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La storia della scuola di Mestre che ha un solo iscritto italiano

A Mestre, la scuola primaria “Cesare Battisti”, parte dell’Istituto comprensivo “Caio Giulio Cesare”, si trova quest’anno a confrontarsi con una composizione studentesca particolarmente singolare. Dei 61 bambini iscritti al primo anno, suddivisi in tre sezioni, solo uno risulta italiano. Il dato, scoperto dal quotidiano veneziano “Il Gazzettino”, segna un cambiamento significativo rispetto agli anni precedenti […]

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A Mestre, la scuola primaria “Cesare Battisti”, parte dell’Istituto comprensivo “Caio Giulio Cesare”, si trova quest’anno a confrontarsi con una composizione studentesca particolarmente singolare. Dei 61 bambini iscritti al primo anno, suddivisi in tre sezioni, solo uno risulta italiano. Il dato, scoperto dal quotidiano veneziano “Il Gazzettino”, segna un cambiamento significativo rispetto agli anni precedenti e mette in luce una tendenza che non si è mai verificata prima in questi termini.

Negli ultimi decenni, in verità, la scuola era stata considerata un modello di integrazione tra studenti italiani e stranieri. Già negli anni Novanta, con l’arrivo dei primi studenti cinesi, aveva sviluppato percorsi di accoglienza e inclusione. Successivamente, l’istituto aveva accolto studenti provenienti dall’Est Europa, dall’Africa e, più recentemente, dal Bangladesh, attratti dal lavoro in ristoranti, hotel e, in particolare, nella vicina Fincantieri. La scuola si era così distinta per una gestione attenta della multietnicità e per iniziative volte a favorire l’integrazione di bambini non italofoni.

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Quest’anno, tuttavia, la situazione appare eccessivamente invertita: nelle prime due classi prime non sono presenti alunni italiani, mentre nella terza, su 21 iscritti, solo uno è italiano.

Si tratta ovviamente di un fenomeno che va inserito in un contesto più ampio, caratterizzato da un aumento della popolazione con background migratorio nel quartiere, insieme a una progressiva riduzione delle nascite tra le famiglie italiane residenti, così come è evidente che le famiglie italiane tendono a iscrivere i propri figli in altri istituti, comprese le scuole private, complici anche modifiche normative che hanno eliminato l’obbligo di iscrizione secondo la residenza.

La questione ha trovato spazio all’interno del Consiglio d’Istituto, guidato dal presidente Carlo Pagan. Il Consiglio ha sottolineato come la concentrazione quasi esclusivamente monoculturale degli alunni non italofoni ottiene un effetto contrario all’integrazione, rendendo più difficile l’immersione dei bambini nel contesto sociale italiano, anche in una scuola tradizionalmente attenta all’inclusione. Nel corso di un incontro di settembre, il Consiglio ha affrontato il tema in maniera dettagliata, ma l’incontro sarebbe stato burrascoso, tanto che sono state presentate le dimissioni di un componente dei genitori e la sospensione dei lavori in attesa di un confronto con l’Ufficio Immigrazione del Comune di Venezia.

Parallelamente, nel corso delle discussioni, è emersa la proposta di creare, nelle medie dell’istituto, una sesta classe composta esclusivamente da studenti di origine bengalese, ma proposta ha alimentato ulteriori tensioni all’interno del Consiglio, evidenziando le difficoltà di gestione di un contesto scolastico ormai fortemente diversificato. Pagan ha sottolineato come il tema richieda un approccio serio e coordinato, con strategie operative da applicare a livello cittadino per garantire un equilibrio tra le diverse componenti della popolazione scolastica.

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Secondo i dati forniti dalla scuola, appena un quinto dei nuovi iscritti ha cittadinanza italiana, e tra questi, solo due bambini hanno entrambi i genitori nati e cresciuti in Italia. Nonostante questo, la scuola non considera la nazionalità come criterio per la composizione delle classi: l’organizzazione si basa sul livello di competenze, sul numero di maschi e femmine e sulla distribuzione dei nuovi arrivi in Italia. Per i bambini non italofoni, vengono attivati percorsi specifici per facilitare l’apprendimento della lingua e l’inserimento nel contesto scolastico.

Le autorità comunali hanno evidenziato come negli anni siano stati avviati diversi strumenti di supporto all’integrazione, tra cui corsi di italiano per stranieri, doposcuola, mediazione linguistico-culturale e laboratori contro la dispersione scolastica. L’assessora alle Politiche educative, Laura Besio, ha sottolineato che l’inclusione non si costruisce con le polemiche mediatiche, ma attraverso interventi concreti e costanti. Ha inoltre precisato che le iniziative della scuola rientrano in un percorso di integrazione ormai consolidato a livello cittadino.

Il caso ha attirato anche l’attenzione di figure politiche esterne all’istituto, che hanno sollevato critiche sulla situazione e sul ruolo delle famiglie italiane nel determinare una sorta di “fuga” verso scuole alternative. Tali interventi hanno contribuito a polarizzare l’attenzione sul tema, rendendo ancora più evidente la necessità di un dibattito articolato, basato sui dati e sulle politiche educative, piuttosto che su dichiarazioni di parte.

Il quartiere dove sorge la scuola, comprendente via Cappuccina, Corso del Popolo, Altobello e le vie limitrofe, presenta una popolazione fortemente multietnica. La presenza di lavoratori stranieri impiegati in cantieri, alberghi e ristorazione ha determinato una composizione sociale che la scuola riflette direttamente. Nel corso degli ultimi anni, la scuola aveva dimostrato la capacità di gestire con successo questa diversità, attivando percorsi di supporto linguistico e culturale per gli alunni neoarrivati.

L’istituto, che comprende scuola dell’infanzia, primaria e medie, conta complessivamente 1.135 alunni. La sfida attuale riguarda soprattutto la prima primaria, dove la sproporzione tra alunni italiani e non italofoni non è più accettabile. La questione viene considerata delicata non solo per il rischio di isolare i bambini stranieri, ma anche per le implicazioni sociali e culturali legate all’integrazione scolastica.

La scuola continua a portare avanti la sua offerta formativa, fortemente caratterizzata da una reale capacità di accoglienza dei nuovi arrivati. Tuttavia, il nuovo scenario impone un confronto più ampio e strutturato con le autorità comunali e cittadine, volto a individuare strumenti efficaci per mantenere l’equilibrio tra inclusione e integrazione, senza creare situazioni di esclusione o ghettizzazione.

Gioia Pasini
Gioia Pasini
Sono giovane ma con una grande passione e già alcune esperienze importanti. E soprattutto: nessuno mi ferma :) gioia_p@lavocedivenezia.it
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