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giovedì 05 Agosto 2021

Covid, perché alcuni finiscono in rianimazione? Ecco la prima risposta

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Covid, perché alcuni finiscono in rianimazione? Perché alcuni non manifestano sintomi mentre altri – purtroppo – perdono la vita?
E’ forse il più grande mistero della malattia ma oggi gli scienziati potrebbero aver imboccato la strada giusta per svelarne i segreti in un futuro che speriamo vicino.
La gravità dei sintomi dipende dal dna da cui lo studio dell’università di Chieti: ecco la ricerca su genotipi e sui motivi per cui alcuni sviluppano tempesta citochinica.
La domanda di partenza: esiste un legame genetico che possa spiegare perché, su 10 positivi, solo uno sviluppa i sintomi più gravi, ovvero la cosiddetta tempesta citochinica finendo in rianimazione?
È quello che si sta cercando di capire nel laboratorio di genetica molecolare test covid-19 dell’università di Chieti con uno studio guidato dal direttore Liborio Stuppia, intervistato dall’agenzia Dire per fare il punto sulla situazione Covid in Abruzzo.
Ed è proprio sulle varianti che si sta conducendo la ricerca che, se dovesse trovare risposte positive, rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione nell’approccio alla malattia e la cura sui pazienti positivi.

– È possibile che vi sia un legame tra il Dna e la possibilità di sviluppare sintomi più gravi della malattia?
“Ognuno di noi è diverso. Ci sono due cose che ora si stanno studiando. Una: quali sono i genotipi che proteggono o indeboliscono rispetto all’infezione; l’altra, su cui lavoriamo anche noi, è la suscettibilità individuale basata sulla variabilità genetica a sviluppare i sintomi.
Nel primo caso, per capirci, ci si chiede: se sono in una stanza con 10 persone perché 9 prendono il virus e io no?
Potrei avere un genotipo che mi protegge.
Nel secondo caso la domanda è questa: se siamo 10 positivi ricoverati in ospedale, perché solo io, tra questi, sviluppo la cosiddetta tempesta citochinica e finisco in rianimazione?
Lo studio noi lo stiamo portando avanti sulle varianti, quindi è ancora all’inizio, avendole conosciute da un paio di mesi.
Vogliamo capire se cambia il rischio di sviluppare sintomi gravi.
Quello che cerchiamo di capire è quindi questo: se ho 10 persone infettate, metà con la variante inglese e metà con quella tradizionale ci sono delle differenze genetiche nei pazienti?
Se di un positivo io potessi sapere che rischio ha di sviluppare la fase acuta e di finire in rianimazione, sarei in grado di distinguere i pazienti e questo sarebbe importantissimo nella lotta alla malattia”.

– A proposito di vaccino. Anche l’Abruzzo valuta la dose unica. Lei cosa ne pensa? Non è rischioso, visto la difficoltà di reperimento, rinunciare alle scorte per la seconda dose?
“Non sono un esperto del settore. Mi è sembrato come dire strano che si sia passati da un momento in cui si diceva di non fare l’errore di non tenere la seconda dose all’opposto.
Non siamo tutti biologicamente uguali. Posso farle un esempio.
Qui siamo una trentina di persone e abbiamo tutti ricevuto la prima dose. Su 30, in 29 hanno sviluppato gli anticorpi, tranne uno: il sottoscritto.
Se dicessi che va bene una sola vaccinazione potrei dire che per me non è stata sufficiente, ma se dovessi ragionare per gli altri e dunque vi fosse una variante statistica confermata che, come in questo caso, ci dicesse che solo 1 su 30 non sviluppa gli anticorpi con la prima dose, allora questo tipo di ragionamento ce lo potremmo permettere.
Le persone sono diverse per cui se il loro sviluppo fosse su 29 persone su 30, sarebbe un successone”.

(fonte: «Agenzia DIRE» )

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