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Ape per la pensione anticipata, tutte le regole

“Quando vado in pensione?”. Questa è la domanda dell’italiano medio dopo una vita di lavoro. Il futuro, però, è ancora abbastanza fumoso. Vediamo perché.

Intanto ci si muove in un campo che affonda le sue fondamenta in slogan elettorali che oggi, arrivati al momento di passare dalle parole ai fatti essendo partito il nuovo governo, cambiano a colpi di piccole “aggiuntine” che forse sfuggono ai più.

“Quota 100” era la bandiera che fino a ieri svolazzava in campagna elettorale.
La Quota 100 rappresenta il traguardo lavorativo per ogni dipendente che ci può arrivare sommando l’età anagrafica agli anni di contributi versati.
La Quota 100, però, sta cambiando lentamente: un paio di giorni fa Salvini precisava che che la nuova norma era idonea per superare la Legge Fornero, aggiungendo però che si partiva da un’età anagrafica minima di 62-63 anni. Un paio di paroline aggiunte ad un discorso dai principi molto validi, ma paroline che cambiano parecchio la sostanza delle cose anche se sono sfuggite ai più.
“Quota cento tra gli obiettivi primari per il superamento della Legge Fornero..” (applausi) diceva ieri Di Maio, aggiungendo però anche: “Con un’età minima di 64 anni…”. Nessuno ne parla, ma la “Quota 100” è cambiata, sta salendo. Non è più il sospirato miraggio di chi ha cominciato a lavorare a 18-19 anni, ad esempio. Chi si trova in una situazione di 40-41 anni già lavorati e un’età di 61-62 anni si trova di nuovo fuori, tanto per dire. E ora si comincia anche a parlare di piccola penalizzazione alla pensione per chi usufruirà di questo beneficio.

41 anni di contributi?
Salvini lo aveva annunciato più volte in campagna elettorale: superamento della Legge Fornero anche per mezzo ad un altro requisito: “Chi ha 41 anni di contributi effettivi versati ha il sacrosanto diritto ad andare in pensione a prescindere dall’età…”. (applausi). Lodevole iniziativa, che però nei fatti concreti sta cambiando: da ieri infatti gli annunci dei provvedimenti allo studio parlano di 41 anni e mezzo di contributi versati.
Assurdo ipotizzare che la “quota” arriverà a 42 e forse anche oltre prima che il provvedimento veda la luce?

“Quando vado in pensione?”. Di certo non sarà quando sperato.
Il superamento della Legge Fornero, se davvero avverrà, si concretizzerà con piccoli aggiustamenti alle idee iniziali che forse finiranno per farlo assomigliare alla stessa.

Colpa dei politici? Non solo, oppure non proprio.
Il nuovo governo non aveva nemmeno fatto in tempo a partire che sono partiti gli annunci a orologeria divulgati per destabilizzare l’aspetto psicologico su pensione e conti pubblici.
L’INPS, un paio di giorni fa, tanto per citare un esempio, ha divulgato al mondo la notizia che ci sono 406.942 le pensioni liquidate prima del 1980, quindi pagate da oltre 38 anni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati. Oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Informazione meritevole di diffusione senz’altro, ma più di qualcuno si chiede perché fatta rimbalzare proprio oggi, in coincidenza con gli annunci sul lavoro per il superamento della Legge Fornero e non sei mesi fa? Un anno fa?

In pensione quando, quindi? La sensazione è che l’allargamento delle maglie della legge Fornero ci sarà, ma senza essere devastante per i conti pubblici.
Quota 100 da 64 anni più 36 di contributi in su, ma tutto dipenderà dalle verifiche sui numeri, perché comunque il tetto di cinque miliardi non potrà essere superato.

L’altro canale di uscita dal lavoro, i 41 anni di contribuzione a prescindere dall’età, vedranno senz’altro aggiunto qualche mese.

“Il tema delle pensioni è fondamentale e una delle prime cose su cui ci siamo messi d’accordo è fare quota 100 per superare la legge Fornero”, ha annunciato Di Maio. Nel contratto M5s-Lega si stima per questo un costo di 5 miliardi.
Secondo l’Inps, invece, i costi sarebbero nel primo anno di 15 miliardi per poi arrivare a regime a 20 miliardi l’anno.

Qualcuno non la dice giusta.

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