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Proteste Capalbio per arrivo immigrati. Ciambetti: "Quando accoglienza si fa fare agli altri va bene"

L’etimologia del termine Autonomia non lascia adito a dubbi: dal greco autos, stesso, e nomos, leggi, da cui il potere di darsi le proprie leggi ovvero la libertà di vivere con le proprie leggi.

Questa è l’autonomia che può svilupparsi all’interno di una struttura statale più ampia come dimostra in Italia l’esperienza trentina o sudtirolese.

Questo modello, tra l’altro, è quello che sostanzialmente caratterizza altre nazioni europee, come la Germania, l’Austria o la Svizzera dove le specifiche esigenze di ciascuna realtà regionale vengono rispettate ed esaltate senza pregiudicare l’unità statale.

Noi andremo a votare il 22 ottobre prossimo proprio per inserire il Veneto, e per quanto riguarda i cittadini lombardi la Lombardia, in questo filone altamente democratico.

Chi teme questo percorso in realtà vuole difendere lo status quo, cioè il mantenimento della supremazia statale sulla realtà locale chiamata a finanziare integramente lo stato sovrano senza avere alcun controllo e voce alcuna sulla spesa: il cosiddetto residuo fiscale accumulato dal Veneto e dai lombardi ogni anno è ricchezza sottratta alle nostre regioni, ai cittadini e alle imprese, fattore di perdita di competitività rispetto ai nostri concorrenti europei.

Sono soldi di cui non solo non godiamo i frutti, ma anche dei quali non sappiamo più nulla: le voci antireferendarie vogliono difendere questa situazione.

Ci viene detto che potevamo risparmiare i soldi della consultazione e trattare direttamente con Roma. Bisogna trattare con Roma, ma vogliamo farlo da una posizione di forza visto che lo stato troppe volte ha dimostrato di non mantenere fede alla parola data.

La riprova? Basti guardare a come vengono rispettate le quote di immigrati distribuiti dallo stato, con tetti che vengono sistematicamente violati e solo due regioni, assieme alla Sicilia, a sostenere il maggior impatto dell’accoglienza, guarda caso Lombardia e Veneto.

Per quanto ci riguarda, potremo andare a trattare da una posizione di forza se i veneti ci sosterranno in massa: come potrà lo stato italiano sedersi al consesso delle nazioni se non rispetterà la volontà democratica di una parte qualificante della popolazione?

Chi non vuole il Referendum non vuole difendere gli interessi della nostra gente, vuole impedire che lo stato si riformi e metta ordine nei suoi sprechi e in quella rete della spesa pubblica in cui troppi attingono senza aver alcun diritto.

Sono i sostenitori senza se senza ma della supremazia dello stato ad avere un atteggiamento polemogeno e tutt’altro che conciliante: non vogliono, in altre parole, che si giunga alla trattativa, né sono disposti a cedere anche in minima parte alle richieste della nostra terra.

Se veramente si fosse creduto nel dialogo corretto, per primo lo stato avrebbe potuto disinnescare il percorso referendario facendo delle proposte serie che potevano essere avanzate, visto che in questi anni lo stesso stato che si è negato sistematicamente al dialogo con il Veneto ha ampliato al massimo l’autonomia sudtirolese e trentina.

Due pesi e due misure? Fino ad oggi i Veneti hanno accettato obtorto collo questa realtà.

Vilfredo Pareto diceva che spesso le spoliazioni non incontrano una efficace resistenza da parte degli spogliati: “La storia ci insegna – scrisse Pareto – che più di una volta la spoliazione ha finito con l’uccidere la gallina dalle uova d’oro”. Vogliamo il Referendum per evitare questo scenario, che non è così assurdo come si può credere.

Anzi. Forse è dietro l’angolo: per questo vogliamo vivere con le nostre leggi. E non è questione di Lega o non Lega, di questo o quel partito: per quanto ci riguarda è questione Veneta.

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