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La Corte d’appello di Venezia ha confermato l’assoluzione di L.C., quarantatreenne moldava, accusata di aver truffato l’anziana assistita per un importo complessivo di 127 mila euro. La donna, che lavorava come badante alla Giudecca durante il lockdown del 2020, pur responsabile dell’appropriazione, è stata riconosciuta vittima a sua volta di una truffa sentimentale online. Secondo i giudici, non vi fu alcun intento fraudolento né circonvenzione d’incapace: la badante aveva agito in buona fede, convinta di aiutare l’uomo di cui si era innamorata a distanza.
La vicenda risale ai mesi più duri della pandemia, quando la badante prestava assistenza a un’anziana vedova di 85 anni, moglie di un noto critico letterario veneziano. In quel periodo, la donna aveva iniziato una relazione virtuale con un uomo conosciuto online, che si era presentato come un medico afgano disertore. L’uomo le aveva raccontato di trovarsi in difficoltà economiche e di aver bisogno di denaro per ottenere documenti e lasciare il Paese. La badante, credendo nella sua storia, aveva inviato diverse somme tramite bonifici e ricariche Postepay, utilizzando anche parte del denaro che l’anziana le aveva prestato per “aiutare” l’uomo.
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In totale, tra il 2020 e il 2021, erano stati trasferiti 127 mila euro. L’anziana, convinta a sua volta dalla sincerità della badante, aveva acconsentito ai versamenti, certa che si trattasse di un aiuto temporaneo. La figlia della signora, bloccata a Roma a causa delle restrizioni dovute al Covid, si accorse della situazione solo dopo alcuni mesi e segnalò il caso alle autorità.
L’accusa iniziale nei confronti della badante era di circonvenzione d’incapace, ipotizzando che avesse approfittato della fragilità dell’anziana per ottenere il denaro. In seguito, la Procura aveva riqualificato il reato in truffa, sostenendo che la donna avesse costruito un racconto fittizio per ottenere somme ingenti. Durante il processo di primo grado, tuttavia, emerse una ricostruzione diversa: la badante era stata lei stessa vittima di un raggiro orchestrato da un gruppo di truffatori nigeriani che gestivano falsi profili online.
Gli inquirenti della Polizia Postale avevano infatti tracciato i contatti e individuato indirizzi IP riconducibili alla Nigeria. Le conversazioni tra la badante e il presunto medico mostravano un intreccio emotivo e un coinvolgimento autentico da parte della donna, che credeva realmente di parlare con una persona bisognosa di aiuto. Una volta compreso di essere stata ingannata, la badante aveva sporto denuncia, collaborando alle indagini.
Nel marzo 2023, il Tribunale di Venezia aveva già assolto la donna, ritenendo che l’anziana non fosse incapace di intendere e di volere e che avesse consegnato il denaro in piena coscienza, spinta dalla fiducia e dalla compassione verso la badante. La decisione era stata impugnata dalla Procura, che aveva chiesto una condanna a un anno e sei mesi. Nei giorni scorsi, però, la Corte d’appello, presieduta dalla giudice Adele Savastano, ha confermato la sentenza di primo grado.
Nel corso del giudizio d’appello, l’anziana signora è però deceduta, e i figli si sono costituiti parte civile, chiedendo un risarcimento per il denaro perso. La Corte ha respinto la richiesta, accogliendo invece le tesi della difesa. Anche la Procura generale, alla luce delle evidenze raccolte, ha riconosciuto che la donna era stata vittima di una truffa sentimentale e non aveva agito con dolo.
Il caso ha riportato l’attenzione sul fenomeno sempre più diffuso delle truffe sentimentali online, che negli ultimi anni hanno coinvolto persone di ogni età e condizione sociale. Le tecniche sono ormai collaudate: i truffatori creano profili falsi utilizzando foto rubate dai social network, instaurano relazioni virtuali e, dopo aver conquistato la fiducia delle vittime, chiedono somme di denaro con pretesti credibili facendo leva sull’emotività e sull’affettività. In molti casi, come hanno evidenziato anche diverse inchieste televisive, le organizzazioni che orchestrano queste truffe operano dall’estero, spesso dall’Africa occidentale.
A Venezia, secondo la Corte, non c’è stata alcuna manipolazione dell’anziana né intenzione di arricchirsi a suo danno. Entrambe le donne, hanno riconosciuto i giudici, sono state raggirate da ignoti che hanno saputo sfruttare la solitudine e la vulnerabilità acuite dal periodo del lockdown. Resta il danno per gli eredi, con il suo carico di amarezza per una vicenda che ha distrutto rapporti di fiducia, ma il fenomeno purtroppo continua a mietere vittime.
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Mah… Un reato c’è stato e per i giudici mea libera tutti? Qualcuno dovrà pure pagare. Secondo i Giudici è solo l’anziana a questo punto con la scusa che era capace di intendere e volere. Bella m…a l’Italia