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I registi Yuval Abraham e Rachel Szor sono finiti al centro di un acceso scontro politico in Israele dopo che il loro documentario Naza ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria alla 83ª Mostra di Venezia.
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Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato l’intenzione di agire per revocare la cittadinanza ai due autori, definendo il film “vile” e sollecitando verifiche sull’origine dei materiali impiegati nell’opera. In una lettera al capo dello Shin Bet, David Zini, Zohar ha chiesto di accertare se vi sia stato uso illegale di informazioni sensibili o segrete.
Naza raccoglie le testimonianze di 24 membri dell’intelligence israeliana apparse in forma anonima, che nel film denunciano tecniche usate dall’esercito per colpire obiettivi a Gaza e che, secondo la ricostruzione, avrebbero portato a vittime civili. Il governo israeliano ha respinto i contenuti del documentario, sostenendo di non poter verificare l’identità delle fonti e ribadendo l’impegno a evitare vittime civili.
Le reazioni istituzionali hanno assunto toni duri. Oltre al ministro Zohar, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha parlato di “calunnie” e di distorsioni della realtà, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invitato gli autori a lasciare il Paese, e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha collegato il caso a un presunto aumento di incitazioni antisemite, criticando anche l’opposizione.
La procedura per togliere la cittadinanza, sottolineano fonti legali citate, non dipende dal solo ministro della Cultura ed è soggetta a limiti stringenti: secondo una sentenza della Corte Suprema del 2022 la revoca può scattare solo per casi accertati di tradimento della lealtà e richiede l’intervento del ministro dell’Interno, il parere del ministro della Giustizia e la convalida di un collegio di giudici. Il percorso è dunque complesso, incerto e non è mai stato applicato a produzioni giornalistiche o cinematografiche.
Più concreta sul piano operativo è l’inchiesta chiesta allo Shin Bet: un accertamento sull’origine delle informazioni potrebbe trasformarsi in indagini su eventuali reati connessi alla diffusione di dati riservati, con possibili conseguenze penali per le fonti militari anonime oltre che per i registi.
Dopo il premio a Venezia, Yuval Abraham ha raccontato di aver cancellato i propri profili social a causa di attacchi e fotomontaggi offensivi e ha espresso timore di non poter più rientrare in Israele. Ad Ashdod è comparso un murales con i loro volti e la scritta “traditori”, segnale del clima di ostilità che si è creato. Esponenti del mondo del cinema hanno tuttavia raccolto oltre 1.500 firme in loro sostegno, tra cui quelle di Ari Folman e Nadav Lapid.
Naza nasce da quasi tre anni di lavoro e da un’inchiesta realizzata insieme al quotidiano britannico The Guardian, in collaborazione con +972 Magazine e Local Call, che tra il 2023 e il 2025 avevano pubblicato reportage sui presunti sistemi di intelligenza artificiale impiegati per selezionare obiettivi a Gaza. Il titolo richiama l’acronimo ebraico “Nezek Agavi”, usato dall’intelligence per indicare il numero atteso di vittime civili collaterali.
Le testimonianze nel film appaiono con volto e voce alterati; il racconto include descrizioni di tecniche di identificazione dei bersagli e l’uso di strumenti digitali per intercettare comunicazioni. Le riprese, girate di notte sui tetti di Tel Aviv, sono state mantenute segrete durante la lavorazione. Presentato in concorso all’ultimo momento, Naza è stato proiettato in Sala Grande il 10 settembre e ha ricevuto un applauso di 25 minuti, record per l’edizione 2026 della Mostra; la giuria lo ha premiato con il riconoscimento speciale, terzo nella gerarchia dei premi.
Tra i produttori figura il regista premio Oscar Jonathan Glazer. I due autori hanno percorsi nati dal giornalismo d’inchiesta: Yuval Abraham, nato a Beersheba nel 1995 da famiglia di origini mizrahi e ashkenazite, ha lavorato come giornalista investigativo e traduttore dall’arabo, collaborando con +972 e Local Call e partecipando alla fondazione della piattaforma Across the Wall insieme al giornalista palestinese Muhammad Alnaouq, progetto poi sospeso dopo che ventitré familiari di Alnaouq sono stati uccisi a Gaza. Rachel Szor, nata a Gerusalemme nel 1994, è cineasta, montatrice e direttrice della fotografia: è stata tra gli autori di No Other Land (2024), premiato all’Orso d’oro di Berlino e vincitore dell’Oscar al miglior documentario nel marzo 2025.
Il clima di tensione è alimentato anche da precedenti episodi di violenza contro cineasti e collaboratori: tra questi l’aggressione subita da Hamdan Ballal dopo l’Oscar per No Other Land e l’uccisione del professore Odeh da parte di un colono il 29 luglio 2025, fatti richiamati nel dibattito sulla sicurezza dei registi e delle loro fonti.
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