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Emergenza Clima, l’ONU lancia l’allarme: “Dobbiamo imparare a vivere in condizioni estreme”

Un mondo spezzato in due. Da un lato, l’Europa brucia sotto un sole implacabile e temperature record che trasformano le città in forni roventi. Dall’altro, il Sud America si congela sotto un’ondata di gelo che spinge i termometri a livelli mai visti, con Buenos Aires più fredda della Groenlandia. Eppure, dietro questi estremi opposti, c’è […]

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Un mondo spezzato in due. Da un lato, l’Europa brucia sotto un sole implacabile e temperature record che trasformano le città in forni roventi. Dall’altro, il Sud America si congela sotto un’ondata di gelo che spinge i termometri a livelli mai visti, con Buenos Aires più fredda della Groenlandia. Eppure, dietro questi estremi opposti, c’è una sola causa: il cambiamento climatico indotto dall’uomo.

Il segnale è inequivocabile, secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM): le temperature estreme non sono più eccezioni, ma la nuova normalità. Le ondate di calore, come quella che sta attanagliando l’Europa, sono destinate ad aumentare in intensità, frequenza e durata. “Il mondo deve prepararsi a vivere con il caldo estremo come una realtà permanente”, è l’avvertimento lanciato da Ginevra.

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Un’estate africana nel cuore d’Europa

Nel mese di giugno, diverse aree del continente europeo hanno visto cadere record storici. In Spagna, le colonnine hanno toccato i 46°C nel sud del Paese. In Francia, ben 16 dipartimenti sono stati posti in allerta rossa, con altri 68 sotto allerta arancione. E anche la Svizzera, secondo MeteoSwiss, sta vivendo un’ondata di caldo eccezionale su tutto il territorio nazionale.

A innescare questa situazione è un’imponente cupola di alta pressione africana che si è posata sull’Europa sud-occidentale, creando un “effetto forno” difficile da spezzare. L’aria calda, spinta verso il basso, si comprime e si scalda ulteriormente. La quasi totale assenza di nuvole lascia filtrare un’irradiazione solare violenta, mentre i venti deboli impediscono il ricambio d’aria. Il risultato? Giornate torride e notti che non offrono tregua.

Ma c’è di più. Il Mar Mediterraneo, già insolitamente caldo per la stagione, contribuisce a mantenere le temperature elevate. Le acque superficiali registrano valori simili a quelli tipici di agosto, creando un circolo vizioso che amplifica l’impatto del caldo anche sulle terre emerse.

Le città, poi, sono le aree più colpite. Il fenomeno dell’“isola di calore urbana” – causato dall’asfalto, dal cemento, dalla scarsità di vegetazione e dall’accumulo di calore – trasforma i centri urbani in ambienti ostili, dove la qualità della vita peggiora e le condizioni sanitarie si aggravano. L’aria resta stagnante, il tasso di ozono aumenta e la disidratazione e l’insolazione diventano rischi reali per milioni di persone.

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Gelo record nell’emisfero sud: l’Argentina più fredda della Groenlandia

Se in Europa si soffoca, nell’altro emisfero si gela. A fine giugno, Buenos Aires ha toccato i -16°C, superando la temperatura media della Groenlandia in quei giorni. In Patagonia, in città come Maquinchao ed Esquel, i termometri sono scesi fino a -18°C. In Brasile, nello Stato meridionale di Rio Grande do Sul, forti piogge hanno aggravato l’impatto delle temperature rigide, causando inondazioni e danni ingenti.

Non si è trattato di un evento isolato: dal Paraguay al Cile, fino al Perù, il Sud America ha vissuto giorni di gelo estremo e precipitazioni nevose in zone dove la neve è un evento raro o sconosciuto. A Trelew, nel nord-est della Patagonia, è nevicato per la prima volta in 12 anni.

L’instabilità climatica si manifesta oggi in forme nuove e più violente: non più unicamente come “riscaldamento globale”, ma come alterazione radicale dei modelli atmosferici. Le correnti a getto – i venti ad alta quota che regolano il clima – si stanno facendo più erratiche, spingendo masse d’aria fredda o calda in zone del globo dove normalmente non si avventuravano. Il risultato è un mondo spaccato, instabile e sempre più vulnerabile.

L’allarme dell’ONU: il cambiamento climatico mina i diritti fondamentali

In parallelo con l’emergenza meteorologica, a Ginevra si è levata una voce chiara e preoccupata: quella dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk. Nel corso di una sessione speciale del Consiglio per i diritti umani, ha denunciato come il cambiamento climatico stia compromettendo diritti basilari come la salute, il lavoro e l’accesso a un ambiente vivibile.

Il problema, secondo Türk, non è solo climatico ma anche sociale e politico. “Gli Stati stanno fallendo nella protezione delle persone più vulnerabili”, ha affermato. E i dati lo confermano. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre 2,4 miliardi di persone – circa il 70% della forza lavoro mondiale – sono esposte a temperature elevate durante le ore lavorative, ma solo il 9% di questi lavoratori gode di una minima protezione sociale.

Senza interventi concreti, entro il 2030 potrebbero sparire 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Il riscaldamento climatico non è quindi solo una questione ambientale: è un acceleratore di disuguaglianze.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani e cambiamenti climatici, Elisa Morgera, ha inoltre puntato il dito contro l’industria dei combustibili fossili, colpevole – a suo dire – di aver influenzato per decenni l’opinione pubblica con strategie di disinformazione, ostacolando le politiche di transizione energetica. Secondo Morgera, è tempo di un cambiamento anche culturale: “Serve una nuova narrazione che spieghi chiaramente i pericoli dell’inazione e i vantaggi della sostenibilità”.

