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Doina Matei libera. L'avvocato: "Ma resta il suo dramma interiore per il danno che ha cagionato"

Doina Matei, una storia che va raccontata bene.

Il delitto.

Il 26 aprile del 2007, il giorno maledetto. Nella stazione Metro Termini, nell’uscire dalla metro, Vanessa Russo si sente spingere e si lamenta con due ragazzine.

Il diverbio continua anche dopo scese e poi il gesto di lucida follia. Una delle due straniere agita le mani con l’ombrello che sta tenendo. Pare un gesticolare comune, invece è l’inizio della tragedia.

Improvvisamente, infatti, la punta dell’ombrello viene spinta con forza verso il viso di Vanessa. Il gesto viene eseguito con l’evidente intento di ferire, altrimenti non avrebbe puntato al volto.

La punta di acciaio dell’ombrello entra da un occhio, raggiunge il cervello di Vanessa Russo, e lo devasta.

Vanessa, 23 anni, studentessa universitaria, cade per terra scossa da convulsioni. L’ombrello aveva causato la rottura di un’arteria cerebrale. La morte della giovane arrivò dopo un giorno di coma.

La testimone del delitto: l’ombrello a mo’ di spada.

 
ASSOCIAZIONE LA VOCE DI VENEZIA 5X1000
 

Di Doina Matei, romena di 25 anni, era la mano che spinse l’ombrello con una violenza sufficiente ad uccidere. (Costanza, minorenne connazionale, l’altra che era con lei).

Ma fu individuata perchè confessò? Si fermarono a prestare soccorso a Vanessa stramazzata al suolo?
Niente di tutto questo: prese per mano l’amica con cui era insieme e si avviarono velocemente all’uscita disperdendosi.

Anzi, Doina anche dopo essere stata identificata, proverà a mentire negli interrogatori.

Grazie a minuziose indagini, con lo studio infinito di filmati delle videocamere, la polizia arriverà alla responsabile.

Una testimone dichiarò nella sua deposizione: “La ragazza con l’ombrello l’ha usato a mo’ di spada all’altezza del viso”.

Doina Matei aveva invece parlato di un ceffone ricevuto e dell’ombrello sul quale «lei ci è caduta sopra».

«La ragazza colpita – racconta S.S. – immediatamente si è portata una mano sul viso e si è accasciata. Le due ragazze dopo aver gettato l’ombrello si sono subito allontanate. Immediatamente io e un’altra signora abbiamo cercato di aiutare la ragazza ferita che perdeva molto sangue». A domanda dell’investigatore, la testimone risponde: «Non so se una delle due ragazze ha spinto la ragazza ferita all’interno del vagone oppure ha tentato di derubarla».

Un’altra testimone, una ragazza di Barletta, dirà nella sua deposizione: «Ho visto le due ragazze litigare verbalmente tra di loro, mentre una terza ragazza cercava di fermare quella che mi stava di fronte. Ma questa, invece di desistere, con un ombrello che teneva in mano, con violenza la colpiva al volto con la punta dell’ombrello stesso la ragazza di fronte. Questa cadeva a terra perdendo sostanza ematica, e le due ragazze sopra indicate abbandonato l’ombrello si allontanavano di corsa».

Difficile trovare nel comportamento dell’assassina ravvedimento o pentimento.

Le indagini.

Doina Matei di 21 anni e l’amica minorenne (che appare nelle immagini delle telecamere a circuito chiuso della metrò), vengono arrestate tre giorni dopo, bloccate a Tolentino, in provincia di Macerata.

Assieme a loro è stato arrestato un operaio argentino con l’accusa di favoreggiamento. Ospitava le due in fuga da Roma.

Il lavoro sui filmati delle videocamere ma anche i controlli sui permessi di soggiorno hanno permesso agli investigatori di individuare il nascondiglio. In passato le due romene avevano lavorato in un night della provincia di Macerata, e l’uomo a casa del quale le due fuggiasche avevano trovato ospitalità era una loro vecchia conoscenza, fatta proprio all’epoca in cui si esibivano nel night.

La condanna.

Doina Matei, in primo grado, viene condannata a 16 anni di reclusione. Secondo il Gup di Roma Donatella Pavone, va derubricata l’ originale imputazione di omicidio volontario, trasformandola in preterintenzionale: non c’era volontarietà di uccidere.

