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Noa, una vita calpestata. Uccidersi a 17 anni per uno stupro subito da bambina

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 Noa, una vita calpestata. Uccidersi a 17 anni per uno stupro subito da bambina

Noa, una ragazza olandese che si è lasciata morire e dentro l’ombra scura che l’ha avvolta ha sepolto i pensieri più tristi, i ricordi più brutti, i volti di ‘quelli’ che hanno abusato di lei, violentandola e stuprandola.

‘Quelli’che si stenta a definire uomini, hanno ucciso la sua voglia di vivere, il suo diritto a crescere e incontrare la vita. Costoro, dei ragazzi prima e degli uomini poi, hanno usato il suo corpo. E poi l’hanno gettato via, come una cosa inutile.

Non sappiamo niente dei silenzi di Noa, della disperazione dei suoi pensieri rivelati o muti, dello sconforto che ha alimentato la sua decisione di rifiutare acqua e cibo, per lasciarsi risucchiare in un luogo senza tempo, lontano dalla sua famiglia e dai suoi affetti. Un luogo ignoto, dove non sbocciano i tulipani, ma si è sicuri di non incontrare uomini, che ti fanno del male.

Non sappiamo se qualcuno li ha sentiti urlare i suoi diciassette anni che le scoppiavano in petto implorando la vita, mentre lei cedeva al sentimento del vuoto, per non soffrire più, per darsi pace.

Noa Pothoven, la sua persona, il suo travaglio, hanno impegnato in questi giorni opinionisti e specialisti, che a vario titolo, hanno commentato questa storia terribile, talvolta distorcendola, cercando cavilli giuridici della legislazione olandese e confrontandoli con quelli di altri paesi, compreso il nostro.

Molto si è insistito, forse troppo, sulle procedure e le norme di eutanasia e suicidio assistito, come se le definizioni potessero spiegare gli effetti di colpe efferate, come lo stupro, praticate sul corpo e sull’anima di una bambina.

La immaginiamo ad Arnhem, la sua città sul Basso Reno, mentre passeggia e respira la natura viva della primavera, i capelli biondi al vento, gli occhi azzurri, il corpo esile, vinto dallo sconforto e dalla debolezza.
Ora il cielo azzurro dell’estate, Noa non lo vedrà più, nonostante quel cielo li volesse i suoi occhi, ed è terribile e insopportabile realizzare con spietata logica, che lo stupro, la violenza sulle donne, sulle bambine, continua imperterrito a manifestarsi e cagionare vittime.

Noa voleva morire, non le restava che andarsene: l’anoressia, la depressione, l’anno scorso l’avevano spinta a rivolgersi a una clinica dell’Aia, per essere aiutata a darsi la morte. Ottenne un rifiuto, in considerazione della sua giovane età. Sembrava convinta, tanto da scrivere la sua storia in un libro (Vinci o impara), che ha sollevato in Olanda, un profondo dibattito sul diritto di scelta.

Eppure Noa ha preferito la parola, la parola scritta, per dire, per comunicare le sue sensazioni. Un gesto altruistico quello di mettere a disposizione di tutti la propria anima, un gesto di chi si fida ancora, nonostante tutto, di occhi che sanno leggere e di cuori che sanno sentire.

Impossibile non chiedersi se tutto sia stato tentato per ridare fiducia a Noa, che aveva anche abbandonato gli studi, come una resa al mondo, impossibile non avvertire l’indelicatezza di questa nostra esigenza e non chiedersi se abbiamo diritto di farlo.

Sappiamo che non possiamo ignorare la tragedia di Noa e della sua famiglia, nella consapevolezza ben triste che troppe sono le ragazze che subiscono violenza e che come Noa, stanno in silenzio per mesi e anche per anni, perché si vergognano loro per chi le ha stuprate e non ce la fanno a raccontare, a denunciare.

La famiglia le è stata vicina, l’ha assistita e incoraggiata, ma il logorio del male, a Noa ha tolto ogni energia. È morta nel salotto di casa sua. E la responsabilità, la colpa, è riconducibile agli stupratori, a maschi di ogni età che eludendo qualsiasi norma di civiltà e persino di pietà hanno calpestato la vita di una bambina, di una ragazza, dimostrando una ferocia che sarebbe tempo e ora di combattere. Come?

Da qualche parte bisogna pur cominciare, da come si educano i figli, ai problemi dell’adolescenza, dai valori che gli adulti riescono a comunicare, al rispetto per gli altri e non tanto attraverso prediche e teorie, ma sostenendole con un esempio capace di dirsi tale.

L’unico contributo possibile alla prevenzione di altre violenze è forse quello di raccontare i dolori, le fragilità che hanno abitato la vita di Noa. Affinché queste rivelazioni possano servire, magari a qualcuno, per riconoscere la bestialità del gesto, perfino per pentirsi e ritrovare la dignità di sentirsi uomo.

Andreina Corso

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Andreina Corso
Cittadina 'storica' di Venezia, si occupa della città e della sua cronaca. Cura gli approfondimenti, è giornalista, insegnante, autrice letteraria, poetessa.

2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Esiste un modo perché non risucceda un caso come Noa? Andreina se lo chiede e ce lo chiede. Lo stupro è un’arma nelle guerre di invasione ma è perpetrato in misura minore nella società in periodi di pace. Significa che il corpo della donna è violato sempre, significa che la donna è vissuta come natura, nonostante le leggi e le conquiste femminili dopo il femminismo. Come la Terra è violentata.
    Il pensiero è maschile e fatica a costruire una visione più umana di noi, del nostro vivere sociale.

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