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La Venezia perduta. Le Suore Imeldine e la scuola a San Canciano che non esistono più

Le Suore Imeldine e la scuola a San Canciano di Venezia. Le origini.

La Congregazione delle Suore Domenicane della Beata Imelda, fondata da Padre Giocondo Pio Lorgna, venne eretta canonicamente a Venezia dall’allora patriarca Pietro La Fontaine il 30 ottobre del 1922.

Fin da subito, le dieci religiose si dedicarono all’educazione prescolare dei bimbi veneziani: dapprima in una soffitta in Calle Muazzo, successivamente nel “giardino dell’infanzia” di Campiello dei Miracoli, già convento delle cappuccine soppresso in epoca Napoleonica e riscattato, nel 1925, dai privati che lo avevano nel frattempo convertito in abitazioni.

L’attuale denominazione di “Casa dei Bambini” venne introdotta dal 1953 con l’adozione ufficiale del Metodo Montessori.

Sul finire degli anni ’30 le suore ampliarono la loro offerta educativa ospitando all’interno della stessa struttura anche le prime tre classi elementari; risultò evidente la necessità di estendersi in un nuovo edificio. Allo scopo furono inizialmente adocchiati i locali in Campo Santa Maria Formosa che attualmente ospitano un ristorante.

Fu negli anni ’50 sotto la gestione di Madre Giuliana, veneziana doc e figlia di educatori, che il palazzo di Campo San Canciano divenne proprietà dell’Ordine.

La Scuola Elementare Imelda Lambertini di Venezia.

Era finalmente nata la Scuola Elementare “Imelda Lambertini”, che nei decenni a venire diverrà vero e proprio fulcro dell’intera zona, confermando l’area di San Canciano come una tra le più vive e fornite dell’intero Centro Storico. I suoi bambini dal grembiule colorato allietavano il circondario, generando ricchezza non solo sociale, ma anche economica per ogni attività della zona. E tra quei bambini c’ero anch’io.

Avendo già frequentato la materna delle Imeldine in Campiello dei Miracoli, la mia continuazione didattica presso le Elementari di Campo San Canciano appariva ovvia e naturale.

Correva il settembre del 1989 e abitavo in Rio Terà del Bagatin, tra la Torrefazione e l’allora negozio di vestiti, al cui interno erano appesi i grembiuli colorati adottati dalla scuola: verdi, rossi, azzurri, gialli, blu. Ad ogni scolaro era permesso scegliere quello che più gli aggradava; mia madre, per l’occasione, si era decisa di confezionarmene uno con le sue mani. Mio padre mi aveva invece fatto dono di una cartella rigida di cuoio, del cui profumo ancora conservo il ricordo.

“Sei diventato grande, ora vai a scuola”: queste parole mi riempivano d’orgoglio neanche mi avessero iscritto all’università. Di timore non ne avevo, trattandosi per me di una semplice rimpatriata dei bambini che già conoscevo dalla materna.
Mi accompagnarono solo nei primi giorni; fui in seguito considerato responsabile abbastanza per percorrere in solitaria le poche decine di metri che mi separavano da Campo San Canciano. D’altronde, che pericolo avrebbe potuto celarsi in una zona dove tutti si conoscevano tra loro?

I negozi tipici.

Il mio percorso mattutino iniziava nel panificio Crosera, dove acquistavo una rosetta che mi facevo tagliare a metà. Superati Rosa Anna (“quea dei confetti”) e la latteria Plip, oltrepassavo la tenda dipinta

foto di Roberto Catullo e Ettore Lagomarsino

dell’ alimentari Baretton per recarmi da Toni luganeghèr (nella foto piccola), dal quale mi facevo imbottire il panino.

Salame ungherese o prosciutto crudo (anzi, “muscoletto” come pretendevo io): a esaudire le mie richieste, un gentilissimo signore già avanti con gli anni.

La sua era una bottega come non ne esistono più, con pochi vasi di pelati posti sugli scaffali e un profumo di insaccati capace di scatenare l’appetito fin di primo mattino. Oppure saltavo tutta la procedura e mi fiondavo all’altro panificio, Finotello, situato oltre la chiesa di San Canciano, dove solitamente acquistavo degli ambrogini.