Nel 2008, la I Corte di Assise di Appello di Roma ha confermato la condanna inflitta a Doina in primo grado nel novembre dell’anno prima, al termine del giudizio abbreviato.

Condanna confermata a 16 anni di carcere, quindi. Ma la domanda, con il tempo, diventerà: quanti ne farà davvero di quei 16 anni?

Il regime di “semilibertà”.

A fine del 2015, dopo circa otto anni dall’omicidio, la Matei ottiene la semilibertà. In buona sostanza, la ragazza può uscire durante il giorno, ottiene di lavorare presso una cooperativa sociale, viene impiegata in una pizzeria con l’unica prescrizione di rientrare nel carcere femminile della Giudecca la sera.

Lo “scandalo” delle foto in Facebook.

Nel 2016 il nome della giovane romena sale di nuovo agli onori delle cronache perchè, usufruendo legittimamente del regime di “semilibertà” torna ad una vita attiva e “goduta”. Posta quindi foto nel suo profilo Facebook in cui si vede che si diverte. Doina pubblica selfie mentre è al mare, oppure con cocktail in mano (qualcuno dice durante una festa, ma la notizia non è confermata) provocando un’ondata di indignazione collettiva che metterà in discussione, a livello popolare, la sua ritrovata “libertà”.

Il Tribunale di sorveglianza, però, “perdonerà” la ragazza e non revocherà i benefici. Lei dichiarerà: “Non sapevo che non potevo pubblicare foto in Facebook, non lo farò più”.


L’attacco a La Voce di Venezia.

Subito dopo aver parlato di questo ultimo fatto, il nostro sito e la nostra pagina Facebook sono stati presi d’attacco da un gruppo di malintenzionati come racconterà anche La Nuova Venezia, un attacco che le indagini stabiliranno provenire dalla Romania.

Per due giorni il sito è stato assaltato da attacchi informatici con evidenti intenti distruttivi, mentre la pagina Facebook del giornale è stata riempita di minacce di morte e di foto eloquenti di delitti strazianti e amputazioni.

Lo studio degli IP e la vicinanza temporale tra i due eventi evidenziano la responsabilità di “amici romeni” intervenuti come ritorsione alla pubblicazione della notizia.

Nessuno potrà mai dire se essi siano intervenuti su sollecitazione diretta.

L’affidamento in prova ai servizi sociali

Doina Matei a gennaio del 2017 ottiene l’affidamento in prova ai servizi sociali. Il fatto porta un ulteriore ampliamento dei diritti concessi.

La ragazza da quel giorno vivrà per conto suo in una casa di Mestre messa a disposizione dall’Uepe (Ufficio di esecuzione penale esterna) con l’obiettivo di farla lì rimanere fino a febbraio 2020, data prevista per la fine della pena.

Il tribunale ha comunque fissato una serie di prescrizioni: può uscire di casa dalle 6 alle 22, ma non può allontanarsi dalla città e non può fare viaggi all’estero.

Vietati, inoltre, i social network, anche con identità fittizia, dopo il fatto descritto sopra.

Giugno 2019, la libertà definitiva.

Doina Matei, dal 24 giugno 2019, è una donna libera. Il giudice del tribunale di Sorveglianza di Venezia ha firmato l’atto con cui ha certificato il fine pena.

Una conclusione anticipata di quattro anni ottenuta grazie alla buona condotta che ha consentito di “guadagnare” 45 giorni di liberazione anticipata ogni sei mesi di carcere.

Uno “sconto di pena” di quattro anni che getta nello sconforto la famiglia della ragazza morta, Vanessa Russo.

«Doveva fare 16 anni di carcere, forse ne ha fatti 7 o otto, la metà, quindi esce e lavora. E oggi è definitivamente libera. Cosa li facciamo a fare i processi? Sono dieci anni che aspettiamo un risarcimento. Ma non è arrivata nemmeno una telefonata. Mia moglie per questa storia si è ammalata» ha dichiarato il padre.

“Per Doina incomincia adesso una nuova fase della sua vita, in questo percorso di detenzione ha capito molte cose ma resta il suo dramma interiore per il danno che ha cagionato”. Cosi’ l’avvocato Carlo Testa Piccolomini, commenta il ritorno in libertà della sua assistita, Doina Matei.

Doina Matei libera. L'avvocato: "Ma resta il suo dramma interiore per il danno che ha cagionato"

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