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Cold War, un racconto di amour fou

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Cold War, un racconto di amour fou

Formato cinematografico quadrato, bianco e nero fedele a certo cinema dei ‘60, durata di appena 85 minuti. “Cold war” sembra volere idealmente riagganciarsi al cinema di un certo passato, tra Francia ed Est Europa. E infatti il titolo e le location del film confermano queste scelte stilistiche.

Un racconto di amour fou come non si vedeva da tempo; e la maggior parte della critica acclama quest’opera di Pawlikowski come un capolavoro. Ma è davvero così? A mio parere più che un grande film sembra un film spaesato, come i due protagonisti. Talvolta, in sala, mi chiedevo persino il senso di questa realizzazione, fascinosa ma per buona parte inutile. Forse siamo in astinenza da storie di questo tipo? Raccogliendo commenti del pubblico, al termine del film, sembra di no.

“Cold war” è ambientato a cavallo degli anni 50 e 60 e vede come protagonisti Wictor, un musicista e direttore d’orchestra, e Zula, una cantante; il loro incontro avviene durante una ricerca di talenti in giro per la Polonia per formare un gruppo di danza e canti popolari sotto l’egida del partito comunista Sovietico. Tra Zula e Wictor la scintilla scocca immediatamente. Lui ombroso e fascinoso pianista e direttore d’orchestra, lei giovane, biondissima, bella e piena di temperamento, con un passato difficile. La loro storia d’amore disperata si compone di fughe, allontanamenti, riavvicinamenti e declini esistenziali, pervasi dall’egoismo obnubilante di chi è preda della passione. Wictor certamente vittima di Zula, che conduce il gioco ma è una sconfitta anch’essa.

L’inizio del film intriga; il racconto relativo alla selezione dei giovani artisti per formare la compagnia è secca ma efficace, persa nell’abbacinante neve dei panorami o nelle penombre delle scene delle prove; così come il percorso parallelo tra la costruzione dello spettacolo e gli avvicinamenti tra i protagonisti, sembrano fornire sufficiente motivo di curiosità per proseguire con la storia. Soprattutto per il carisma di Joanna Kulig, nella parte di Zula. Meno per Tomasz Kot, Wictor, adeguato ma monocorde. (nel film recita anche il regista Cèdric Kahn).

Riguardo la forma di “Cold war”, il regista ha le idee chiare; fotografia nitida, suddivisione senza fronzoli delle scansioni della narrazione, gusto per le inquadrature, abile negli scenari notturni come nelle incandescenze della neve. Chi ha visto il suo “Ida” sa di cosa parlo.
Mancano le sorprese, però. Perché è una storia più volte raccontata e in tale forma e che non ha granché da offrire se non una passeggera seduttività di ritorno. In alcuni momenti il film fa persino sorridere involontariamente, come nella scena in cui Wictor diventato pianista jazz a Parigi, perde il controllo; in un film di Kaurismaki sarebbe stata una scena perfetta, in questo contesto privo di surrealtà stona più delle frasi del pianista. Più spesso si incontra il dejà vu (come nel punto in cui Wictor ritrova Zula sposata e con prole e quest’ultima palesa il suo reale amore davanti al marito).

Il momento che mi è parso più notevole è l’ingresso di Wictor nella chiesa diroccata, con inquieti affreschi di volti di Cristo che emergono dall’intonaco scrostato, simili a certe suggestioni tarkowskjiane. E il tetto privo di vetrata, che ricorda un po’ la “camera degli amanti” di Mantegna.

L’idea di legare l’inizio e la fine è l’intuizione forte di un film che, a mio parere, soggiace nella sua pretesa di autorialità, per buona parte evanescente.
E la guerra fredda?

COLD WAR
(Zimma Vojna; Polonia, Francia, Regno Unito)
Regia: Pawel Pawlikowskji
Joanna Kulig, Tomasz Kot, Cèdric Kahn

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Giovanni Natoli
Giornalista e critico cinematografico. Puntuale testimone della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, pubblica le sue recensioni sulla rubrica 'Moviegoer, appunti di uno spettatore cinematografico'.

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