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Sembrava il classico caso di ammanchi sospetti e giustificazioni poco credibili. Invece, alla fine di un percorso giudiziario che ha visto un paio di colpi di scena e l’avvio di un’indagine per peculato e simulazione di reato, è arrivata la sorpresa. Protagonista della vicenda un dipendente dell’AVM, l’azienda veneziana per la mobilità, accusato, alla fine, di essersi appropriato indebitamente di denaro pubblico e di aver inscenato una falsa ruberia per coprire il presunto illecito.
L’episodio risale a qualche mese fa, quando, al termine di un turno di lavoro presso uno sportello per la vendita di titoli di viaggio, il bigliettaio ha rilevato un ammanco di circa 140 euro rispetto all’incasso giornaliero complessivo di 2.500 euro.
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Di fronte alla discrepanza, l’uomo ha deciso di recarsi presso una stazione dei carabinieri per denunciare l’accaduto, riferendo di non riuscire a spiegarsi l’origine del buco contabile.
I militari, tuttavia, hanno avuto dei sospetti ed hanno ritenuto poco plausibile la sua versione, ipotizzando invece che si trattasse di un espediente per occultare una sottrazione deliberata. Da qui, l’avvio dell’indagine penale, culminata con l’iscrizione nel registro degli indagati per peculato e simulazione di reato.
Secondo le ipotesi accusatorie iniziali, l’uomo avrebbe simulato problemi tecnici con il POS per scoraggiare i pagamenti elettronici, inducendo così i clienti a pagare in contanti e potendo quindi trattenere una parte degli incassi.
A smontare questa ricostruzione, però, ci ha pensato, nel corso dell’udienza preliminare, l’avvocato difensore Gabriele Civello, che ha evidenziato come il suo assistito non solo abbia tempestivamente segnalato l’anomalia, ma abbia anche provveduto a reintegrare di tasca propria l’importo mancante, in attesa di chiarire la situazione con l’azienda.
Una linea difensiva che ha trovato riscontro anche nella posizione del pubblico ministero, Roberto Terzo, che ha chiesto l’assoluzione per il reato di peculato e la dichiarazione di particolare tenuità del fatto per quanto riguarda la simulazione.
La giudice per le indagini preliminari, Claudia Maria Ardita, ha infine stabilito l’assoluzione piena, con la formula “perché il fatto non sussiste”, mettendo così fine alla vicenda giudiziaria e scagionando completamente il lavoratore.
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