Il Caso Spotlight, film che mantiene la promessa: sobrietà che non compromette il pathos

Presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia ultima scorsa e benedetto da una pioggia di Oscar, “Il caso Spotlight” del regista Tom McCarhty ha perdurato nelle nostre sale grazie ai consensi di pubblico, che ha dimostrato interesse e gradimento per questa pellicola che ricostruisce i passi di un’inchiesta del Boston Globe un celebre caso di pedofilia da parte delle gerarchie ecclesiastiche avvenuto a Boston nel 2003.

La sceneggiatura del film, a cura del regista e di Josh Singer è stata realizzata nel 2013 e rimasta dormiente per quasi due anni.

Assieme a “Spotlight” nelle nostre sale è uscito “Truth”, altra ricostruzione, relativa ad un’inchiesta sul passato militare di George Bush jr.. Per entrambi i film il modello di richiamo resta “Tutti gli uomini del presidente”, inutile negarlo. Un prototipo influente quasi quanto “Quarto Potere” di Welles (che era già una straordinaria inchiesta giornalistica, tra le tante altre cose). Naturalmente ciò non è assolutamente un difetto.

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Si può constatare, perlomeno questo è il mio parere, che “Spotlight” riesce molto meglio a fare centro di “Truth”, piatto resoconto con colpi di pathos abbastanza prevedibili.

“Spotlight” non sarà “di gran lunga il miglior film dell’anno” come recitano i flani ma è certamente un film sobrio, asciutto, ben recitato e condotto con misura e fiducia sulle possibilità del cinema civile in quanto tale, senza bisogno di ricatti emotivi. Che, tanto, la materia ne offre a iosa. Specie oggi, che gli scandali sessuali negli ambienti ecclesiastici, sono materia all’ordine del giorno, fino a sfociare quasi nel pettegolezzo di certe arene tv che tutto inglobano e livellano.

Le qualità di “Spotlight” sono rintracciabili nell’attenzione data alla scottante materia. Invece di un film tracotante, abbiamo una sottile, holmesiana inchiesta, che parte da un debole filo per rivelarsi macroscopica. E nell’adeguato trattamento del punto di vista della sessualità.

“Spotlight” prende in esame le problematiche del celibato e, man mano che i risultati dell’inchiesta letteralmente travolgono i giornalisti stessi, si mettono in scena, in particolar modo attraverso i dialoghi le qualità della vita sessuale degli ecclesiastici. Ben attento, il regista, a separare l’omosessualità e comunque tutte le identità sessuali dalle perversioni attuate dai preti della vicenda. Per i quali, più che di tendenze sessuali latenti, si tratta di sessualità repressa in toto e di sottili, perversi, giochi di potere e sopraffazione verso giovani di bassa estrazione sociale, soggetti deboli e privi di qualunque strumento per definirsi. Ragazzi per cui un prete poteva essere una personalità a cui affidarsi e a cui invece han dovuto offrire la propria giovinezza.

Tirando le somme “Spotlight” mantiene la promessa: non è un film melodrammatico e ricattatorio ma la sua sobrietà non compromette il pathos. Il cast (da Michael Keaton a Mark Ruffalo, Rachel McAdams, l’appassionato John Slattery un compassato Liev Schrieber, neo direttore del quotidiano, la cui origine ebraica sarà un punto cardine per la storia e un eccellente Tucci, nei panni di un avvocato a dir poco eroico) è perfettamente adeguato; il film è secco, senza scarti di stile e gusto. Non so dire se forse è sin troppo avaro ma di questi tempi e con uscite modeste come il cugino “Truth” la cosa non è di poco conto.

IL CASO SPOTLIGHT (Spotlight, 2015) 128 min., USA
regia Tom McCarthy
con Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Stanley Tucci, Liev Schrieber, John Slattery

giovanni natoli cinema film

Giovanni Natoli

04/05/2016

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