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Spettabili Direttori,
Spettabili Redazioni,
scrivo da cittadina, contribuente e spettatrice : tre figure che certe istituzioni culturali sembrano ricordare solo quando servono biglietti venduti, fondi pubblici o applausi ben educati.
La vicenda Beatrice Venezi – Teatro La Fenice non è più soltanto una questione artistica. Vi È diventata, purtroppo, una lezione quasi perfetta su come non si governa un’istituzione culturale.
Qui non si tratta di destra, sinistra, centro o altre comode etichette da talk show. Qui si parla di responsabilità, coerenza, dignità e trasparenza. Parole solenni, spesso pronunciate con grande eleganza nei comunicati ufficiali. Peccato che, al momento dei fatti, sembrino evaporare come nebbia in laguna.
Beatrice Venezi può essere criticata. Nessuno è intoccabile. Ma una cosa è discutere una nomina, altra cosa è trasformare una professionista nel bersaglio pubblico di una gestione istituzionale confusa, debole e, a mio giudizio, indecorosa.
Il punto è semplice: chi l’ha scelta? Chi l’ha sostenuta? Chi l’ha comunicata? Chi l’ha esposta? E soprattutto: chi, quando il vento è cambiato, ha pensato bene di arretrare lasciandola sola sul palco, come se la responsabilità fosse magicamente sua?
Se la nomina era sbagliata, allora chi l’ha proposta e difesa dovrebbe dimettersi per evidente incapacità di valutazione.
Se invece la nomina era fondata, allora dovrebbe dimettersi per non aver avuto il coraggio di sostenerla.
In entrambi i casi, il problema non può essere scaricato sulla persona nominata.
È troppo comodo nominare, annunciare, sorridere nelle fasi favorevoli e poi dileguarsi quando arrivano pressioni interne, mediatiche o politiche. Questo non è governo culturale. È equilibrismo di palazzo. E nemmeno dei migliori.
In Italia si parla ogni giorno di donne, giovani, talento, merito e coraggio. Poi, quando una giovane donna arriva in una posizione visibile, parte il rito nazionale: sospetti, allusioni, processi sommari, mezze frasi e demolizione reputazionale. Naturalmente non ogni critica è sessista. Ma far finta che il trattamento pubblico riservato a una giovane professionista non meriti almeno una riflessione sarebbe ipocrisia pura.
Quanto alle insinuazioni su conoscenze, relazioni, appartenenze o presunte protezioni, sarebbe opportuno recuperare un principio elementare: i fatti si dimostrano. Le allusioni, invece, servono solo a sporcare il terreno. E in questa vicenda il terreno sembra già abbastanza fangoso.
C’è poi una domanda che considero inevitabile: il dissenso interno della Fenice è nato solo da valutazioni artistiche autonome, oppure è stato anche alimentato da dinamiche interne, cordate, convenienze, pressioni o interessi non dichiarati?
Non lo affermo. Lo chiedo.
E lo chiedo perché la trasparenza non può funzionare a intermittenza, accesa solo quando serve colpire qualcuno e spenta quando rischia di illuminare chi muove i fili.
La Fenice non è un club privato. Non è il salotto esclusivo di pochi addetti ai lavori. È una grande istituzione culturale italiana, sostenuta anche da risorse pubbliche. E i soldi pubblici, dettaglio forse scomodo, sono anche i miei. Sono anche i nostri.
Per questo i cittadini hanno pieno diritto di pretendere serietà, sobrietà e responsabilità. Non solo velluti, programmi di sala, comunicati raffinati e indignazioni selettive.
Chi lavora in un’istituzione sostenuta anche dalla collettività ha diritto al rispetto. Ma ha anche il dovere di ricordare che il pubblico non è solo quello seduto in platea: è anche quello che, pagando le tasse, contribuisce a rendere possibile l’esistenza stessa di quelle istituzioni.
La vera questione, dunque, è la coerenza. Una virtù apparentemente difficilissima.
Un sovrintendente che sostiene una scelta dovrebbe avere la forza di motivarla e difenderla. Se non era convinto, doveva fermarsi prima. Se era convinto, doveva restare in piedi dopo. Se invece ha cambiato posizione per paura, pressione, calcolo o convenienza, allora il problema non è Beatrice Venezi: il problema è chi guida l’istituzione.
