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sabato 16 Gennaio 2021

Diventare mamma in epoca di coronavirus, paure e interrogativi

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Diventare mamma ai tempi della pandemia, con ansie e paure prima per il lockdown, poi con timori e dubbi per la ‘Fase 2′. Tutto sulle spalle delle donne che già si confrontano con il periodo della gravidanza che rappresenta un percorso di incognite.

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Un aspetto di cui poco si è parlato e a cui poco si è pensato. Con un’ Italia che è stata in piena emergenza pandemica, poca attenzione è stata riservata alle future mamme e ai nuovi nati che sono venuti alla luce nel mondo del Coronavirus.

Una platea di più di 30 mila donne, si stima, in attesa spesso del primo figlio.

Neomamme che hanno dovuto partorire necessariamente da sole, senza il conforto dei compagni in sala parto con rarissime eccezioni grazie all’ aiuto tecnologico (all’avanguardistica Humanitas di Milano i papà potevano seguire il lieto evento a distanza con un tablet) o l’aiuto pratico di madri, sorelle, zie che magari vivono in altre Regioni e a causa del lockdown non hanno potuto raggiungere la loro familiare incinta.

Mamme che hanno dovuto eseguire il tampone il giorno stesso del parto, anche con il rischio di venire trasferite su due piedi in un punto nascita Covid, differente dalla struttura di riferimento, con tutto quello che questo comporta anche a livello di stress emotivo.

Ad esempio, a Roma, il Gemelli ha creato uno dei due hub della Capitale per le nascite (l’altro è al Fatebenefratelli) nell’area Covid, dove, ci spiega il primario Antonio Lanzone, “si svolgono i parti e l’assistenza a pazienti affette da Coronavirus o sospette affette. Finora ci sono stati cinque parti di questo tipo, meno che nelle zone più colpite come a Bologna dove sono stati una quindicina, e una quarantina al Sacco di Milano. La procedura attuata è semplice: si fanno test rapidi con il tampone con responso entro 4-12 ore e se positiva la mamma va in isolamento, il papà viene allontanato e si aggiungono problematiche relative soprattutto alla gestione del post parto”.

Ma infezione a parte, come vivono le neo mamme queste gravidanze che si sono trasformate di colpo in una vera impresa? “Non è la gravidanza che avevo immaginato – racconta Luisa, 40 anni, impiegata di Roma, al settimo mese e alla prima esperienza come mamma -. Purtroppo tanti aspetti belli, anche banali come andare in un negozio a scegliere fasciatoi e tutine, sono venuti meno. E poi tante difficoltà: sono stati giorni in cui non riuscivo a rintracciare l’ostetrica, il mio ginecologo non sapeva ancora dirmi quale sarebbe stato l’ospedale in cui partorivo. Mia madre vive in un’altra regione e non poteva raggiungermi. Il mio compagno è presente, anche perché è in smart working, ma devo ammettere che alla fine mi sento piuttosto sola e la felicità iniziale a volte è stata ricacciata indietro da un senso di angoscia”.

L’ultimo dato relativo alle nascite risale a febbraio quando l’Istat ha certificato 435 mila nuovi nati nel 2019, un numero mai così basso in Italia e rinforzato, si sa, dai parti delle donne immigrate (un quinto del totale).
Save the Children ha stimato la perdita di 134 mila nascite in dieci anni parlando di “smottamento” demografico.

Chi sta affrontando una gravidanza ora cerca soprattutto di concentrarsi sugli aspetti organizzativi perché, ci dice Silvia, 43 anni, direttrice marketing a Milano, “quello che sarà molto complicato, sarà soprattutto il dopo, almeno il primo mese. E’ vero che è previsto un buono babysitter ma con il lockdown io non ho potuto neanche fare dei colloqui ed è difficile in questo momento dare fiducia a una persona che si occupi del tuo neonato quando ancora non è del tutto chiaro quali misure protettive dovremo attuare nei suoi confronti”.

Bene i corsi pre-parto online per scambiarsi informazioni e magari fare un po’ di rete. Ma anche qui c’è qualche limite. “La stessa ostetrica – continua Silvia – mi ha detto che quello che spiegava in 4 ore, ora lo riduce in una. Ho un po’ il timore che vada perso qualche passaggio importante”.

A Roma, in una Italia ormai frammentata in Regioni, c’è Anna Claudia Massolo, pediatra del Bambino Gesù ed anche lei futura mamma alla 35/ma settimana. Come gestirà il nascituro? “Il neonato meno persone vede e meglio è. Si devono igienizzare continuamente le mani e attuare al massimo le misure di precauzione che abbiamo imparato a conoscere in questi giorni. Il face shield? Non so, mi lascia perplessa per ora, lo usano in Thailandia, chissà non arrivi anche da noi. L’essenziale rimane che i contatti siano più che ridotti e che si mantenga una distanza di due metri almeno rispetto al neonato. All’inizio mi dispiaceva molto, come anche il fatto di aver dovuto annullare le vacanze in montagna. Ma poi ho completamente rielaborato la percezione del mio diventare mamma e ho pensato: non lascerò che il virus mi rovini questa gioia. Piuttosto, visto che mi impone di passare più tempo con mio figlio, mi darà la possibilità di godere ogni singolo attimo con lui, assaporare ogni sua piccola evoluzione”.

Le mamme coinvolte lo sanno, ma non lo dicono: il rischio di una trasmissione del virus dalla donna al feto non è provata come non è smentita. “Non lo sappiamo con certezza”, spiega Lanzone, “ci sono dei casi in cui il virus è stato riscontrato nella placenta. Proprio per questo dobbiamo attuare policy molto stringenti”.

I casi di “gravide” contagiate non sono comunque molti: “Fortunatamente le donne in attesa si erano messe, non dico proprio in quarantena, ma in una specie di isolamento fin da subito. Questo le ha evidentemente protette”.

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