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giovedì 23 Settembre 2021

Stupore e vecchiaia. Ci riguardano? Forse (II). Di Andreina Corso

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Un gruppo, uomini e donne insieme nella biblioteca di una residenza per anziani.

Una lettura che narra la storia di un’amicizia fra un vecchio e un bambino. Una storia epistolare, lettere come carezze nel cuore dei due amici. Il linguaggio? Semplice e poetico, dove si incontrano comete e alberi di ciliegio, confidenze e sentimenti. La storia piace, i vecchi seguono con gli occhi e con il cuore quella piccola storia, intervengono, raccontano, ricordano e tutte le settimane attendono quella mattina, dove si legge, ci si ascolta e si sta insieme .

Vien voglia di scrivere queste pagine che vi affido

L’uomo e il suo doppio

Certo gli assomiglia, almeno da lontano, sembra lui da giovane. Sta attraversando in senso inverso la mia stessa strada. Lo vedo bene in faccia man mano che si avvicina, l’andatura incerta, i capelli neri sulla fronte, un ciuffo vagante sull’occhio destro. Indossa guanti neri di pelle, sì, gli assomiglia, stessa statura e quel volto spigoloso, il naso a punta e le spalle un po’ curve. Certo non è lui, non è l’uomo vecchio che ho conosciuto qualche giorno fa in una casa di riposo. Eppure, se non fosse che è impossibile che siano la stessa persona, se fosse possibile essere due contemporaneamente, allora sì, sarebbe lui. Il signor Giulio , mi dicono le signore che partecipano all’ora di lettura settimanale, è l’unico uomo che ha accettato di stare con noi, non si è fatto pregare, è venuto e basta. Signor Giulio, sei tu quel ragazzo che ho incontrato, non era un ragazzo, qualcosa mi dice di pensarci bene. Era forse un giovanotto antico, oggi se ne vedono pochi di uomini con il ciuffo che richiama l’odore imprevisto della brillantina, i suoi capelli sembravano bagnati, ma non sei forse tu quel vecchio, quel Giulio che occupa tutta la mente dal giorno che l’ho conosciuto? Facciamo che anche tu sia Giulio.
“…ecco, il vecchio e il bambino divennero amici, si salutarono e si impegnarono a scriversi, nacque così una storia epistolare…” Ho appena letto alcune pagine del racconto, il gruppo reagisce bene, qualche signora interviene, racconta dei figli, dei nipoti, del gatto, del nonno che lavorava la terra. Le parole dentro la stanza si fanno largo fra gli occhi e la mente, tanti sguardi mi fissano, altri si chiudono. Forse per stanchezza. Sì, la parola stanca, l’ascolto affatica, proviamo ad interrompere, a bere un po’ di quel the caldo che ci hanno offerto.
Io conosco questa storia, mi dice Giulio. Sento la sua voce tremante per la prima volta e quando parla piega la testa, inclina il collo, gli occhi tentano una scalata improbabile verso i miei, mi accorgo che sono pupille fisse, non capisco se giocano a spostare le cose, mi pare che il tavolo riproduca il movimento della testa che si muove a ritmo di parola. “ Storie così succedono, ho conosciuto un bambino ai funerali dei fratelli Cervi, a Reggio Emilia, mi ha prima osservato a lungo, poi mi ha chiesto se anch’io ero lì per quei morti” Giulio racconta con la voce incrinata dalla forza del ricordo che quell’incontro ha segnato tutta la sua vita. Ora quel bambino, che è un uomo adulto, è l’unico parente, lo chiama zio, lo viene a trovare. “ Mi mette a posto il colletto della maglia, mi aggiusta la sciarpa sul collo e per me che ho vissuto tutta la vita fra collegi e ricoveri…” Il the è buono e caldo. “In collegio i preti mi hanno fatto studiare, mi sono laureato in teologia, perché così è sembrato naturale. E poi, mi sono laureato anche in scienze politiche, per l’uomo che ero e sentivo di essere, appiccicato con il corpo e con gli anni al mondo dei preti e libero come un fringuello nella mente di quelli come i fratelli Cervi. Io sto in mezzo, fra riconoscenza e livore, livore per mia madre che mi ha sepolto vivo”.
Vorrei fermarti, giovane e vecchio uomo che mi cammini contro, ti vorrei chiedere com’era tua madre, come ti trovavi in collegio. Mi avresti detto le stesse cose di Giulio?
“La vedevo tutti i giorni dalle finestre del collegio, a Torino, andava a fare le spese per gli altri bambini! D’altra parte, povera donna, come poteva fare, con tutti quei figli. Io in fondo non le ho dato da fare, anche se mi fa male ricordare, forse adesso vorrei perdonarla”. Le mani si muovono, cercano nell’aria la forma migliore per accompagnare le sue parole a ritroso nel tempo.
Ed eccoci noi ipocriti a dirti, che…sì, sarebbe stato giusto perdonare. E tu che quasi acconsenti nonostante la tua vita imbucata in case non tue. Parli delle carezze che non hai ricevuto, ma che tu hai saputo dare anche a chi era più sfortunato di te. E noi miserabili che avremmo dovuto spingerti all’odio, al gusto del risentimento e della vendetta e noi ad invocare la pazienza. Una maledetta pazienza. Difficile da pronunciare e ancor più da vivere. Come quando spiavi dalla finestra i movimenti di tua madre, speravi che alzasse gli occhi e che ti cercasse, aspettavi inutilmente, la testa è rimasta bassa sulla strada, tua madre non le ha mai salite le scale del collegio. Però povera donna, tu dici “non ha mai sentito la mia voce che diceva mamma e io non ho mai visto i suoi occhi illuminarsi a quel suono”. E come fai a non averne lo stesso nostalgia, a parlare di chi ti ha messo al mondo con l’emozione di un bambino colpevole di essere nato, di troppo in una famiglia numerosa, scelto forse a caso fra i tuoi fratelli e sorelle per alleggerire il peso della povertà: una bocca in meno da sfamare. Però quella carezza la cercheresti ancora, le tue mani mostrano il gesto della tenerezza, in fondo quel tocco lieve non costa niente e assomiglierebbe ad un miracolo, ora che sfili dalla tasca la diagnosi che ti dona ancora due mesi di vita.
E tu, uomo ragazzo che adesso quasi corri, sei tu il giovane Giulio? Dove vai, non scappare, non scappare, ti prego, posati un momento fra le mie mani. Devo restituirti a Giulio.

