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Zanze del Portello

Stamane mi sento bastansa contento, sbalànco i balconi e ti vedo così: mia Zanze che stendi vestaglie coe franze, calséti e mudande con merli e fifì; ti vedo leggiadra, suadente, vezzosa, hai la fronte spassiosa, ti piaccio, lo so; ti piaccio, mi piaci, mi guardi ma taci, sei bella sei grossa il tuo sguardo m’ingossa. […]

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Stamane mi sento bastansa contento, sbalànco i balconi e ti vedo così:
mia Zanze che stendi vestaglie coe franze, calséti e mudande con merli
e fifì;
ti vedo leggiadra, suadente, vezzosa, hai la fronte spassiosa, ti
piaccio, lo so;
ti piaccio, mi piaci, mi guardi ma taci, sei bella sei grossa
il tuo sguardo m’ingossa.
Ti schiòcco un bacetto e poi te lo mando: lo stavi aspettando e sorridi, perché?
Dèi, chiappalo al volo l’è un baso
sincero, no fasso mistero che sbàvo per te.

Ti affacci un pochetto dal
tuo davanzale, momenti stò male a vederti così, ti sbàssi par métare
n’altra moéta, te mostri ‘na téta e me ciàpa ‘l morbìn.
Mio bel latticino
sì fine, educato, sapor delicato che guardi all’insù, potessi rivàrghe,
slongàndo una mano, ma stò al terso piano e no rìvo fìn giù.
Risuona il portello di un sìbilo strano: è il tuo deretàno che fa mesodì,
ma forse mi sbaglio, non voglio indagare però me lo sento rivàre fin qui.
Lo so che ti piace di farti ammirare, ma rìva to mare che ‘a pare un
bull-dog, e quando si accorge te vardo el teàro, ‘a me sìga loamaro e ‘a
sàra el balcòn.

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Nemmeno al tuo babbo io so che gli piaccio, ha gli occhi
di ghiaccio e ricordo quel dì, di quando volevo portari alla festa e me
xe rivà in testa un bocàl de pipì.
Ma quando che vedo che lavi il terrazzo io corro da bazzo e spiòcio all’insù,
tu certo non scondi la taglia
sinquànta che c’hai di mutanda e forse di più.
Rimani in terassa, mia Zanze, rimani;
un dì le tue mani baciare potrò, che sanno di cielo, di
vento, di brina, saòn varechìna e formàjo pinciòn.

Roberto Bellino

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