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Borg Mc Enroe, il grande duello sotto il segno di Ron Howard

Una delle cose che più amo fare quando viaggio è andare in un cinema della città dove risiedo; è così che battezzo i luoghi che vado a conoscere, un po’ come fanno i cani.

In questo caso ero a Torino; sì, ho visitato il Museo del Cinema. Ma il vero piacere è stato scoprire questa sala old fashioned, la “Centrale”, dove danno solo pellicole in lingua originale.

Una sala estesa in lunghezza e in discesa, tipo trampolino da sci con poltroncine ribaltabili di velluto rosso; perfetta! E nella hall simpatiche bacheche con vecchi libri e vecchi 45 giri. E l’insegna luminosa a neon azzurro.

Proprio ciò che amo dei cinema; la dimensione umana e il “fittizio” clima noir.. E così mi son seduto in prima fila a gustare questo “Borg McEnroe”, la pellicola del regista danese Janus Metz che racconta questa storia di avvicinamento tra due campioni del tennis: il gigante Borg e l’astro nascente McEnroe.

Dico subito che la pellicola è più che buona, cosa non frequente nei film biografici, specie in questi ultimi anni in cui il cinema racconta non tanto le vite degli “Eroi” ma particolari momenti storici. Forse si tratta di un riflesso di una certa dipendenza dal passato recente, che permette ai peggiori di ravanare nel modernariato come se si trattasse dell’ombelico.

E per i migliori di ripensare a un tempo vicino ma per certi versi lontanissimo in cui le sfide erano ancora faccia a faccia e la tecnologia muoveva i primi passi che si proiettavano nel terzo millennio. Anni 60,70,80: una frattura storica tra due millenni, forse.

Ora io sono un incompetente in fatto di tennis e però persino io so della magica finale 1980 nel singolare di Wimbledon tra la leggenda e il ribelle. Il glaciale Bjorn e lo scapestrato John; la fredda Svezia e la turbolenta NYC.

Metz, sotto l’evidente segno di Ron Howard (specialista in rivisitazioni storiche), in particolare con l’occhio rivolto verso “Rush”, ripercorre questa grande sfida facendo incrociare le due personalità, apparentemente antitetiche ma, in verità quasi interscambiabili.

C’è un momento in cui McEnroe (interpretato da un eccellente Shia LaBoeuf), osservando un match di Borg, capisce che quest’ultimo è un vulcano la cui incandescenza è celata dall’autocontrollo. In effetti i due protagonisti non son dissimili; diverse sono state le strategie educative per farli essere ciò che erano in quel momento. Strategie portate avanti da due “Padri”, quello reale di McEnroe e quello “acquisito” di Borg, il suo allenatore (un sempre ottimo Skarsgård).

E appunto questa dinamica somiglia a quella tra Lauda e Hunt nel già citato “Rush”. Metz sceglie una via più introspettiva e lavora più sul privato, in particolare per la figura di Borg (interpretato da un mimetico Sverrir Gudnason); ma la via maestra è quella del regista americano (il quale discende da Spielberg).

Comunque non siamo di fronte a un plagio quanto a un “sistema” per raccontare una storia. Sistema che Metz sembra conoscere bene e che sa personalizzare.

Il tennis è uno sport visivamente affascinante ma troppo zen per un certo cinema che deve essere ribalta di gloria in stile Roma antica. Metz però ha capacità di mettere in scena con grande senso drammatico quello che è un vero e proprio duello finale, con capacità di sintesi e senso dello spettacolo; tranne quando la musica diventa un po’ troppo enfatica e il climax è prevedibile.

Forse si poteva lavorare ancor di più di sottrazione. Anzi, forse a questo mondo si potrebbe osare di realizzare un film sportivo completamente fuori dai canoni, pensando al gesto sportivo preso in sé, con un’ asetticità priva di compromessi. Perché lo sport è qualcosa di più di una competizione e qualcosa di meno di uno spettacolo.

Forse è qualcosa che racconta di noi stessi in una dimensione superiore e distante, perlomeno straniera ai luoghi comuni. E il tennis è perfetto dal punto di vista estetico/drammaturgico. Comunque dalla sala non si esce delusi e il film qualcosa di intelligente sullo sport e sull’uomo riesce a dirlo.

BORG MCENROE
(id. 2017, Danimarca/Svezia/Finlandia)
regia: Janus Metz
con Sverrir Gunadson, Shia LaBoeuf, Stellan Skarsgard.

Giovanni Natoli

MOVIEGOER, APPUNTI DI UNO SPETTATORE CINEMATOGRAFICO. DI GIOVANNI NATOLI

Riproduzione Riservata.

 

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