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Giudice batte Trump e invalida bando. Presidente contrattacca

Un giudice batte Trump. Gli Stati Uniti sospendono temporaneamente, a livello nazionale, il bando agli ingressi in Usa per le persone provenienti dai sette paesi a maggioranza musulmana voluto dal presidente Donald Trump

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Donald Trump ha vinto elezioni Usa. Borse americane giù

Un giudice batte Trump. Gli Stati Uniti sospendono temporaneamente, a livello nazionale, il bando agli ingressi in Usa per le persone provenienti dai sette paesi a maggioranza musulmana voluto dal presidente Donald Trump.
Una decisione che apre la possibilità di una dura battaglia legale, se non una crisi costituzionale stando ad esperti, secondo cui la questione è destinata ad approdare alla Corte Suprema.

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Intanto la decisione scatena la furia del presidente Trump che si scaglia contro il giudice federale all’origine della svolta definendo la sua una “opinione ridicola” mentre la Casa Bianca promette una reazione tempestiva con un ricorso d’emergenza che revochi rapidamente quanto stabilito dal giudice James Robart.

Parte così, tumultuoso, questo terzo weekend da presidente per Donald Trump, il primo dall’inaugurazione che passa in Florida, nel suo lussuoso resort di Mar-a-Lago. Dove sperava forse di trascorrere ore più tranquille con la moglie Melania e il figlio Barron e qualche partita di golf interrotta soltanto dalle telefonate con leader internazionali tra cui la prima conversazione con il presidente del consiglio Paolo Gentiloni.

Il premier ha ribadito l’importanza fondamentale del ruolo della Nato e della collaborazione tra Europa e Stati Uniti per la pace e la stabilità, di fronte alle sfide e alle minacce per la comune sicurezza. I due hanno riaffermato l’impegno senza tregua nella lotta al terrorismo e al radicalismo e gli sforzi per risolvere la crisi ucraina, la pace in Medio Oriente, in Siria e, in particolare, nel Nord Africa.

Il Presidente del Consiglio italiano ha illustrato al Presidente Usa i termini dell’accordo Italia-Libia, e si sono dati appuntamento a maggio a Taormina per il G7 sotto presidenza di turno italiana.

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Intanto, il dipartimento di Stato e il dipartimento per la Sicurezza Interna hanno oggi dato il via al blocco stabilito dal giudice federale di Seattle. Il primo annulla la cancellazione dei visti per l’ingresso negli Usa messo in pratica dopo la firma del decreto. Il secondo sospende di fatto l’applicazione del provvedimento voluto dal nuovo presidente.

La sfida era partita nei giorni scorsi dallo Stato di Washington che, seguito poi dal Minnesota, aveva denunciato gli effetti discriminatori del bando e il danno significativo che la decisione procurava ai residenti. I due Stati avevano chiesto un’ingiunzione restrittiva temporanea affinché la loro denuncia potesse essere valutata, incentrata tra l’altro sulla possibilità che sezioni chiave del provvedimento possano essere incostituzionali.

Quindi la svolta, con la decisione del settantenne magistrato di Seattle James Robart, nominato giudice federale da George W. Bush nel 2004, secondo cui il ricorso dei due Stati poggia su basi solide per procedere: il bando andava quindi temporaneamente bloccato.

Negli Stati Uniti “nessuno e’ sopra la legge, nemmeno il presidente” è il commento a caldo nella notte del ministro della giustizia dello Stato di Washington, Bob Ferguson. Ma di prima mattina il presidente Donald Trump scatena la sua ira via Twitter: “L’opinione di questo cosiddetto giudice, che essenzialmente priva il nostro paese della legalità, è ridicola e verrà rovesciata”, scrive. “Quando un Paese non è più in grado di dire chi può e chi non può entrare ed uscire, specialmente per ragioni di sicurezza, è un grosso problema”, continua. “E’ interessante che alcuni Paesi del Medio Oriente siano d’accordo con il bando. Sanno che se a certe persone viene concesso di entrare è morte e distruzione!”, incalza infine.

Una giornata segnata dalle tensioni con le proteste contro il bando di Trump (anche il presidente adesso lo chiama così, affermando di aver mutuato il termine dai media) continuate per tutto il giorno. A Washington c’è stata una marcia verso la sede della Corte Suprema a Capitol Hill. Raduni e cortei nelle principali città, da New York a Miami, e a Los Angeles.

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