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Il “David” giudicato osceno, Daniele Radini Tedeschi: “La cronaca non può mai sconcertare, mentre l’arte sì”

Ha fatto molto scalpore il caso della preside Hope Carrasquilla licenziata dalla Tallahassee Classical School, in Florida, per aver mostrato agli alunni la riproduzione fotografica del “David” di Michelangelo, ritenuta dai genitori degli stessi un’opera offensiva del pudore e diseducativa. La colpa dell’insegnante, afferma il Presidente del Consiglio di Amministrazione della scuola, è stata quella […]

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Ha fatto molto scalpore il caso della preside Hope Carrasquilla licenziata dalla Tallahassee Classical School, in Florida, per aver mostrato agli alunni la riproduzione fotografica del “David” di Michelangelo, ritenuta dai genitori degli stessi un’opera offensiva del pudore e diseducativa. La colpa dell’insegnante, afferma il Presidente del Consiglio di Amministrazione della scuola, è stata quella di non attenersi al regolamento che prevedeva di avvisare “con due settimane di anticipo nel caso di eventuali contenuti didattici controversi”. A tal proposito abbiamo intervistato il critico d’arte Daniele Radini Tedeschi, noto intellettuale attento ai nessi tra società e cultura.

Che ne pensa del clamore generato dalla notizia, giunta dall’America, del licenziamento della professoressa?
In realtà io, da sempre, sono rimasto scandalizzato dal “David” di Michelangelo, e per tale motivo lo apprezzo. La cronaca non può mai sconcertare, mentre l’arte sì.  Questo perché il “Sublime” è un po’ come Gesù Cristo, non solo cultura ma incarnazione e scandalo sulla terra, per usare le parole di Testori. Lo scandalo in senso pieno è pertanto una folgorazione, un prodigio potentissimo.

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Il termine che più ha fatto scalpore, è aver definito “pornografica”, da parte di alcuni genitori degli studenti americani, l’opera del “David”. Lei da intellettuale che giudizio estetico darebbe?
Il problema è dare al termine pornografico un significato deteriore, contrapponendolo all’erotico. Invece è tutto il contrario: l’eros è volgare perché prevede un rapporto di parità tra soggetto e oggetto. Si pensi a certe commedie anni 70′ con donne procaci che alzano la gonnella e mostrano la giarrettiera, provocando eccitazione in chi guarda. Dunque l’erotico è volgare, nel suo etimo, da vulgus, popolo. Il “David” invece non provoca, è nudo, è osceno ossia o-skené fuori dalla scena, fuori dal pubblico, per dirla con le parole di Carmelo Bene. Quindi il pornografico è più onesto, non prevede contraccambio, sospiri finti, pruriti. Esso è assoluto: pensiamo, nel cinema, all’ultimo film di Pasolini, Salò, in cui il pubblico non può essere all’altezza di simili eccessi. In arte invece ricordiamo l’espressione di Santa Teresa del Bernini, la gente non può capire profondamente quell’estasi, non riuscirà mai a comunicare con essa. Quindi il “David” è, in tal senso, fortunatamente pornografico.

Dunque, qual è il vero problema dei canoni di “Bellezza” oggi?
Il problema è che noi non siamo nessuno per giudicare Michelangelo, nessun cassazionista potrà mai etichettare il “David”, pretendere di classificarlo secondo la morale. Ogni nomenclatura sarà un’offesa all’arte, in caso contrario si tornerebbe all’arte degenerata, all’iconoclastia: tu sì e tu no. Oggi salviamo Michelangelo perché non pornografico, domani bruciamo Francis Bacon perché osceno. Non si può mettere dei marchi alla bellezza. 

Si incorre sempre più spesso nella censura, basti pensare che anche i social bocciano l’arte, opere come “L’Origine del Mondo” di Courbert o artisti quali Pontormo, Ingres, Schiele si scontrano con un algoritmo che non riesce a distinguere un nudo artistico da un contenuto vietato. Che soluzione propone?
È come dare a Zuckemberg il potere di decidere, con i suoi algoritmi, quale arte debba essere trasmessa ai posteri. Ci rendiamo conto che la cancel culture viene esercitata anche quando difendiamo, col loro metro di giudizio, qualcosa di così alto, intoccabile, come la Bellezza? Dovremmo tutti fare un passo indietro, smettere i panni di Salomone, toglierci la toga: l’arte non è soggetta al like o al pollice verso.

il critico d'arte Daniele Radini Tedeschi
il critico d’arte Daniele Radini Tedeschi

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Secondo il suo discorso quindi il pubblico o gli utenti, se pensiamo ai social, sarebbero colpevoli quanto chi ha licenziato la professoressa?
Sì perché il pubblico deve “fidarsi dell’arte” senza metterla a processo. Dare un giudizio morale a opere di questa portata è come- conducendo il discorso al suo eccesso-  giudicare Dio secondo il criterio di colpevolezza o innocenza. Purtroppo viviamo in un’ epoca senza fede. 

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2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Molti dei cosiddetti artisti moderni non sarebbero nemmeno da dove cominciare per realizzare un opera del genere e nemmeno potrebbero imitare molti degli artigiani e veri artisti ormai destinati a scomparire ….Ecco un altro lato della cancel culture che va di moda oggi per far spazio a benemeriti imbrattatori di tele ( e muri )o scultori di immondizia…

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