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domenica 24 Gennaio 2021

L’appello: non sappiamo più parlare la lingua italiana. Ci riguarda?

I giovani davvero sembrano aver sposato il fascino della lingua diretta e concentrata in frasi minime sul web, che tutto prende e pretende: abbreviazioni ed emozioni, faccine sorridenti e cuoricini che battono

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Ci piace ragionare su questo tema, rileggendo un importante articolo di Norberto Bobbio. “Siedo al mio tavolo di lavoro, dove ritrovo ogni giorno le mie carte, il libro che avevo cominciato a leggere, la mia vecchia penna stilografica, ormai quasi un oggetto da museo, persino il solito tagliacarte, che mi fu donato molti anni fa dai miei allievi con le loro firme, il blocchetto di appunti, la pagina che ho cominciato a scrivere, le ultime lettere cui devo rispondere. Non sono solo”.

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L’Appello che docenti universitari, studiosi e appassionati della Lingua Italiana hanno sottoscritto e rivolto al Governo e al Parlamento, affinché la Lingua ritrovi spazio e dignità dalla Scuola di base, all’Università tocca un punto nevralgico dell’educazione e della formazione, che oltre a riproporre una adeguata didattica, richiama la società tutta al ripensamento dei suoi modi e dei suoi tempi, del suo essere e testimoniare.

Sì, i dettati ortografici, gli esercizi grammaticali, la sintassi, sono uno strumento indispensabile alla Lingua, ma ancor più alla persona, che nel corso della sua vita può, attraverso la Parola detta, letta e scritta, alimentare il suo pensiero, migliorarlo, e con esso le relazioni umane che la parola accompagna e matura.

Sostenere il senso dell’appello è d’obbligo e ragionevole, ma dissociandosi dallo stupore, dalla meraviglia, facendo attenzione a non confondere le cause con gli effetti.
Chiediamoci se La lingua ci riguarda. E se la risposta è sì, ci riguarda anche un tempo in cui si è assistito impotenti al suo sbaragliamento, alla sua demolizione.

Maltrattata e snobbata nei social oggi usati anche da ministri, per le comunicazioni ufficiali, sostituita dall’immancabile lingua inglese, che sarà ulteriormente adottata nei nostri licei (si parla di temi in inglese nelle scuole italiane), ora è rinata nella sua complessità in “ragione” dell’emergere di testi scorretti, di tesi di laurea piene di errori che inquietano e preoccupano i docenti di ogni ordine e grado.

I giovani davvero sembrano aver sposato il fascino della lingua diretta e concentrata in frasi minime sul web, che tutto prende e pretende: abbreviazioni ed emozioni, faccine sorridenti e cuoricini che battono.
E tutto attirano i selfie pubblicati ogni giorno, che sono centinaia di milioni, così come i messaggi che face book e affini rinforzano nel narcisismo digitale. Le scritte frettolose e appena essenziali sono zeppe di imprecisioni linguistiche, che ricalcano in fondo quel mondo frequentato da capi di stato, politici, lavoratori, casalinghe e studenti di ogni dove, estasiati dalla magia dell’istantaneità tecnologica.

La fretta abita in quelle strumentazioni, il tempo invece appartiene alla sfera dello studio, possibilmente motivato e valorizzato, anche se la cosiddetta globalizzazione spinge a più direzioni. “Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede, è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana”. Questa una recente dichiarazione attinta da un convegno su giovani e lavoro, che spiega in qualche misura la tendenza e la lettura della cultura cui sono soggetti gli studenti del nostro Paese.

Se la lingua ci rimette, a chi importa? Ormai radio, televisione, con poche eccezioni, ci consegnano un parlato disinvolto, a chi importa dei congiuntivi, del rispetto della parola? Eppure se la si toglie dal recinto dello studio grammaticale, se la si celebra leggendo buoni libri (anche se le librerie sono costrette a chiudere), se ce lo conquistiamo quel tempo della parola, lo curiamo come un contadino cura la terra, forse uno studente ritornerebbe seme e sarebbe contento di essere abbeverato dalle ragioni “anche sentimentali” della cultura.

Andreina Corso

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