Per questo ritengo che il sovrintendente debba assumersi pienamente la responsabilità politica, istituzionale e morale di quanto accaduto. E ritengo che, per rispetto verso La Fenice, verso il pubblico, verso i lavoratori, verso i contribuenti e verso la persona prima scelta e poi esposta alla demolizione pubblica, debba rassegnare le proprie dimissioni.
Non per vendetta. Per decenza.
Che dovrebbe essere il minimo sindacale, soprattutto in un luogo che pretende di rappresentare la cultura italiana.
Questa vicenda ha danneggiato Beatrice Venezi.
Ha danneggiato La Fenice.
Ha danneggiato il pubblico.
Ha danneggiato i cittadini.
Ha danneggiato l’idea stessa di merito, ormai invocata solo quando fa comodo e dimenticata appena diventa scomoda.
Da cittadina italiano provo amarezza e vergogna. Non per il dibattito, che è legittimo. Ma per lo spettacolo indecoroso offerto da chi dovrebbe custodire una delle istituzioni culturali più prestigiose del Paese.
La Fenice è un simbolo dell’Italia nel mondo. Proprio per questo avrebbe meritato una gestione più autorevole, più trasparente e meno simile a una farsa amministrativa con accompagnamento orchestrale.
Per quanto mi riguarda, lo dico con dispiacere ma con fermezza: non metterò più piede alla Fenice finché resterà alla guida una figura che, a mio giudizio, ha gestito questa vicenda in modo tanto contraddittorio, debole e lesivo della dignità dell’istituzione, del pubblico e della persona coinvolta.
Non chiedo che Beatrice Venezi venga considerata intoccabile. Chiedo solo che venga trattata come una professionista, non come un capro espiatorio da sacrificare quando il clima cambia.
E chiedo che chi aveva il potere decisionale abbia finalmente il coraggio di fare ciò che nelle istituzioni serie si chiama responsabilità.
Perché la cultura non è soltanto musica, teatro, eleganza, velluti e palcoscenico.
La cultura è anche coerenza, rispetto, trasparenza e senso del limite.
Quando tutto questo manca, resta solo lo spettacolo.
Ma non quello per cui vale la pena comprare un biglietto.
Cordiali saluti,
Antonia Angela Maria
Provate a immaginare una scenetta del genere a Cleveland o a Boston
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Dear All
La Venezi sta per far causa alla Fenice per una cifretta che ha fino a 6 zeri a destra.
L’importo dovrebbe essere diviso tra orchestrali e firmatari vari, fortunatamente ho salvato i nomi….
Beatrice, se servono sono qui (i nomi)….
Di certo se paga il governo organizzo uno scioero fiscale, col cavolo che usate i miei soldi per coprire la vostra ideologia.
Gli orchestrali ed i firmatari hanno semplicemente esercitato i loro diritti (sanciti dalla Costituzione) di sciopero (i primi, pagando di tasca propria) e di dissenso (entrambi) per la nomina di un direttore musicale che
1. non era mai stata discussa con gli orchestrali (come da ragionevole prassi ci si sarebbe aspettato),
2. non aveva mai provato a dirigere l’orchestra della Fenice,
3. il cui curriculum era, secondo diversi esperti, non altezza del ruolo e
4. (parole del sindaco) era stata imposta da Roma.
Sinceramente dubito che ci sia qualche possibilità di rivalersi su orchestrali e firmatari (forse sul sovrintendente).
Al contrario di lei, penso invece, per i motivi di cui sopra, che chi ha combattuto questa battaglia dovrebbe ricevere un premio (cittadini dell’anno?).
non dovrebbero essere raccomandati ne da destra ne da sinistra
Oltretutto, per fare chiarezza, dovrebbero pubblicare una lista dei musicisti passati e presenti per fugare ogni dubbio sul nepotismo
Concordo con la disamina che ha fatto la Signora nella lettera tranne che su una cosa …. purtroppo c’entrano destra e sinistra ….. immagini la Venezi che invece di simpatizzare per la presidente del consiglio fosse stata simpatizzante della segretaria dell’opposizione ….. tutto questo non sarebbe accaduto , le avrebbero steso tappeti rossi e petali di rosa ….. sarebbe diventata un eroina e portata in un palmo di mano ……