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Per la tragedia dell’autobus di Mestre, che ha portato la morte a 22 persone con altre 15 rimaste ferite, a causa della drammatica caduta dal cavalcavia, sono emerse le prime verità. La dinamica dell’incidente, come rivelato dalle perizie tecniche, non è stata causata da un malore dell’autista, ma dalla rottura di un perno di un giunto, componente fondamentale che collega lo sterzo alle ruote. Questo il grave guasto meccanico che ha provocato che il mezzo sbandasse, facendolo poi precipitare per circa quindici metri e provocando la morte di 22 persone.
Tra le vittime figura l’autista, Alberto Rizzotto, di 40 anni, che non ha avuto alcuna possibilità di fermare la corsa del bus elettrico. L’incidente è poi stato aggravato dalla presenza di barriere sul cavalcavia che, secondo le indagini, erano vecchie e prive di adeguata manutenzione.
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Il Procuratore di Venezia, Bruno Cherchi, ha illustrato queste conclusioni durante una conferenza stampa, annunciando la trasmissione degli atti alle parti coinvolte per ulteriori deduzioni tecniche. Gli esperti hanno evidenziato che il cedimento del perno destro, già deteriorato, ha causato il guasto del giunto dello sterzo, rendendo impossibile per l’autista controllare il mezzo. Il bus ha quindi colpito il guardrail, lasciando dietro di sé una scia di detriti e pezzi staccati, ben 27 dei quali sono stati repertati dalla Polizia locale.
Cherchi ha definito il guardrail “vecchio e ammalorato, privo di manutenzione”, sottolineando come non sia stato in grado di contenere l’urto dell’autobus. Restano ancora da chiarire i dettagli sul nesso di causalità tra la rottura dello sterzo e lo stato delle barriere. La Procura è in possesso di ulteriori elementi che, pur non chiarendo le cause del disastro, ne restituiscono l’impatto emotivo. Si tratta dei video registrati dalle telecamere esterne e interne del bus, che documentano gli ultimi istanti di vita dei passeggeri.
Il magistrato, condividendo il materiale con le parti, ha fatto appello agli avvocati affinché queste immagini non vengano diffuse, sottolineando la loro crudezza e l’inutilità per l’opinione pubblica. L’inchiesta non è ancora conclusa e ora si attendono le deduzioni e i contributi dei periti di parte.
Resta ancora da spiegare come un perno si sia potuto rompere in un bus che aveva solo un anno di vita, soprattutto in assenza di brusche frenate o sterzate, circostanze che non sono state riscontrate nella ricostruzione dell’incidente.
L’autopsia ha escluso che l’autista fosse stato colto da malore, confermando che Alberto Rizzotto era in perfetta salute e ha perso la vita a causa del grave trauma cranico subito nella caduta del pullman.
È stato inoltre accertato che, pur avendo ricevuto mail e messaggi nei momenti precedenti lo schianto, Rizzotto non ha mai utilizzato il cellulare durante la guida.
Il comportamento dell’autista alla guida del bus precipitato dal cavalcavia di Mestre il 3 ottobre 2023 è stato corretto. E’ la conclusione cui consentono di arrivare, secondo i magistrati, le perizie sugli strumenti elettronici in dotazione al mezzo e le immagini del mezzo e la cosa viene ribadita per sgomberare il campo da fumi e ombre.
“Lasciamo lavorare gli esperi e la Procura. L’indagine è aperta ed io non commento”, sono le parole dell’assessore alla Mobilità del Comune di Venezia sulle prime risultanze della tragedia del bus di Mestre e dei primi esiti peritali. Boraso esclude, vista l’ipotesi guasto meccanico per il mezzo precipitato dal cavalcavia di Mestre, di rimettere in discussione i mezzi ‘Yutong’ che , pur dopo un secondo incidente senza conseguenze, erano stati sospesi dal servizio e revisionati.
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Le parole Boraso si indirizzano quindi alla famiglia dell’austista, il 40enne Alberto Rizzotto morto per lo schianto, che esce dalla vicenda privo di responsabilità. “Mi stringo alla famiglia di Alberto – dice -, escono da un periodo bruttissimo, ma è stata ridata dignità ad un loro congiunto che è stato solo vittima e si aggiunge alla lista delle altre”. “Una verità – conclude Boraso – che dà dignità al loro congiunto e può essere una consolazione anche se non restituisce loro Alberto”.
Nell’inchiesta sono indagati quattro individui: tre funzionari del Comune di Venezia e l’amministratore delegato di La Linea, l’azienda di autotrasporto per cui lavorava Rizzotto.
Massimo Gottardo, responsabile Giesse, ci contatta per dichiarare: “Abbiamo ascoltato attentamente le parole del procuratore capo Bruno Cherchi. Nel caso in cui venissero confermate le rotture meccaniche del perno e del giunto, all’interno del sistema che collega lo sterzo alle ruote, emergerebbe un’ulteriore riprova della responsabilità dell’azienda proprietaria del mezzo che, a livello civilistico, deve rispondere anche dei vizi di costruzione e dei difetti di manutenzione. Altro discorso riguarda invece il guard-rail sul quale spetterà alla Procura valutare eventuali responsabilità penali. Di certo, queste anticipazioni del procuratore dimostrano il lavoro certosino svolto dagli inquirenti in una situazione resa complicata dalle condizioni del mezzo che è caduto da un ponte alto diversi metri e poi ha preso fuoco”. (Giesse assiste due famiglie ucraine da Cherson e tre dal Donbass).
Infine, una nota sul rispetto dovuto alle vittime e al dramma che ha colpito tutti nell’ottobre scorso: le immagini degli ultimi istanti di vita dei passeggeri del bus ‘Yutong’ precipitato sono raccontate in maniera cruenta dai filmati video delle telecamere di bordo, acquisiti dalla Procura. Il Procuratore di Venezia Bruno Cherchi ha chiesto alle parti che ne entreranno in possesso (e potranno utilizzarlo ai fini dell’inchiesta) “di non di pubblicarlo o diffonderlo. Le immagini sono crude, ci sono minori e persone che muoiono – ha detto -, non è di nessuna utilità per l’opinione pubblica, mi appello al buon senso”.
Si tratta di immagini che raccontano la drammaticità della “morte in diretta” reale, non simulata come nei film. E’ opportuno confermare che, per quanto riguarda questo giornale, esse non troveranno mai spazio in queste righe.
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qualcuno comincia a tremare…
Allora neanche i freni funzionavano,per cui se il guidatore era in perfetta salute , il bus andava a 5/6 km all’ora , ha strisciato sul guardrail per 50mt. perche’ non ha frenato ?
Sarebbe interessante sapere come è possibile che su questi bus cinesi il martello per rompere il vetro abbia un CERTIFICATE (unica parola comprensibile, anche se non italiana) scritto in cinese e privo del marchio CE. Chissà se è così per il resto del bus con buona pace di chi deve dare il nullaosta per la circolazione in Italia.
Peccato non si possa caricare foto.
c’è chi è socio di questa società e utilizza tecnologie simili per i mezzi acquatici, inclusa la produzione di batterie elettriche in Cina.