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La Torre di Bebe. Quanta storia si respira a Chioggia

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Un altro luogo, come altri, che attende di essere valorizzato per ciò che hanno significato nel passato, almeno in memoria del contributo che hanno dato per far diventare grande la più bella città esistente al mondo.

Quanta storia si respira a Chioggia. Ovunque appoggi il tuo sguardo, nel centro storico di Chioggia, ne vedi la storia: sui monumenti, sulle facciate delle case, sulle antiche sculture e talvolta anche sugli antichi mestieri che, anche se sono cambiati gli utensili costano agli uomini sempre la stessa fatica.
Ma sembra che ci siano testimoni della storia clodiense che, forse a causa proprio della loro distanza dal centro storico, rischiano di esser dimenticati e lasciati in balia dell’usura del tempo.
È da qualche giorno che girano immagini, su un noto social network, di un luogo che sembra essere uscito dalla memoria e dalla mente di chi dovrebbe curarne la salvaguardia.
Si tratta della Torre di Bebe: un antico manufatto, o almeno, le poche pietre rimaste e sopravvissute alle angherie del tempo, che dovrebbe essere tutelato dalla legge come bene di interesse storico e artistico.
Eppure… Non sembra che se la stia passando molto bene l’antica torre, che venne eretta in difesa delle Venezie e i cui resti rappresentano ora testimonianza dell’unico esempio rimasto di fortificazione medievale ancora esistente nel territorio, antica traccia della Serenissima.

Risale al 745 circa e venne innalzata dal Doge Teodato, quarto Doge della repubblica di Venezia, ai tempi in cui non era ancora Serenissima, che fondò Brondolo, frazione di Chioggia, dove la Torre si trova, alle foci del fiume Brenta, in una terra un tempo bagnata dalla Laguna. Luogo strategico per una fortificazione che doveva servire a difendere Malamocco.
Un tempo volgeva fiera lo sguardo alle acque, e oggi i suoi occhi spenti si poggiano su terreni di bonifica e su campi coltivati.
Ai suoi piedi, nei secoli, combatterono Franchi, Ungari, Annesi, Ravennati, Trevigiani Padovani e i Genovesi, che alla fine si arresero alla potenza di una grande Venezia guidata da Vettor Pisani e Carlo Zeno.
Strategica fu quella torre, alta una trentina di metri e della quale ora rimangono solo tratti di mura sgretolati. Si erge dal suolo per uno sbuffo di muro in pietra naturale, legato da un tirante che annaspa, tra folti fili di erba matta che cresce alta, a nascondere alla vista ciò che rimane nella memoria della grandezza e dell’orgoglio del tempo che fu, quando Venezia era Grande.

Giusto lo spazio, su quel tratto di muro, per una targa, a ricordare, a chi passa e non conosce la storia che si respira a Chioggia, i protagonisti delle battaglie che lì si combatterono.
Esclusa dal ciclo del turismo, la sua forma appena accennata in aperta campagna, rischia di confondersi a un occhio disattento. Trascurata lei e trascurato il luogo in cui si erge.
I chioggiotti però non dimenticano la loro storia. Guardano e si sdegnano di come, chi dovrebbe agire, volga lo sguardo ad altro.
Al 9 agosto 1923 sembra che l’antico manufatto sia pervenuto alla Provincia di Venezia, almeno ciò è scritto nel sito della Città Metropolitana di Venezia, alla sezione Servizio Patrimonio, sulla pagina dedicata alla Torre di Bebe.

Capiamo che di fronte a opere come Cà Corner, o l’isola di San Servolo, o le ville della Riviera del Brenta che dello stesso patrimonio fanno parte, i piccoli poveri resti della Torre di Bebe siano come un granello di sabbia in mezzo a un deserto, ma come lo stesso sito, più avanti, cita testualmente: “se è importante inventariare la proprietà, è altrettanto decisivo valorizzarla, riqualificarla e rilanciarla al meglio per servire il bene pubblico” i poveri resti vanno guardati con occhi diversi.
Ed è quello che si aspetta ogni segno tangibile della nostra storia, che siano le misere pietre che ancora sopravvivono della Torre di Bebe o Cà Corner o l’Isola di San Servolo, o qualsiasi altra tra tutte le innumerevoli proprietà di Venezia: essere valorizzate per ciò che hanno significato nel passato, almeno in memoria del contributo che hanno dato per far diventare grande la più bella città esistente al mondo.

Micaela Brombo

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Mi chiamo Micaela Brombo, ho un marito, due figli e due gatti e li amo tutti, non necessariamente in quest'ordine. Da oltre trent'anni giornalaia e cartolaia e divoratrice di libri da sempre. Da poco ho scoperto una nuova passione, la scrittura. Pregio e difetto? Voler avere sempre l'ultima parola.

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