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Venezia Ieri e Oggi. La lettera

Contrariamente a ciò che si è soliti pensare, anche Venezia – a dispetto dei vincoli che ne dovrebbero tutelare l’integrità ambientale – cambia: eccome, se cambia! E ciò a dispetto, fra l’altro, di una popolare e nota canzone che non pochi veneziani sono soliti intonare nelle loro riunioni conviviali – “Cambiano le città…Venezia no…Venezia no, non […]

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Contrariamente a ciò che si è soliti pensare, anche Venezia – a dispetto dei vincoli che ne dovrebbero tutelare l’integrità ambientale – cambia: eccome, se cambia!

ciò a dispetto, fra l’altro, di una popolare e nota canzone che non pochi veneziani sono soliti intonare nelle loro riunioni conviviali – “Cambiano le città…Venezia no…Venezia no, non cambierà mai!” – il cui ingenuo ottimismo è tuttavia, molto più spesso di quanto non si pensi, ampiamente smentito nei fatti.

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Un esempio alquanto eloquente di come e quanto cambi Venezia nel corso degli anni, anche se non proprio alla stregua delle altre città, lo si può constatare, del resto, scorrendo le foto contenute nel catalogo di una interessantissima mostra che la sezione veneziana di “Italia Nostra” curò nel lontano 1963 – da cui è tratta la foto postata – in cui, per la prima volta, vennero denunciati gli errori – o, se si preferisce, gli orrori – compiuti in ossequio all’inopinata e bizzarra idea, partorita da alcuni “progressisti” dell’epoca, di voler industrializzare e modernizzare Venezia al fine di salvarla dalla sua decadenza economica e fisica.

Idea che fra l’altro causò, come più di qualche anziano sicuramente ricorderà, il sacrificio di non pochi spazi aperti, molto estesi e per lo più adibiti a verde pubblico, per far posto a fabbriche di vario genere, oggigiorno in gran parte dismesse e in abbandono, o a case chiamate eufemisticamente popolari, edificate, sia le une che le altre, senza alcuna considerazione della particolarità e peculiarità del contesto in cui venivano inserite, nonchè del valore estetico o funzionale di ciò che veniva talvolta demolito per far posto a esse.

Enzo Pedrocco

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