Baby gang arrestata, 15enne violentato e portato in giro in catene

Violenze e silenzi, persecuzioni e omertà, bullismo divenuto da subito bestialità comincia da qui, in un’anonima, isolata frazione di Vigevano. È stato, questo, il luogo d’iniziazione del branco, il luogo dove un quindicenne esile e timido, solitario e pacifico, figlio unico, è stato denudato, messo a testa in giù, bloccato da due coetanei mentre un terzo lo stuprava con una pigna e altri due riprendevano la scena con i cellulari, per riderne e condividere con gli amici.

La notizia della baby-gang sgominata colpisce come un pugno sullo stomaco: arrestati per violenza sessuale di gruppo, hanno tra i 13 e i 16 anni, si sono accaniti in maniera bestiale con un coetaneo.

La storia. Avevano iniziato tirando sassi ai treni o commettendo piccole prepotenze nei confronti dei compagni di scuola: atti di “ordinario” bullismo che sono degenerati fino ad arrivare a una vera e propria violenza sessuale di gruppo nei confronti di una vittima preferita, un coetaneo 15enne, il loro bersaglio da quel giorno.

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Il 13 febbraio l’hanno preso con la forza in cinque, l’hanno portato in campagna nei pressi della frazione Medaglia, l’hanno denudato, afferrato per le gambe e tenuto appeso a testa in giù da un ponticello. Poi l’hanno costretto a subire pesanti ed umilianti atti sessuali.

È la più forte delle tante accuse che venerdì scorso hanno portato in cella, all’istituto penale minorile Beccaria di Milano, quattro studenti di scuola media di Mortara, tre di 15 anni e uno di 16, tutti italiani.

Uno di loro aveva fotografato la scena con il cellulare e poi aveva diffuso le immagini sui social network: di qui anche l’accusa di pornografia minorile. La foto è arrivata ai carabinieri grazie a un 17enne di origine albanese, l’eroe positivo di questa storia atroce.

Quest’ultimo era stato testimone, una sera di dicembre, di un’altra “impresa” di tre componenti del gruppetto: avevano costretto a bere fino ad ubriacarlo lo stesso ragazzo e poi gli avevano messo una catena al collo e l’avevano portato in giro per le vie della cittadina come un cane al guinzaglio, o forse un trofeo da esibire. Il giovane albanese era anche intervenuto, dicendo loro di smetterla. E poi ha riferito ai carabinieri quello a cui aveva assistito. Per questo episodio il pm minorile di Milano contesta il reato di riduzione in schiavitù o servitù e la violenza privata aggravata mediante lo stato di incapacità procurato alla vittima.

Nell’indagine ci sono i nomi di altri otto giovani, uno dei quali ha solo 13 anni e non è imputabile. È tra coloro che avrebbero partecipato alla violenza di gruppo, per lui potrebbe essere proposta l’applicazione di una misura di sicurezza motivata dalla pericolosità sociale. Gli altri sette, tra i 15 e i 16 anni, sono indagati a piede libero e dovranno rispondere solo degli atti di vandalismo ripetutamente messi in atto contro i treni: prima una sassaiola ad ottobre, poi danni ad un convoglio all’inizio di marzo, con alcuni finestrini mandati in frantumi con i martelletti e gli estintori scaricati all’interno delle carrozze e nel sottopassaggio della stazione. Le accuse, in questo caso, sono di danneggiamento aggravato e interruzione di pubblico servizio.

La vittima principale del branco era diventata un ragazzo di 15 anni, coetaneo degli altri ma frequentante la prima in un istituto tecnico. Un giovane definito dagli inquirenti “fragile” e “succube” del gruppo e soprattutto di quello che ne è considerato il capo, da cui inizialmente aveva accettato di subire piccole angherie e prese in giro per il timore di essere emarginato. Poi le vessazioni sono andate decisamente oltre.

La madre ne è venuta a conoscenza tre giorni dopo l’episodio della violenza sessuale, quando ha saputo della foto che circolava tra gli studenti, e si è rivolta ai carabinieri per sporgere la
denuncia.

Alla fine tutti hanno ammesso gli atti di bullismo e le brutalità commesse nei confronti del coetaneo i quattro minorenni della provincia di Pavia, arrestati e interrogati nel carcere Beccaria di Milano. Tre di loro hanno, però, cercato di scaricare sul presunto leader del gruppo dicendo che “l’idea è stata sua”.

E’ questo quanto dice l’aggiornamento serale delle agenzie sugli interrogatori di garanzia che si sono svolti davanti al gip minorile, alla presenza del pm. Da quanto si è saputo, il giovane, ritenuto il ‘capo’ della baby gang, ha detto di essere dispiaciuto e si è difeso dalle accuse spiegando di essere stato solo l’esecutore materiale di un’idea di altri.

La vicenda, al centro dell’indagine coordinata dal pm dei minori milanese Sabrina Ditaranto, è venuta a galla grazie al 17enne albanese che si è accorto di come l’amico, descritto come un tipo “fragile” in cerca di “attenzione” con la preoccupazione di “essere accettato”, fosse “bersagliato da un gruppo di ragazzi con atti di bullismo”.

Dall’ordinanza di custodia cautelare del gip Rosanna Calzolari, si evince che il giovane prima di denunciare era intervenuto in prima persona e aveva “sgridato” i bulli un po’ più giovani di lui, intimando loro di non importunare più il loro coetaneo. Poi però, dopo aver capito che le sue parole a nulla erano servite, ha deciso di rivelare tutto. Consentendo così a carabinieri e pm di acquisire una foto che dimostra – scrive il gip – come fosse “innegabile – la partecipazione e il divertimento dei presenti allo svolgimento del fatto, come innegabile appare la posa assunta dagli indagati, evidentemente preparati e consapevoli di venire immortalati in una fotografia che poi sarebbe stata (come in effetti è accaduto) diffusa”.

Mario Nascimbeni

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