Andreina Corso

[29/10/2013]

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15 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. mi piacerebbe apere quante sono le persone ricoverate che potrebbero vivere nelle loro case. Quanto costa al mese un ricovero?

    martino

  2. Conosco Andreina e so con quanto amore e abnegazione ha assistito la sua mamma per molti anni. Le sue parole sono quindi un sentimento del suo cuore che la porta ad annullarsi totalmente a favore di chi ha bisogno di lei. Fortunati quegli anziani che l’hanno accanto .

  3. grazie ad Andreina che ci racconta una bellissima storia che ci parla di noi in definitiva, perchè la vecchiaia è una realtà con cui dovremo fare i conti tutti, prima o poi. L’invito a fermarci,
    a riflettere sui bisogni che in questo periodo della vita incombono, ma anche sulle potenzialità affettive che ancora i vecchi possono trasmettere con l’esperienza di chi la vita la ha vissuta tutta nel bene e nel male, senza relegarli nel dimenticatoio di una assistenza che mette a posto la coscienza. Credo sia un messaggio di responsabilità che Andreina ha voluto trasmetterci, con l’amore di chi conosce l’isolamento in cui i vecchi possono restare imbozzolati quando vengono esautorati di ogni ruolo o sapienza in una società estraniante che dimentica le proprie radici nella
    frenesia del vivere quotidiano.

  4. Uno scritto che mi fa ricordare con gioia la mia unica cara nonna…e non a caso proprio oggi 2 Novembre. ..
    Fin da quando ero bambina ho avuto un gran rispetto per lei che mi ha insegnato con la sua umiltà e con il suo grande amore
    ad essere una donna, figlia e madre migliore…
    Ogni bambino dovrebbe avere la fortuna di vivere qualche momento vicino ad una persona anziana per ricevere come per gioco un po’ della sua saggezza, della sua esperienza e di quell’amore che solo un bambino può percepire e capire perché ricordiamo che diventando “grandi” si ritorna bambini con tanta voglia di dare e ricevere amore incondizionato. ..
    GRAZIE Andreina per farmi ricordare quanto importante ed uniche sono le persone che hanno qualche anno più di me…un sincero grazie a tutti quei nonni che aiutano a rendere unci quei bambini che li sanno apprezzare ed ascoltare.