Terminata l’operazione, eccomi davanti alla scuola, dove un centinaio di bambini si assiepava ogni mattina in una variopinta sfilata di zaini e grembiuli colorati.

La scuola all’interno.

Oltre il portone verde, una piccola corte.
Questo spazio aveva dei bidoni gialli per il riciclo della carta, nei quali spesso curiosavamo. Una volta un mio compagno vi trovò delle riviste scandalistiche che ritraevano un paio di soubrette in tenuta balneare. Tra l’affascinato e lo scandalizzato, ci chiedemmo chi avesse mai depositato lì quelle donne nude.

A destra c’erano la quarta e quinta, le classi dei grandi, che all’epoca guardavamo con un misto di timore e ammirazione come fossero stati maggiorenni.
A destra si entrava in un portone che conduceva nel resto della scuola.

Varcata la soglia, c’era un ingresso dove la classe terza faceva ricreazione.
Si giocava con un pallone giallo di spugna o, quando questo veniva sequestrato, creavamo una pallina di carta che rendeva il gioco ancora più iniquo: per averne il controllo, era sufficiente farla scomparire sotto il piede. E giù con gli spintoni.
Un giorno, un mio compagno portò un Game Gear che lasciò tutti a bocca aperta per la presenza dei colori su un piccolo schermo portatile.
Le bambine, invece, si radunavano a destra, nell’antibagno, a scambiarsi i diari in un ambiente che ai maschi era assolutamente precluso.

A sinistra, sopra una rampa di gradini, era presente l’aula che ospitava la terza.

Uno scalone conduceva al primo piano che ospitava le classi prima e seconda: entrambe si affacciavano su un salone con pavimento alla veneziana, divise dalla stanza della quale tutti avevamo un po’ paura: la direzione, nella quale si finiva solo per infrazioni particolarmente gravi.
(Una volta, per punizione, ebbi la sfortuna di passarci un’intera mattina, costretto a cercare ogni parolaccia presente ne “Il Primo Zanichelli”, dizionario che in copertina raffigurava il bambino che fa cenno di tacere. Riuscii, al massimo, a trovare il termine “matto”).

Di fronte alla prima c’era uno sgabuzzino dotato di piastra elettrica, dove Anna la bidella aveva posizionato una moka per preparare il caffè alle maestre, il cui profumo pervadeva l’intero edificio. E i bagni, dove mi rifugiavo quando i giochi della ricreazione iniziavano ad annoiarmi, in un atteggiamento che mi valse in pagella la dicitura “non partecipa alle attività di gruppo”. In quel salone venivano spesso organizzate delle piccole recite, in una delle quali fui colpito a tradimento da un compagno sulla bocca dello stomaco. Urlai ma venni punito al posto del mio aggressore che invece la passò liscia. Non ci parlammo per settimane, ma facemmo pace in gita scolastica a Ferrara, quando entrambi portammo il Game Boy: io avevo “Tartarughe Ninja 1”, lui “Tartarughe Ninja 2”.

L’uscita da scuola.

La fine delle lezioni, come l’inizio, era un altro rito.
Si correva fuori, in un Campo San Canciano affollato di genitori, cercando con lo sguardo la mamma o il papà che ci aspettavano, spesso con un sacchetto di pizzette per allietare la fine delle lezioni. Se tornavo a casa da solo, ne approfittavo e rallentavo il mio percorso per curiosare nella zona.

Subito mi intrufolavo dalla Natalina, la tabaccaia all’angolo…

(La continuazione nell’articolo seguente “Con l’addio alle Suore Imeldine la mia Salizada San Canciano non esiste più“)

Nino Baldan

Riproduzione Riservata.

