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È una vicenda che intreccia coraggio civile, opacità amministrative e il clamoroso colpo di scena giudiziario proprio come in un legal thriller di John Grisham. Tutto ebbe inizio nel giugno del 2021, quando un giovane marinaio dell’Actv, l’azienda del trasporto pubblico veneziano, decise di scrivere una lettera al Ministero dell’Interno. La lettera conteneva un atto di denuncia civile che, sebbene passato inizialmente sotto silenzio, oggi emerge come elemento nel quadro della maxi-inchiesta per corruzione che ha coinvolto l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Luigi Brugnaro.
Il contenuto della missiva – come rivelato dal quotidiano Il Gazzettino, che ha analizzato oltre 100mila pagine degli atti dell’indagine nota come “Operazione Palude” – era chiaro e diretto: il marinaio segnalava quella che, a suo giudizio, era una gestione “mafiosa” della città, citando favoritismi, presunti intrecci tra una società privata e aziende riconducibili al sindaco, e sospetti sull’utilizzo di fondi pubblici destinati al trasporto per finanziare eventi privati.
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Una denuncia che, per sua natura, avrebbe potuto e dovuto innescare un’indagine interna o, quantomeno, una verifica preliminare dei fatti riportati. Invece, accadde qualcosa di ben diverso. In soli tre giorni, il Ministero girò la segnalazione alla Prefettura di Venezia, la quale a sua volta informò direttamente i vertici Actv e il sindaco stesso della lettera. Quest’ultimo, ritenendosi diffamato, soprattutto per l’uso del termine “mafioso”, presentò querela contro il dipendente. Da potenziale testimone a indagato: il marinaio finì così sotto inchiesta.
Il marinaio sotto accusa? La Digos: “Non è diffamazione”
Il caso riemerge ora tra le pieghe dell’inchiesta Palude. Una relazione redatta dalla Digos, composta da un documento di 45 pagine depositato tra gli atti della Procura, esamina nel dettaglio la segnalazione. La polizia, in quell’occasione, condusse anche un’approfondita analisi sul clima interno all’Actv, fortemente segnata da una riorganizzazione e dalla privatizzazione di alcune linee, affidate alla società Alilaguna.
Ma l’attenzione si concentrò anche sull’universo imprenditoriale riconducibile a Brugnaro: una rete di società, secondo la Digos, “estesa, con ingenti transazioni e cospicui guadagni”, tale da giustificare un sospetto di conflitti di interesse.
La conclusione degli investigatori è netta, le dichiarazioni del marinaio non si configurano come reato: «esternazioni che non dovrebbero compendiare il reato di diffamazione – si legge nella relazione – L’utilizzo del termine “mafioso” è da interpretarsi in latu sensu, ovvero nell’accezione di poco chiaro, losco, a vantaggio di un gruppo ben specificato di persone. Proprio in tale ottica si ritiene che effettivamente, il dedalo delle società all’interno delle quali il Brugnaro, in via immediata o solamente di fatto, abbia interesse sia veramente esteso, con ingenti transazioni e cospicui guadagni che possono far ingenerare perplessità sui benefici che potrebbero essere perseguiti a scopo personale»
Concetti ripresi anche dalla Guardia di Finanza che pochi giorni dopo – il 22 novembre – ascoltava per la prima volta Claudio Vanin, il principale accusatore di Brugnaro. Dalle sue parole presero forma le indagini che avrebbero portato, nel luglio 2024, agli arresti eccellenti, tra cui quello dell’assessore ai Trasporti Renato Boraso.
Il presente? L’unica cosa che conta è l’indagine della Procura
Intanto, come detto, il sindaco presentò querela contro il marinaio. L’esposto però non ebbe conseguenze e, di fatto, di quella denuncia per diffamazione il marinaio non fu mai nemmeno formalmente informato. Contattato dal Gazzettino, il giovane di Mestre ha spiegato di non aver mai ricevuto notifiche né convocazioni, e ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Anche l’avvocato Alessandro Rampinelli, legale di Brugnaro nel procedimento principale, ha dichiarato di non essere a conoscenza dello stato della querela.
Oggi, a distanza di quasi quattro anni, la situazione è nota: la Procura di Venezia ha chiesto il rinvio a giudizio per Luigi Brugnaro e altri 33 indagati nell’ambito dell’inchiesta Palude.
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Da anni si sapeva, ma guai a parlarne. Si veniva ostracizzati e licenziati