  5. Grazie, Andreina, per la sensibilizzazione che qui porti avanti con le tue parole, in un ambito da cui, se non si è coinvolti da vicino, si tende a mantenere le distanze.
    La vecchiaia degli altri ci disorienta. Leggiamo il tempo tra le rugosità di un volto pieno di anni e desideriamo sfuggirgli. Quando ci troviamo ad assistere persone care al loro tramonto ci sembra di perdere il nostro equilibrio. I ruoli si invertono, ieri ci hanno nutriti e cresciuti, ora diventiamo noi i responsabili delle loro vite, che essi ci affidano con stupore di bambini. A noi la scelta di come affronteranno le varie fasi della decadenza fisica e mentale, di come passeranno i loro ultimi giorni. Più li amiamo e più la scelta è difficile: tra le mura domestiche, dove ogni spazio è famigliare, o lontano da esse, in una casa di riposo, dove le cure sono professionali?
    Questioni pratiche gravose si insinuano tra decisioni spesso sofferte, come modeste possibilità economiche, o carenza di istituzioni.
    Ecco che la vecchiaia diventa un problema, se non “il problema” di una famiglia.
    Peccato, però. Perché gli aspetti logistici purtroppo oscurano la ricchezza che questi nostri vecchietti possono donare. Una memoria, un aneddoto che riaffiora, un pezzetto di storia vissuta che non si legge nei libri e che sanno ancora tramandare, sono beni da cogliere. Ma anche solo un muto sorriso di riconoscenza, quando appena gli regaliamo una carezza, dovrebbe gonfiarci il cuore.
    Basta poco per non farli sentire inutili e rendere questa discesa meno ripida: il rispetto della persona innanzitutto, un po’ di compagnia, sì, un po’ del nostro tempo, e una parola, che li consoli, che gratifichi la loro attesa. Ecco che siamo ancora importanti gli uni per gli altri.
    E se a volte ci appaiono apatici o rabbiosi, perfino aggressivi, pensiamo a meccanismi istintivi di difesa, di compensazione alla solitudine o alla consapevolezza di una fine.
    Guardiamoli, questi nonnetti, come un ricordo del nostro passato e un’idea del nostro futuro, accettiamo il percorso naturale della vita e teniamoli a braccetto per alcuni passi.

    • E’ bello vedere che la vecchiaia venga presa in considerazione
      e che gli anziani vengano riconosciuti in questa società che alla fine gli appartiene, perchè alla fine sono loro che l’ hanno scolpita e oggi come oggi meritano un posto di riconoscimento.
      Ringrazio infinitamente alla signora Andreina di aver scritto questa meravigliose parole dando alle persone anziane il posto che meritano.
      Grazie, grazie e ancora grazie infinite per questo bel lavoro!!
      Arnulfo

  6. Un grazie ad Andreina che si dedica con disponibilità e amore alle persone anziane sapendo cogliere in loro gli aspetti più nascosti per poi disegnarli nei suoi scritti con tenerezza e rispetto.
    A questo proposito mi esce spontanea una riflessione che riguarda il nostro vivere in questa società malata.
    Ci si preoccupa, giustamente, di non maltrattare e abbandonare gli animali. Associazioni si fanno carico di vigilare. I media ne parlano sempre. Sono state stabilite pene severe per chi li abbandona. Niente da dire; ma degli anziani chi si preoccupa? Chi li ascolta? Avrebbero tante cose da raccontare!
    Dalla società sono considerati un peso.
    Sono persone che, dopo aver dato tanto, vengono abbandonati a loro stessi o parcheggiati negli ospizi, o meglio, residenze, dove raramente o mai vengono visitati dai parenti.
    Chi dedica loro del tempo? Basterebbe solo un po’ di affetto per vederli sorridere!
    Non abbandoniamoli! Sono un bene prezioso che deve essere custodito e amato.

  7. Situazioni ed emozioni forti e profonde….raccontate con parole delicate, pregnanti, decise. Uno stile raffinato che sa raccontare ed arrivare dritto al cuore.

  8. Rimango estasiasta dinnanzi a queste parole…cosi’ tenere, profonde,intime… La potenza del vissuto che si riflette in ognuno di noi che bene o male siamo spettatori se non protagonisti (attraverso i nostri nonni ad esempio) di cio’ che in maniera cosi’ meravigliosa viene descritta nelle parole di questa stupenda scrittice che stimo tantissimo e amo da morire.
    Lei che sa’ entrarti dentro in maniera prepotente, sospirare e respirare l’umilta’ fatta persona, attraverso le sue parole.
    Uno scritto magnifico. Complimenti come sempre 🙂

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