Gianluca Stival
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mercoledì 03 Marzo 2021
HomeConcorso Letterario La Voce di VeneziaUNA NUOVA NORMALITA' di Sofia Serventi

UNA NUOVA NORMALITA’ di Sofia Serventi

Un saluto, una pacca sulla spalla e quell’ abbraccio che nessuno sapeva sarebbe stato l’ ultimo, poi l’ annuncio.
Circola un virus misterioso, le scuole vanno chiuse, dobbiamo stare attenti, per la sicurezza di tutti, chiusi a casa, spostamenti solo se necessari, niente di più.

Beh, lì per lì non capivo nemmeno che cosa stesse succedendo, tutti a correre a lavarsi le mani… ma scusate prima non lo facevate?
Vabbè, continuavo a non capire più di tanto, complice la noia che aveva preso il posto dell’ allegria di qualche settimana prima per i giorni extra di “vacanza”.

Cosa sia stato a farmi capire la gravità della situazione? Precisamente non lo so nemmeno io, ricordo solo che le persone erano passate in una giornata, dal dire che il virus non era niente a tenere la mascherina anche in casa e mentre dormivano.

Al telegiornale si era passati, dal parlare della scomparsa di Bugo dal palco di Sanremo, a vedere costantemente grafici pieni di numeri, numeri che diventavano sempre più alti facendo così alzare la freccia del grafico, numeri, numeri… io nemmeno la so la matematica cosa posso capirci di tutto questo.

Eppure, stranamente e purtroppo capivo, capivo cosa c’era dentro ai camion militari che vedevo alla tv, capivo il perché non ci fosse più posto nei cimiteri, capivo il sovraffollamento degli ospedali e delle terapie intensive.
Mi arrabbiavo, così, senza un motivo preciso, mi arrabbiavo contro il pipistrello, il topo, il furetto, contro qualsiasi animale venisse fuori che era la causa del virus.

Come se questo potesse servire a qualcosa poi, contribuiva solo a farmi stare peggio, e a non poterne più di quella situazione.
Ma dopotutto saremmo dovuti stare solo un mese così, giusto? Giusto?

Giusto, o meglio così dicevano, sì una volta, tanti mesi fa oramai, peccato che un mese si trasformava in due mesi, due mesi in tre e avanti di questo passo.
A tutto ciò si sono aggiunte le video lezioni, davanti ad uno schermo per cinque ore al giorno, cercando di capire gli argomenti spiegati tra un salto di connessione e l’ altro.

Compiti in vista dell’ esame, verifiche su programmi che si chiudevano totalmente a caso facendoti perdere due ore di lavoro, dopo due settimane dall’ inizio nessuno già né poteva più.
Passavano i mesi, era ormai chiaro che in quella condizione ci saremo rimasti per molto tempo, e mentre il giornale annunciava che mancava poco al picco, le strade si riempivano di cartelloni colorati con frasi incoraggianti, le terrazze alle sei di sera si trasformavano in piccoli palcoscenici, dove la gente cantava e suonava, in quelle più grandi addirittura qualcuno ballava.

Tutti improvvisamente artisti, d’ altronde l’ alternativa era diventare cuochi, farina e lievito però scarseggiavano.
Eh si, i supermercati infatti, presi d’ assalto mancavano di alcuni prodotti, essendosi tutti riscoperti pasticcieri piuttosto che panettieri.

Tra canti, balli, piatti degni di Cracco e attività varie da svolgere ad orari diversi come fosse un infinito spettacolo, la situazione si stava trasformando in una specie di gioco, un gioco tipo il labirinto ecco.

È un gioco divertente, ma se non trovi l’ uscita dopo un po’ ti stanchi.
Ed infatti, la mancanza di amici e parenti non conviventi si sentiva sempre di più, la voglia di tornare alla vita normale, quella che prima, tra un bacio e un abbraccio davamo per scontata, era tanta, ma nonostante tutto ci veniva chiesto di resistere.

Una videochiamata con le amiche, una lezione davanti al computer e subito un’ altra chiamata con i nonni, la tecnologia, quella che tanto veniva disprezzata da molti adulti prima, ci stava letteralmente salvando, sì insomma, non voglio nemmeno provare ad immaginare come sarebbe stato non poter nemmeno vedere tramite computer le persone a cui tengo.

E se la tecnologia salvava i rapporti, qualcuno tentava invece di salvarci la vita.

Da piccola pensavo che i supereroi fossero quelli con i vestiti colorati e che volavano nel cielo, poi li ho visti per com’ erano davvero, persone normalissime vestite con tute bianche e con addosso tre o quattro mascherine che rischiavano la vita di giorno in giorno.

Volavano, si ma non nel cielo, nelle corsie piene di barelle, con persone sofferenti, cercavano di aiutare per quello che potevano fare.

Combattevano e combattono con un nemico che possiede molti vantaggi, primo fra tutti l’ essere invisibile, viscido, striscia tra le persone quasi come un serpente, silenzioso come il nulla e trasparente ad occhio nudo, se è difficile lottare contro una cosa materiale figuriamoci contro il vento.

Tra un decreto e mille incomprensioni, arrivava la tanto sospirata estate, quasi si sentiva l’ odore di una cosa che si avvicinava parecchio alla libertà.

Gradualmente siamo usciti allora e gradualmente stiamo rientrando adesso, quelle frecce dei grafici stanno salendo nuovamente insieme all’ ansia e alla paura.

Viviamo nell’ incertezza, sperando di non dover rivivere il passato e con la prospettiva di un futuro migliore.

 

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