 

16 persone hanno commentato questa notizia

  1. Grazie dell’ articolo ! Leggendolo, mi sembrava di essere li’. Ho frequentato asilo ed elementari dalle imeldine (sono del 55) e ricordo con grande affetto la mia maestra suor Mercedes. Abitavo oltre il ponte ed ora vivo da 30 anni a Verona. Spero di leggere presto la seconda parte

    • Ciao Maila e grazie a te per il contributo!
      Suor Mercedes la ricordo anch’io (e sono dell’83): insegnava alla classe successiva alla mia… Un’ulteriore prova che alla Imelda Lambertini il tempo si era proprio fermato…

  2. nella foto mi riconosco in quel bimbo vicino al termosifone, sai per caso l’anno preciso? dovrebbe essere stato il 1967.
    Un ricordo indelebile sono le lettere ricoperte di carta vetrata (grana 40, quella piu ‘grossa) che dovevamo passare col dito piu’ volte, (fino a sbucciarci i polpastrelli) per imparare a scrivere.

    • Ciao Piero e grazie per il tuo contributo!
      Mi fa tantissimo piacere di aver risvegliato i tuoi ricordi e di aver recuperato qualcosa che ti riguarda così da vicino!
      Le foto sono tra le poche ancora presenti nell’archivio veneziano delle Suore e sono databili intorno al 1965…
      Il materiale didattico relativo al metodo Montessori è poi rimasto invariato nel corso dei decenni: quelle lettere, se non sbaglio in corsivo, c’erano anche ai miei tempi, anche se le ricordo prevalentemente all’asilo.

    • Grazie a te Franco!
      Come anche confermato dai commenti, quello della Imelda Lambertini è un ambiente che si è mantenuto pressoché immutato negli ultimi decenni, con ricordi che accomunano diverse generazioni.
      Io (classe 1983) avevo Suor Lina come direttrice e Maria Antonietta come insegnante. Rimani sintonizzato per la seconda parte!

  3. Purtroppo non ho bei ricordi di quell’asilo. Ricordo che per una suora in particolare, dopo un po’ non ho voluto più andarci… Facevo i capricci per non essere accompagnata lì. Ho scoperto anni dopo da una amica di mia mamma che mi avevano chiusa in uno stanzino buio… Mai più avuto problemi simili in seguito. Purtroppo anche questo a volte era “scuola”, anche se della peggior specie. Non è un’ accusa… Ma ho avuto l’impulso di raccontare un po’ di vita vissuta, non sempre idilliaca…

    • Ciao Federica e grazie della tua opinione!
      Anche io, oltre alle elementari descritte nell’articolo, ho frequentato l’asilo delle Imeldine (che è tuttora aperto e funzionante). Io sono del 1983, e mi capitó Suor Maddalena, educatrice appassionata che, a differenza di altri insegnanti avuti in seguito, mi capì e mi instradó nonostante la mia “vivacità”…
      Mi dispiace per l’esperienza che racconti… personalmente conservo solo ricordi felici di quel posto… Di che anno sei?

    • Grazie Francesco!
      Sono contento che il pezzo, a metà tra racconto e reportage, sia stato di tuo gradimento!
      Sono ricordi che accomunano un po’ tutti noi, che è giusto preservare anche per le nuove generazioni, che purtroppo quella Venezia non l’hanno mai conosciuta…
      Rimani sintonizzato, perché la rubrica tornerà con la seconda puntata dedicata a San Canciano. E, successivamente, con nuove storie dedicate al recente passato della nostra città che, ahimè, appare già ormai remoto.

    • Grazie a te Giovanna!
      San Canciano é anche, purtroppo, una delle zone più significative della trasformazione della città… Nel giro di pochi anni non ha conservato quasi nulla di quello che è stata per decenni, ed è per questo che i suoi ricordi vanno a tutti i costi raccolti e preservati…
      Per questo ringrazio anche le Suore Imeldine e Roberto Catullo per avermi fornito il materiale fotografico che ho avuto modo di pubblicare. P

  4. Grazie x questa storia ,spero di leggere presto la seconda parte e di trovare prima o poi magari stampata da qualche parte storie di questo tipo ,quelli che Venezia l hanno vissuta veramente ,come la mia cara nonnina Maria .

    • Grazie a te Lucia!
      La prossima puntata arriverà presto, e a seguirla ci saranno nuove storie che continueranno a documentare la Venezia che non c’è più.
      Anch’io spesso penso alle mie nonne e provo a immaginare come si sarebbero trovate a vivere la città di oggi. Incontrando, come punti di riferimento, solo i nomi sui nizioleti.

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