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giovedì 21 Ottobre 2021

Caporalato e sfruttamento in Veneto con cooperativa sociale: arresti all’alba

HomeL'indagineCaporalato e sfruttamento in Veneto con cooperativa sociale: arresti all'alba

Caporalato a Padova: migranti sfruttati pagati 3 euro l'ora

Caporalato e sfruttamento con lavori particolarmente gravosi retribuiti pochissimo, senza condizioni di sicurezza, offrendo vitto e alloggio in condizioni disumane: questa mattina in Veneto sono scattate le manette.
3 gli arresti all’interno di una “cooperativa sociale” in cui risultavano impiegate decine di cittadini stranieri nei campi ‘in nero’. Una situazione non nuova di sfruttamento in Veneto.
L’operazione è scattata alle prime ore di oggi, quando i Carabinieri del Gruppo Tutela del Lavoro di Venezia hanno iniziato ad eseguire, nelle province di Verona e Vicenza, tre misure di custodia cautelare emesse dal Gip presso il Tribunale di Verona, nei confronti di un cittadino marocchino, un albanese e una donna italiana, per il reato di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento di lavoratori.
I militari hanno accertato lo sfruttamento di decine

di cittadini marocchini impiegati, anche “in nero”, in aziende agricole delle province di Vicenza, Verona e Padova, che versavano in stato di bisogno e venivano impiegati nelle campagne anche 12 ore al giorno a fronte di paghe irrisorie.
L’indagine è stata condotta, tra maggio 2019 e il luglio scorso, dai militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Vicenza con la collaborazione dei colleghi di Verona, dopo una serie di controlli in aziende agricole delle tre delle province.
Con il coordinamento del pm veronese Maria Beatrice Zanotti, i Carabinieri hanno individuato una cooperativa agricola con sede a Cologna Veneta (Verona), che reclutava cittadini marocchini come manodopera in aziende del territorio, in regime di sfruttamento.
Con pedinamenti, ispezioni e testimonianze di numerosi lavoratori, sono stati individuati i tre indagati: il titolare dell’azienda fornitrice di manodopera, un marocchino che si occupava del reclutamento dei lavoratori, un suo stretto collaboratore di cittadinanza albanese, con le funzioni di intermediario di manodopera, e la donna italiana, collaboratrice di uno studio commercialista, che come consulente del lavoro consentiva alla cooperativa di evadere gli oneri contributivi per i dipendenti.
Ai lavoratori veniva versata

una retribuzione nettamente inferiore a quella dei contratti regionali e nazionali, spesso un compenso orario di meno della metà di quello previsto dalla norma.
In alcuni casi, inoltre, è stato accertato che per evitare i controlli di polizia i lavoratori sfruttati venivano alloggiati con sistemazioni di fortuna, senza riscaldamento né energia elettrica, per poi essere svegliati alle prime luci dell’alba e accompagnati in auto nelle aziende agricole, dove lavoravano sotto stretta sorveglianza fino a tarda sera e senza il rispetto di alcuna norma di sicurezza, privati anche delle mascherine contro il contagio da Covid.
La cooperativa sociale si proponeva sul mercato agricolo a un prezzo decisamente vantaggioso per le ditte committenti, che utilizzavano la manodopera soprattutto in quelle attività particolarmente usuranti e faticose come la raccolta dei prodotti agricoli e l’allevamento di bestiame.
La società, mutando nel tempo la propria ragione sociale, continuava a operare indisturbata sul mercato del lavoro ‘rigenerandosi’ come nuova società che, di fatto, corrispondeva regolari contributi previdenziali solo per una minima parte dei lavoratori alle proprie dipendenze.

(foto da archivio – articolo: Caporalato e sfruttamento in Veneto con cooperativa sociale: arresti all’alba – cat. lavoro/caporalato – 25/11/2020)

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