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Ho dovuto vedere due volte il nuovo adattamento della sempiterna fiaba di Pinocchio a cura di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson, con più di un debito alla gaphic novel di Gris Grimly, realizzata per Netflix. In entrambi i casi ho percepito un’assenza.
Pinocchio è la fiaba fondamentale della mia vita; conservo a casa i due volumi rilegati delle dispense Fabbri degli anni settanta che mi hanno accompagnato e mi accompagnano tutt’ora, con le loro illustrazioni, ora cupissime ora soavi, raffiguranti una Toscana di borghi, osterie e circhi.
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Ma è il caso di mettere da parte le sensazioni private e dare a Del Toro ciò che gli spetta. In primis abbiamo un coraggioso adattamento personale della favola; poi, abbiamo lo spettacolo di una stop motion che lascia senza fiato.
Purtroppo “Pinocchio” è rimasto in sala pochissimo e quindi tocca vederlo in tv; abbiamo preferito Netflix? E mo’ ce lo teniamo…
Racconto conosciuto e amato in tutto il mondo, Pinocchio, nel corso dei suoi 139 anni ha subito svariati trattamenti, è stato sezionato, rivisitato, tradito, amplificato, ridotto; ma mai “consumato”, infinito pozzo dei desideri la cui acqua presenta sinistri riflessi..
A partire dal capolavoro letterario di Manganelli “Pinocchio: un libro parallelo”, che ribaltava il senso comune sul racconto di Collodi e ne estrapolava segni e simboli. Per passare all’adattamento più celebre della storia dell’animazione, quel Pinocchio tirolese disneyano che fu un miracolo dell’animazione, specialmente nell’uso del multiplane. Non ultime le costanti rivisitazioni di Carmelo Bene, teatrali e radiofoniche, in cui l’attore approfitta della disarticolazione del burattino per sovrapporre la sua personale disarticolazione del gesto e le possibilità dello spettro vocale.
Contemporaneamente a questa nuova versione del regista di Guadalajara è uscita la live action di Zemeckis ma a quanto pare è quella di Del Toro a tenere banco nelle varie discussioni.
Alla fine si deve dare atto che questa rivisitazione è un’opera che si pone in maniera dinamica nei confronti del libro di Collodi e opera a livello concettuale su delle libere interpretazioni che non sono affatto dissacranti. Inoltre Del Toro inserisce giustamente tutto il carico del suo immaginario per fare il “suo” Pinocchio. Scelta perfetta poiché è l’unico modo per relazionarsi in maniera viva con un’opera sempre aperta a tutti.
Del Toro, all’inizio, sembra voler procedere al contrario nei confronti della cronologia del testo; Geppetto ha un figlio in carne ed ossa, che si chiama come l’autore del libro e mangia le pere con torsolo, buccia e tutto. Siamo davanti al Pinocchio post mortem del burattino. Ma sarà la morte ad abbattersi sul racconto e a costringere Geppetto a creare un surrogato a cui tutti chiedono di essere qualcos’altro da sé ; dal padre, che vuole ricreare il figlio perduto, alla chiesa, alla scuola, al podestà di quest’Italia fascista, in cui Del Toro ha scelto di ambientare il percorso del burattino.
Una delle sorprese positivamente spiazzanti del film, anche se va detto che Pinocchio già di suo ha un rapporto complicato con l’autorità (i carabinieri, la prigione).
Abbiamo un Pinocchio che si rivela spontaneamente antifascista, proprio al cospetto del Duce a cui “piacciono i burattini”. Nulla di sorprendente riguardo alla ridicolizzazione del fascismo se si conosce la filmografia del regista e ricorda l’antifranchismo presente sottotraccia nella pellicola “Il labirinto del fauno”.
Che Pinocchio abbia una costante relazione con la morte è un dato di fatto che Collodi esplica per tutto il suo libro, un filo sottile ma pervasivo che Manganelli seppe definire come nessun altro. Pinocchio non umano che va incontro alla morte, destino obbligato per chi cerca la vita; in fondo qualcosa di “A.I.” di Spielberg si poteva salvare Pinocchio immortale (aggiungo io: perché mai nato quindi non potrà mai essere morto, al massimo si può bruciare) che sperimenta le morti ma non la Morte, quindi soldato perfetto per quella Mussolini jugend rappresentata nei campi di addestramento per bambini.
Quindi compagnia perfetta per l’inconsolabile Geppetto; quindi burattino perfetto, perché senza fili, per il conte Volpe sintesi nel film di del Toro di Gatto, Volpe e Mangiafuoco (qualche richiamo al conte Volpi inventore della mostra del cinema di Venezia?) e perciò remunerativo “miracolo vivente”, pozzo di soldi senza fine, fabbrica di zecchini d’oro.
Il regista compie un’operazione di riappropriazione del sé da parte di un castaway graziato da una fata silvana che ha il suo doppelganger nello spirito della Morte a guisa di grifone.
Non abbiamo una mamma in questo Pinocchio; forse in questo possiamo rilevare una pecca del film, poiché ci manca un personaggio di fatale ambivalenza, una morta-non morta, uno spirito guida che è madre-amica-bambina-innamorata. Così come si può dire del Grillo parlante, diarista schopenaueriano, per cui è inevitabile soffrire e che non si trasforma in lucciola/fantasma dal regno dei morti.
Qualcosa va perduto, talvolta troppo; è il prezzo da pagare per una rilettura personale assolutamente legittima. Ma, a dispetto delle unanimi recensioni di encomio (che, va ribadito, sono insopportabili, così a caldo e univoche da destare più di un sospetto di fiancheggiamento a Netflix o di superficialità – nemmeno un appunto, nemmeno rilevare che le musiche di Desplat sono mediocrissime) a questo ennesimo Pinocchio (e spero ne vengano ancora altri), non è difficile rilevare una certa algidità di fondo che frena una totale immedesimazione nella vicenda del burattino più famoso di sempre, anche se ciò non toglie che il suo “Pinocchio” costituirà un tassello memorabile nell’interminabile visione sull’opera collodiana.
Ed è curioso, poiché il regista ha voluto questo progetto con tutto il cuore e lo ha realizzato con una cura che ha del sorprendente, a partire dal lavoro di stop motion tecnologicamente stupefacente anche perché ha sapore di artigianato. Senza raggiungere né la vetta della fonte letteraria (chi parla di pedanteria pedagogica ancora oggi non si accorge che ormai è sale e nerbo costituente del fascino del libro, che senza pedagogia Pinocchio perderebbe molto), né la magia dello storico sceneggiato di Comencini, che oltre a restituire un’Italia ottocentesca fatta di borghi melanconici e di cupezze notturne assolutamente in sintonia col mood della fiaba si avvaleva di un geniale artificio, nato solo in parte per sopperire ai limiti dell’animatronic di Rambaldi, permettendo un gioco di identificazione-straniamento per tutti quelli che furono bambini, come il sottoscritto, al tempo in cui uscì.
PINOCCHIO
(2022, U.S.A./Messico)
Guillermo Del Toro, Mark Gustafson
animazione
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