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mercoledì 27 Gennaio 2021

Il Femminicidio e noi. Di Andreina Corso

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Il Femminicidio e noi. Di Andreina Corso

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Strano Paese, il nostro.
Nonostante si sappia, a dati certi, che una donna ogni tre giorni viene uccisa e che ogni quindici minuti un’altra subisce il manifestarsi di quella violenza, emerge dal sommerso l’idea di una società che fa rabbrividire.
Morire non basta.

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L’Istat ci dice che oltre che ammazzate le donne sono criticate. L’Italia giustifica lo stupro, che in fondo “se non vuoi starci, non vuoi”, la colpa è anche tua. Si tollera che un uomo alzi le mani sulla donna e che si senta in diritto di controllare il suo cellulare.

Nasce l’esigenza di una ricostruzione culturale, vera emergenza pubblica.

Si annodano, si avvitano quei novantasette corpi di donna ammazzati anche quest’anno dalla mente dell’uomo.

Si perpetua l’orrore di mani feroci che uccidono le donne, che altro non sanno argomentare e fare in alternativa alla violenza. Uomini che non hanno capito niente e che sono capaci di tutto.

Uomini che pretendono che la donna sia una cosa in loro possesso, uomini che dominano la famiglia e quando non ammazzano con le mani, usano il coltello della prepotenza, della pretesa di subordinazione: uomini demoni, che alzano la voce e le mani per farsi ubbidire.

Uomini che non si fanno scrupolo di ammazzare la madre dei loro figli, o di zittirla, umiliarla, intimorirla con minacce e scene in presenza di figli terrorizzati.

È una bella prigione il mondo, ha fatto dire Shakespeare ad Amleto e ora sappiamo che anche la casa, ’dolce casa’, può diventare una galera dove si applica la tortura, dove si perseguita la vittima.

Il termine “femminicidio” ha un suono sgradevole, rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile.

Questa “parolaccia”, che indigna e inquieta, non è nata per caso. Furono alcune criminologhe femministe negli anni ‘90 a decidere di nominarlo quell’orrore specifico, sulla scia dei dati dell’OMS, introducendo in un’ottica di genere la categoria del femminicidio. Per esigenza di chiarezza e per fare il punto del diritto legislativo sul crimine di riferimento.

Gli uomini ammazzano le donne in quanto donne.

Dal 2000 a oggi le donne uccise in Italia sono 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner. Sono alcuni dei dati del Rapporto Eures 2019 su “Femminicidio e violenza di genere”, secondo cui a crescere, nel 2018. Sono soprattutto i femminicidi commessi in ambito familiare/affettivo, dove si consuma l’85,1% degli eventi. Ma sono in aumento anche le vittime femminili della criminalità comune (17 nel 2018 rispetto alle 15 dell’anno precedente).

Il Nord conferma anche nel 2018 la più alta presenza di donne uccise (66, pari al 45% del totale italiano, di cui 56 in famiglia), mentre il 35,2% dei femminicidi si registra al Sud (50 casi, di cui 42 in famiglia) e il 18,3% nelle regioni del Centro (26 casi, di cui 21 in famiglia).

A livello regionale, è la Lombardia a registrare anche nel 2018 il più alto numero di donne uccise (20), seguita da Campania (19 vittime), Piemonte e Lazio (rispettivamente con 13 e 12 casi).

Maltrattamenti in famiglia.
Nel 2018 le denunce di maltrattamenti in famiglia sono state 17.453 (31,6% in più rispetto al 2014). Particolarmente alta è la percentuale delle vittime femminili straniere, pari nel 2018 al 23,2% (come nel 2017), con “indici di rischio” in media tre volte superiori a quelli delle donne italiane.

Molto significativa la presenza di vittime minori (1.965 in valori assoluti, pari a circa 6 al giorno nel 2018), che rappresentano l’11,1% delle vittime totali, con una crescita del 14% sull’anno precedente.

Le denunce risultano in aumento in tutte le macro-aree geografiche. Reati di stalking in crescita costante Nel 2018 le denunce di stalking sono state 14.871 (19,5% in più rispetto al 2014), di cui le vittime femminili rappresentano il 76,2% del totale.

Contenuta la componente dei minori, pari al 3,8% del totale.
L’incremento dei reati denunciati è riscontrabile in tutte le macro aree geografiche, con i valori più alti al Sud (+26% tra il 2014 e il 2018), seguito dal Centro (+18,6% sul 2014) e dal Nord (+12,7% tra il 2014 e il 2018). Nel Sud si è registrato quasi il 44,7% delle denunce in Italia, così come l’indice di rischio più alto: 32 denunce ogni 100.000 abitanti.

Questa la statistica del rapporto Eures, la geografia sinistra degli orrori, degli errori e persino delle connivenze.

La criminologa statunitense Diana Russel, ci spiega che è la pretesa di dominio maschile a punire la donna con la morte per essersi sottratta a quel potere, al controllo del proprio padre, compagno, marito.

Chi ha deciso la loro condanna a morte?, si e ci interroga. Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe.

La studiosa ci dice che “tutte le società patriarcali hanno usato – e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”, così come l’antropologa messicana Marcela Lagarde sostiene che “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne sia un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza: siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio, secondo Marcela Lagarde ” è un problema strutturale che riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella sua dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé”.

