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domenica 01 Agosto 2021

Se i gatti son pronti… Di Cesare Colonnese

HomeCesare Colonnese e il CalderinoSe i gatti son pronti... Di Cesare Colonnese

Quando da bambino frequentavo le suore Silvestre, mi ero convinto da solo che il loro nome fosse legato in qualche modo ai cartoni animati di gatto Silvestro. E dato che i gatti erano i miei Amici per eccellenza ci andavo ancor piu’ volentieri.

Sono trascorsi anni, i ricordi di quei giorni si sono allontanati, eppure qualcuno e’ rimasto talmente nitido che qualche volta quando mi abbandono al sonno ho l’impressione di varcare di nuovo quella soglia.
Mi torna in mente che appena superavo il portone di ingresso di quell’enorme palazzo veneziano, venivo catturato da un profumo di pulito che ancora riesco a sentire se socchiudo gli occhi. Ero convinto che fossero le gonne delle suore a profumare cosi.
Un odore intenso, imperniato, una fragranza che dopo le undici del mattino veniva confusa dal profumo di sughetto al pomodoro, di quelli rossi rossi, fatti con tanto di concentrato e soffritto di cipolla che servivano a condire abbondantemente i piccoli ditalini rigati che io prediligevo ad ogni altra pietanza.

Poi c’era il gatto. Un enorme gatto soriano con due pupille gialle grandi così. Era il mio martire e il mio alleato, me lo spupazzavo come fosse un mocho per pulire il pavimento e lui ricordo che mai, per nessun motivo tirava fuori le unghie per farmi del male. Era diventato un po’ il mio giocattolo, anche se io non mi rendevo conto che esageravo, ma lui me lo faceva capire quando di improvviso si alzava in piedi e fuggiva via con la coda dritta come un bastone.
Lo avevo soprannominato Baston.

Erano questi i motivi per cui amavo andare dalle suore Silvestre. Per Suor Giuliana, la suora mite amata da tutti, per il profumo di pulito, per i ditalini rigati al pomodoro rosso e per Baston, il mio gatto prediletto.
Per arrivare dalle suore facevo minimo tre tappe con gatti diversi.

Venezia e’ sempre stata la casa dei gatti. Dipinta, ricordata, immaginata, fotografata quasi sempre con i suoi gatti.
In quasi tutte le foto, lì in un angolo, vedevi un gatto accovacciato sulla pietra del balcone in attesa di chissa’ che cosa.
Immobile, ozioso, impegnato a far passare il tempo, coccolando i passanti con quello sguardo felino socchiuso tipico di un gatto che vuol farsi accarezzare ed amare.
Venezia era così, una citta’ in cui i gatti (e anche le persone) non correvan pericoli e potevan giacere sdravaccati giornate intere nei campielli sotto il sole, in attesa solo di una brava “gattara” che portasse loro un boccone prelibato da buttar giu’.

Gattare ve ne erano molte, brave donne, follemente innamorate dei piccoli felini, si facevan carico di loro a proprie spese, comperavano scatolette e procuravano per l’inverno, coperte vecchie di lana da distendere sui marmi, per farsì che l’inverno fosse un po’ meno gelido per i gatti di strada. I gatti le conoscevano, le aspettavano puntualmente, tutti i giorni a ora di pranzo.

Poi, di improvviso, un giorno assistei a uno spettacolo che mi traumatizzo’. Vidi una anziana gattara prendere i gattini appena venuti alla luce e chiuderli dentro a un sacchetto di nylon. “I picoi bisogna anegarli” disse, e dopo esser faticosamente salita sul ponte con le sue oramai allargate ciabatte di casa, sporse la testa fuori e getto’ il sacchetto al centro del canale. Feci tutta la fondamenta di corsa fino a raggiungere casa e da sotto la finestra gridai il nome di mio Padre a squarciagola, non vedendo l’ora di denunciare l’accaduto. Pensai in quel momento che in tutto questo c’era una gran contraddizione: una gattara che amava i gatti, eliminava sistematicamente…

> > continua > >

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