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Venezia . “MISFATTI” URBANISTICI OTTOCENTESCHI.
“Misfatti” che, con la sensibilità odierna, forse non sarebbero più possibili. E compiuti al fine, com’è noto, di razionalizzare la mobilità cittadina con l’apertura di grandi vie laddove essa era impedita dai tipici intricatissimi dedali di calli, corti e campielli e talora da edifici, non di rado di valore storico e monumentale, che non ci si peritò tuttavia di demolire “tout court” o di travisare e stravolgere totalmente costruendovi accanto il nuovo che avanzava, in ossequio alla nuova visione della città.
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Visione non solo delle amministrazioni comunali di Venezia avvicendatesi alla guida della città in quegli anni, bensì anche di non pochi politici e intellettuali indotti, con ogni probabilità, a fare propria tale visione dal periodo storico che si stava vivendo: in cui i progressi industriali dell’epoca, nella dialettica tra conservazione e innovazione, inducevano un po’ tutti a propendere per quest’ultima, salvo rarissime eccezioni.
Fra cui, assolutamente degna di nota, fu quella di G.P. Molmenti, letterato e politico eletto in Parlamento, nonché autore, fra l’altro, oltre della sua opera forse più famosa “La storia di Venezia nella vita privata” dalle origini alla caduta della repubblica, di un interessante articolo, “Delendae Venetiae”, scritto con la sagacia che lo contraddistingueva e pubblicato, nel 1887, nella Nuova Antologia di Scienze, Lettere e Arti, in cui manifestava la sua assoluta contrarietà alla sfrenata politica di interventi urbanistici attuati, in atto e da attuare.
Enzo Pedrocco
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Per approfondire, esempi moolto interessanti: ing. Eugenio Miozzi, arch. Carlo Scarpa
Ah Fulvio, il latino come arma di indignazione… elegante, sì, ma ormai più da salotto che da trincea. “Quod non fecerunt barbari…”? Dai, siamo nel 2025, non nel Senato romano. E poi questa nostalgia compulsiva per un passato che non torna più—è come cercare di rimettere insieme un mosaico con le tessere di un puzzle IKEA.
La verità? Venezia è sempre stata un laboratorio di contraddizioni: conservazione e innovazione, bellezza e brutalità. Ma se ogni riflessione sul presente deve passare per il rimpianto del passato, allora siamo fermi. E Venezia, per quanto ami la sua storia, non è mai stata ferma.
Quindi sì, caro Fulvio, magari basta con il latino. E magari basta anche con il “ai miei tempi”. Perché se il nonno racconta, il nipote costruisce. E oggi, più che mai, c’è bisogno di costruire con testa, cuore e un pizzico di ironia.
“quod non fecerunt barbari fecerunt veneziani”…..moderni (sulla scia dell’imperante positivismo dell’epoca)