Le donne per difendersi, per sottrarsi alla paura, sono costrette a scappare da casa, quando è possibile portandosi i figli con loro, per andare a vivere in un posto lontano, i figli devono cambiare scuola e sono terrorizzati che il padre trovi la casa protetta e che possa fare ancora male.

Giusto, potenziare i centri antiviolenza e offrire il massimo aiuto alla donna e ai suoi figli, però questi provvedimenti da soli non bastano.

L’aspetto più difficile da affrontare riguarda l’uomo, la sua formazione, il bambino che viene educato a casa, a scuola, l’idea che la società riflette su di lui. Lo si vuole vincitore, forte, lo si coccola e giustifica anche quando sbaglia. Attorno a sé vede adulti uomini che gli imprimono il modello di colui “che conta di più della donna”, in quanto uomo, in quanto dominatore.

Non sono passati secoli da quando le famiglie facevano studiare solo i figli maschi, le figlie potevano stare a casa ad aiutare, tanto poi si sarebbero sposate e quindi. . .

Quindi bisogna invertire la rotta e lavorare sull’uomo violento, sul perché di quella violenza, sarà un processo lungo e quasi disperato questa impresa, ma non se ne esce dall’emergenza senza che l’uomo, il maschio, senta il bisogno di ripensarsi e magari guardandosi allo specchio come racconta Oscar Wilde nel suo Ritratto di Dorian Gray, veda sparire i contorni della sua crudeltà per restituirgli un’immagine che lo riconosca come Uomo.

Andreina Corso

(per approfondire: femminicidio )

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  1. Ai maschi, da bambini, insegnano che le femmine non si picchiano neanche con un fiore.
    Se ci educano da subito a non esercitare aggressività sull’altra metà del cielo è forse un indizio: l’idea che un germe di violenza abiti dentro ogni maschio, o questa cosa non avrebbe motivo di esser detta, nemmeno scomodando i fiori.
    L’ombra del femminicidio, nella vita delle bambine, compare altrettanto presto.
    Cresce piano, seguendo percorsi quasi obbligati, quando educhiamo le nostre figlie a esser docili, mentre ai maschi viene concesso con più facilità di essere indisciplinati e liberi. Quando, durante l’adolescenza, le femmine che sperimentano la propria sessualità vengono considerate ragazze facili, invece per i maschi sembra appartenere all’ordine delle cose.

    L’ombra si addensa ogni volta che, a parità di bravura, per una promozione viene scelto un uomo, ogni volta che a una donna, durante un colloquio di lavoro, viene chiesto se ha intenzione di avere figli, mentre agli uomini questa cosa non viene chiesta mai, come se i maschi fossero esentati dalla paternità, che tanto ci sono le femmine ad alleggerirli dalla zavorra famigliare.
    Ogni volta che, di una madre che torna tardi dall’ufficio, si pensa che sia una mamma disattenta, mentre un padre che fa la stessa cosa è solo un poveretto che si sta ammazzando di lavoro in nome della famiglia.
    L’ombra si allunga quando, sposandosi, le donne si vedono costrette a rinunciare a parte della propria identità, cambiando il cognome in favore di quello del marito, mentre si insinua che senza un uomo a fianco valgano meno, che il mondo mica lo possono affrontare da sole. Quando, per descrivere una stessa condizione, si usa “scapolo” per gli uomini e “zitella” per le donne, dove la prima parola viene associata a una vita traboccante di potenzialità sentimentali, e la seconda indica un’inesorabile data di scadenza.

    L’ombra dilaga ogni volta che pretendiamo di far accettare il ricatto che identifica la femminilità con l’esser sempre docili, oppure quando, al contrario, di una donna efficiente in ambito professionale si dice che è una che ha le palle, come se essere determinati nel proprio lavoro significasse trasformarsi in uomini. Quando, di fronte a uno stupro, si sottintende che una gonna corta o un paio di jeans abbiano fatto la differenza.
    Ma l’ombra più scura è quel pregiudizio che ci porta a concepire ogni donna come costola di un uomo, in cui si accetta una logica maschile basata sul possesso, anche sentimentale, e un destino femminile basato sull’accoglienza e sulla sopportazione.

    Il femminicidio, non a caso, si concretizza spesso quando una donna si permette di dire a voce alta, forse per la prima volta, il suo: “No!” di fronte a un uomo. Un rifiuto che per un maschio, per quanto si consideri evoluto e rispettoso, suona sempre inatteso, addirittura ingiusto.
    Certi uomini, quando quel “no” arriva, lo percepiscono come un’offesa personale, una ribellione inaccettabile. Quasi un’onta. E le onte si possono lavare solo col sangue, coprire con i lividi, cancellare con l’acido, purificare col fuoco. Senza destare stigmatizzazioni unilaterali. Con qualcuno che riconosce addirittura giustificazioni.

    Ne’ bisogna stupirsi quando veniamo a conoscenza dell’ennesimo delitto (magari lo stesso assassino lo conoscevamo di vista e ci viene da dire: cavoli, sembrava cosi’ una brava persona… )
    Il femminicidio, per cominciare, si può dunque disinnescare solo smettendola con gli alibi. Iniziando a capire che mentre essere maschi è una questione di sessualità e ha a che fare con quel che la vita ha scelto per noi, essere uomini è invece una questione di responsabilità, e ha a che fare con quel che noi, ogni giorno, scegliamo per la nostra vita.
    Lavoriamo su questo, anche per i nostri figli.
    Anche per le nostre figlie

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