8.1 C
Venezia
sabato 16 Ottobre 2021

Partita zona gialla: cosa succederà nelle prossime due settimane

Homezona giallaPartita zona gialla: cosa succederà nelle prossime due settimane

Partita la ‘zona gialla’: le prossime due settimane saranno decisive per valutare l’andamento della curva del virus e decidere se si possono allentare alcune delle misure in atto o se è necessario rinnovare ulteriormente la stretta, almeno fino allo scadere del Dpcm previsto per il 5 marzo, proprio all’alba della nuova stagione turistica.
Con oltre 48 milioni di italiani entrati da lunedì mattina in zona gialla, tecnici e governo guardano già al 15 febbraio, data in cui cesserà il divieto di spostamento tra le Regioni e lo stop per gli impianti sciistici disposti con i provvedimenti di gennaio.
Le foto e i video girati in tutta Italia nel fine settimana, con migliaia di persone in giro per le strade delle città come se il Covid fosse soltanto un ricordo, nonostante la maggior parte delle Regioni fosse ancora in zona arancione, sono più di un campanello d’allarme che è suonato nelle stanze di chi deve valutare le misure da prendere per contenere la diffusione del virus.
Gli assembramenti nelle piazze, le file per salire su bus e metropolitane, la possibilità di tornare a sedersi in un bar o in un ristorante, sono tutti elementi che potrebbero infatti far esplodere di nuovo i contagi.
Ed è evidente a tutti che non possono essere le forze di polizia o i sindaci ad intervenire con sanzioni o chiusure laddove la norma consente di spostarsi liberamente, seppur in ambito solo regionale, a meno di non voler innescare ulteriori problemi di ordine pubblico.
Per questo l’Anci (l’associazione nazionale dei sindaci delle città italiane) ha risposto in maniera ruvida al Comitato tecnico scientifico che ieri aveva lanciato l’allarme ricordando che “area gialla non significa normalità”.
“Basta con il tiro al bersaglio sui sindaci, il Cts pensi a fare la sua parte” dice il presidente Antonio Decaro attaccando il coordinatore Agostino Miozzo che “sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e

addossarle sugli obiettivi più facili, quelli che per natura e per senso del proprio dovere sono abituati ad esporsi in prima persona”.
“Non ho contestato i sindaci, nelle mie parole non c’è alcuna intenzione di addossare loro responsabilità diverse da quelle che hanno” replica Miozzo che però rinnova “l’accorato appello” a non abbassare la guardia, poiché “le immagini che abbiamo visto sono di estrema grande preoccupazione”.
Miozzo non è l’unico a dire che serve molta attenzione altrimenti l’Italia tra 15 giorni sarà nuovamente alle prese con chiusure e divieti.
Lo sostiene il governatore Attilio Fontana che invita i lombardi a vivere la zona gialla “con grande senso di responsabilità” e lo ripete l’assessore alla Sanità della Puglia Pierluigi Lopalco secondo il quale in questo momento lasciare la “briglia sciolta al virus” è addirittura un “errore imperdonabile”.
Una posizione già espressa chiaramente da Roberto Speranza e ribadita da Francesco Boccia, i due ministri che hanno sempre mantenuto una linea rigorista.
“L’errore che dobbiamo evitare – dice il ministro per gli Affari Regionali – è pensare che il Covid sia un ricordo e che non possa toccare noi. La velocità con cui circolano le varianti inglese e brasiliana non consentono di abbassare la guardia”.
Le prossime due settimane saranno dunque decisive e una prima indicazione potrebbe arrivare già tra mercoledì e venerdì, quando il Cts si riunirà per analizzare il nuovo protocollo sullo sci.
Molto probabile, infatti, che gli esperti chiederanno alle Regioni ulteriori modifiche: in particolare, l’indicazione dovrebbe essere quella di non consentire l’apertura degli impianti nelle zone arancioni e di sollecitare misure idonee per la gestione dei flussi soprattutto per i comprensori più grandi, quelli che si estendono tra diverse regioni o province autonome, che nel protocollo non sono indicate.
Ogni giorno, intanto, si scopre qualcosa in più di questo Covid.
Cominciano oggi ad arrivare i dati complessivi relativi alla letalità da Covid-19 in Italia e i numeri che

consentono di estrapolare le differenze in termini di quantità tra la prima e la seconda ondata della pandemia.
Due diversi rapporti dell’Istituto superiore di sanità (Iss) contengono sia le percentuali di vittime in base al numero di contagiati, sia il numero di decessi aggiornato da ottobre al 27 gennaio 2021: quasi 50.000 (49.274) sugli 88.845 da gennaio 2020 fino ad oggi.
Nel mese di ottobre – si legge nel documento dell’Iss – la letalità è stata del 2,4% sui casi di contagio confermati con test molecolare e notificati al sistema di sorveglianza.
Durante la prima fase (febbraio-maggio 2020) era del 6,6%, mentre tra giugno e settembre si era attestata all’1,5%. L’Iss tuttavia nel rapporto spiega che nella “prima fase l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto”.
I ricercatori scrivono poi che il Cfr standardizzato (il cosiddetto ‘Case Fatality Rate) presenta una variabilità a livello regionale, con i valori più alti osservati in Lombardia (5,7%) ed Emilia-Romagna (5,0%), mentre i livelli più bassi sono stati registrati in Umbria (2,3%) e Molise (2,4%). Per quanto riguarda invece i dati forniti dal Ministero della Salute, nelle ultime 24 ore i test positivi al Coronavirus registrati sono stati 7.925, 329 le vittime.
Gli attualmente positivi sono 447.589. Nelle ultime 24 ore sono stati effettuati 142.419 test (tamponi molecolari e antigenici), con un tasso di positività del 5,6% (ieri 5,27%).
L’età media dei pazienti deceduti e positivi a SARS-CoV-2 è di 81 anni.
Sono invece complessivamente 941 (pari all’1% dei decessi registrati dal marzo 2020) i pazienti morti con età inferiore ai 50 anni.
La maggior parte delle vittime

in Lombardia: 26.674. In particolare, 234 pazienti deceduti e positivi al virus, avevano meno di 40 anni e, di questi, 35 non avevano diagnosi di patologie di rilievo.
L’età mediana delle vittime positive al Covid è più alta di oltre 30 anni rispetto a quella dei pazienti che hanno contratto l’infezione.
Infine, le donne decedute dopo aver contratto infezione sono 37.295 (43,7%) e avevano un’età più alta rispetto agli uomini, 86 anni a fronte di 80.
Intanto, è ancora in calo, a livello nazionale, il numero di posti letto in terapia intensiva occupati da malati Covid, ma sei regioni continuano a superare la soglia critica del 30%: Friuli Venezia Giulia (34%), Marche (31%), Bolzano (32%), Trento (39%), Puglia (36%), Umbria (42%).
Scende di due punti percentuali rispetto al 24 gennaio anche l’occupazione dei posti in area non critica, arrivati a quota 32%, a fronte di una soglia d’allerta fissata al 40%.

Copyright 2021: www.lavocedivenezia.it .
Tutti i diritti sono riservati.
Duplicazione vietata. Condivisione consentita.

Redazione
A cura della Redazione di www.lavocedivenezia.it

Data prima pubblicazione della notizia:

La discussione è aperta (nessuna registrazione richiesta)

Please enter your comment!
Please enter your name here

NOTIZIE DELL'ARCHIVIO DEL GIORNALE COMMENTATE DAI LETTORI QUI SOTTO

pubblicità
spot
Advertisements