L’Europa e il rischio del passo indietro

Mentre il mondo lancia l’allarme, la risposta politica arranca. In Europa, diversi Stati membri stanno chiedendo maggiore “flessibilità” sugli obiettivi climatici fissati dal Green Deal, in nome di pressioni economiche e sociali. Il rischio è quello di un rallentamento della transizione ecologica proprio nel momento in cui servirebbe un’accelerazione.

Ma il tempismo non potrebbe essere peggiore. Secondo l’OMM, più dei due terzi degli eventi climatici estremi in Europa dal 1950 si sono verificati dopo il 2000. E il sesto rapporto IPCC – il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico – avverte: entro il 2050 circa la metà della popolazione europea sarà esposta a un rischio alto o molto alto di stress da calore.

Le aree più colpite? L’Europa meridionale, orientale e centrale. In particolare, la regione mediterranea sarà esposta a un numero crescente di giorni caldi, con un impatto severo su salute, agricoltura, approvvigionamento idrico e infrastrutture.

Nonostante ciò, alcune capitali sembrano preferire strategie elettorali e di consenso piuttosto che politiche lungimiranti. Il recente aumento del 10% del budget per la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) per il biennio 2026–2027 è un segnale positivo, ma ampiamente insufficiente a colmare il gap tra obiettivi dichiarati e azioni reali.

Una realtà inesorabile: prepararsi a convivere con l’estremo

La domanda che oggi si pongono scienziati, governi e cittadini non è più se il cambiamento climatico avrà conseguenze devastanti, ma quando queste diventeranno insostenibili. Secondo l’OMM, il punto di non ritorno potrebbe essere più vicino di quanto immaginiamo.

Prepararsi a vivere nel caldo estremo significa ripensare completamente l’organizzazione delle città, le modalità di lavoro, i sistemi sanitari, le infrastrutture energetiche e le politiche agricole. Significa investire in resilienza, prevenzione, informazione e solidarietà globale. Ma soprattutto, significa abbandonare una volta per tutte la retorica dell’emergenza temporanea e riconoscere che ci troviamo già dentro una nuova era climatica.

Un’era in cui le stagioni tradizionali si confondono, in cui le mappe meteorologiche mostrano un mondo spaccato tra incendi e tormente di neve, e in cui la sopravvivenza stessa dipenderà dalla capacità – o dall’incapacità – dell’umanità di cambiare rotta.

Mario Nascimbeni
Mario Nascimbeni
Giornalista professionista, collabora con testate nazionali. Ha base operativa a Roma, ma la sua professione lo porta in ogni parte del mondo.
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3 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Le ondate di caldo e freddo sono sempre state cicliche.
    Basta pensare al torrido 2003 oppure alla piccola glaciazione degli anni ’80. Chi può dimenticare i lastroni di ghiaccio in laguna?
    Ma ora abbiamo Greta e gretini che urlano anatema.
    Forse se la città avesse più alberi (invece di abbattarli senza sostituirli), avremmo una bella ventilazione naturale che farebbe tollerare meglio il caldo. Esistono consolidati criteri di costruzione anche delle case che permettono di mantenere il caldo d’inverno e il fresco d’estate (seppur difficilmente applicabili in centro storico a Venezia), tipo l’esposizione, le balconate, gli alberi, i materiali costruttivi… Non è certo la scoperta dell’acqua calda, ma se gli avi dei nostri avi (gente che aveva più testa di noi) le applicavano, possiamo anche avere l’umiltà di verificare se effettivamente funzionano o no, invece di pensare tanto a green e menate varie.

  2. Purtroppo tra gli scienziati c’è chi si mette a dire catastrofismi o nega tutto a seconda di chi lo finanzia ….
    Ci sono premi Nobel chi si stracciano le vesti l’uno con l’altro ….
    L’unica certezza che ho , penso, è la precessione dell’asse terrestre cioè il movimento che fa l’asse terrestre in 20/25000 anni e che ha provocato mutamenti climatici anche tremendi da far cadere imperi e provocare migrazioni di massa .
    A chi dobbiamo credere allora ? Geologi e paleoclimatologi sono riusciti tramite i carotaggi a scrivere la storia del clima di migliaia di anni, partiamo da lì per vedere cosa può accadere …
    Quanto incida l’uomo sul clima anche li si va dal 5 al 90% a seconda del gruppo di scienziati…. questa è la brutta verità…

    • Caro Shylock II°,

      condivido pienamente il tuo ragionamento sul clima: la precessione dell’asse terrestre e i carotaggi ci raccontano mutamenti ciclici profondi, responsabili di rivoluzioni ambientali, migrazioni di massa e crolli di imperi.

      Il potenziale distruttivo di un’escalation o di un incidente supera ogni altro scenario climatico, perché agisce all’improvviso e su vasta scala, senza darci tempo di adattarci come siamo costretti a fare con il lento mutare delle ere geologiche.

      Forse non avremo modo di vedere chi avrà davvero ragione tra catastrofisti e negazionisti, ma proprio per l’incertezza e la complessità di questi rischi – naturali e artificiali – forse vale la pena concentrarci sull’oggi. Viviamo ogni giornata, godiamoci l’estate, riflettiamo sulle nostre scelte e, quando possiamo, diamo un senso al presente anziché restare paralizzati dall’ansia del futuro.

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