvisamente, non era più “consono alle linee aziendali”.

“Mi permetto di aprire un ultimo specchietto – conclude Jacopo – come non pensare a Venezia che perde venezianità e personale qualificato in cambio di ‘disperati’ pronti a tutto”.

“Dunque, il ‘lusso’ porta veramente ricchezza come ai tempi dei nostri padri, conservando l’autenticità della città e l’integrità morale dei suoi operatori turistici? Oppure contribuisce alla corruzione dei suoi abitanti, nei quali riscontro sempre meno spirito autoctono in cambio di una mentalità provinciale delle più becere che dipinge Venezia come la decadente con ‘Casanova il donnaiolo’ e le ‘gondolete’. Robe da far accapponar la pelle a qualsiasi amante e conoscitore della vera storia lagunare.”

Augurandoci che quello di Jacopo sia un caso isolato, resta da chiedersi come la vendita di attività strategiche alle grandi catene internazionali possa ancora fare “il bene” di Venezia e ai suoi abitanti, assunti “al ribasso” e non più in grado di mantenersi nella loro città.

Il turismo “di una volta”, soprattutto quello “di lusso”, dava linfa ai professionisti, agli artigiani e alle loro famiglie: è ancora così? Oppure la “valigetta”, dei “tanti, maledetti ma subito” ci ha trasformati tutti in “yesman” costretti a limitazioni che i nostri padri neppure immaginavano?

Una cosa è sicura: la crisi scatenata dal COVID-19 era l’occasione perfetta per ridisegnare una Venezia non-solo-turistica, capace di reggersi sulle proprie gambe. Ma per qualcuno – come la catena che gestisce questo 5 stelle – forse è più comodo così.

Nino Baldan

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2 persone hanno commentato questa notizia

  1. Gentile sig. Pasquino,
    immagino mi contesterà che le rompo le scatole, ma mi permetta, dopo quanto letto, ben conosciuto e provato, lei ha avuto ancora coraggio di accusare chi viene sfruttato ormai come uno schiavo nel settore turistico, invece di accusare gli “schiavisti”…?Non mi dica che difende pure il caporalato…
    Perché anziché contestare presunte mance dalle vetrerie, non si chiede invece in quale stato-paradiso fiscale finiscono i soldi magari evasi al fisco da molte attività turistiche di Venezia, comprese forse certe vetrerie che lei cita? Credo ben ricordi i pagamenti fatti proprio a favore di qualche vetreria, con POS intestato a un cambiavalute per evadere TOTALMENTE il fisco… Eppure lei va ad attaccare ancora chi lavora… Mi viene un pensiero…
    Comunque, se non è convinto, per provarle la fondatezza di certe denunce, posso cercare qualcuno che forse conosce i nomi di chi magari avvisa qualche attività di non fare”nero” quando ci sono controlli fiscali in corso…
    Quindi, almeno per decenza, eviti di infierire contro queste persone, anche perché fa venir voglia di “infierire” anch’io, una volta tanto, contro certi “farabutti” che forse anche lei conosce, che non hanno il minimo rispetto per chi si guadagna il pane lavorando anziché rubando.
    E, le assicuro, le conseguenze credo sarebbero ben più devastanti, rispetto al licenziamento del coraggioso e dignitoso Jacopo, cui va tutto il mio plauso e stima, e il risultato clamoroso sarebbe assicurato…
    Io ho ancora dei valori, che non sono certo il lucro sfruttando i più deboli, e per questi valori sono sempre andato fino in fondo.
    Questo è il mio modesto pensiero.
    Cordialità.
    Prof. Fabio Mozzatto.

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