All’alba del 28 ottobre i carabinieri hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di due uomini ritenuti responsabili dell’omicidio di Ferdinant Hoti, il 35enne il cui corpo era stato recuperato l’8 settembre scorso su una Fiat finita nel canale Tergola. Le misure, emesse dal Gip del Tribunale di Venezia, riguardano due cittadini italiani di 54 e 51 anni, già noti alle forze dell’ordine.
L’indagine è stata condotta dal Comando Provinciale dei carabinieri di Padova sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Venezia, dopo una fase iniziale seguita dalla Procura di Padova. Secondo l’accusa, agli indagati sono contestati, in concorso, omicidio aggravato, occultamento di cadavere e porto illegale di arma da fuoco.
La scoperta del corpo avvenne la mattina dell’8 settembre, quando un passante notò le ruote posteriori di una Fiat Bravo emergere dall’acqua del canale Tergola nel territorio di San Giorgio delle Pertiche, in provincia di Padova. L’auto, priva di targhe, era quasi completamente sommersa.
Dopo il recupero da parte dei Vigili del Fuoco, gli investigatori rinvennero il cadavere sui sedili posteriori, avvolto in sacchi di cellophane neri e nascosto sotto pneumatici e altro materiale di risulta.
L’esame del corpo rivelò ferite gravissime al volto, causate da un colpo d’arma da fuoco esploso a distanza ravvicinata e verosimilmente all’altezza del cavo orale. L’identificazione della vittima è stata possibile tramite accertamenti dattiloscopici che hanno confermato si trattasse di Ferdinant Hoti.
La svolta nelle indagini è arrivata dall’analisi tecnica del veicolo. Sulla parte posteriore della Fiat, in una zona compatibile con la spinta impiegata per farla precipitare nell’acqua, gli specialisti del RIS di Parma hanno esaltato impronte papillari che hanno portato all’identificazione di uno degli indagati.
A completare il quadro investigativo è stata poi la visione di decine di ore di filmati di videosorveglianza. Le immagini ricostruiscono gli ultimi momenti in cui Hoti sale a bordo della stessa auto, diretta a un complesso artigianale a Mirano, dove uno degli arrestati aveva la disponibilità di un capannone adibito a officina. Nei filmati successivi non si registra più la presenza della vittima in vita. Le registrazioni documentano poi le operazioni con cui il corpo è stato nascosto, trasferito e l’autovettura spinta nelle acque del canale per rendere più difficile il ritrovamento delle prove.
Nel corso dell’esecuzione delle misure cautelari, gli arrestati hanno collaborato con gli investigatori, consentendo il rinvenimento di un fucile calibro 12, ritenuto verosimilmente l’arma usata per l’omicidio.
Secondo l’ipotesi accusatoria formulata dalla Procura di Venezia e accolta dal Gip, il delitto sarebbe stato premeditato e collegato a contrasti sorti nell’ambito del traffico di stupefacenti nel territorio veneziano. Il procedimento, al momento, procede con le persone indagate in custodia cautelare in carcere e con le verifiche tecniche ancora in corso.
Le indagini hanno dunque unito accertamenti di laboratorio, analisi delle immagini e tradizionale lavoro di polizia giudiziaria, consentendo di ricostruire una sequenza che va dall’assassinio fino al tentativo di occultamento sistematico delle prove.
Secondo la Procura di Venezia, il delitto sarebbe stato premeditato e motivato da contrasti nel traffico di sostanze stupefacenti, ipotesi pienamente accolta dal Gip lagunare.
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