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copertina quadri di donne di quadri cinzia della ciana

Qualche settimana fa, tra le uscite letterarie del mese, si è parlato di Quadri di donne di quadri (edito da Aracne Editrice, pp 136, 11€) dell’autrice toscana Cinzia Della Ciana.

Una raccolta di racconti, che attraverso le storie di donne diverse, riesce a coinvolgere le lettrici, ma anche i lettori, in svariate vicende sentimentali e non. I protagonisti sono le donne: quella che mantiene la sua anima di bambina, quella costretta ad abbandonare con rimpianto i suoi sogni di ragazza, la donna amareggiata dalla malattia, quella triste che nell’incontro con un ragazzo riscopre se stessa, l’innamorata oppure la donna che non sapeva di essere amata.

Nell’antologia, composta da ritratti tinteggiati con maestria dal linguaggio dell’autrice, è presente tutta la sensibilità del tocco femminile e perché come diceva il celebre filosofo Diderot: “quando si scrive delle donne bisogna intingere la penna nell’arcobaleno. Ma quando è una donna a scrivere delle donne, allora l’arcobaleno si fa tavolozza”.

Ecco quindi, una breve intervista all’autrice aretina, che ha voluto rispondere ad alcune nostre domane, spiegando le origini di questa serie di racconti, le particolarità di alcuni di loro e i suoi progetti futuri.

Innanzitutto, com’è nata in lei l’idea di scrivere questo libro-raccolta?
Esattamente un anno fa, festeggiavo il mio compleanno nell’incanto delle vostre città d’acqua, Venezia e Treviso. Non immaginavo ancora che avrei iniziato a scrivere. Ma, in quella sorta di pellegrinaggio, sentivo l’irrequietudine che certe ricorrenze scatenano e guardavo la mia vita. Da giovane avevo dovuto scegliere tra il pianoforte e l’avvocatura. Optare per la musica avrebbe significato imboccare una strada che allora sentivo lontana dalla possibilità di completarmi come donna. Alla fine era prevalsa l’“ortodossia” e così avevo chiuso la tastiera, come si fa con un grande amore. Poi, dopo anni passati nell’ affanno del costruire, lo scorso compleanno tornava impellente il desiderio, sopito, di “suonare”. Ma non certo con le mani, ormai arrugginite. Lo strumento che avevo affinato in tutto quel periodo, fatto di incessante leggere e scrivere, erano le “parole” e le tante vite, vissute ed incontrate, la fonte per un inesauribile puzzle. Dal primo pezzo composto per caso in occasione del capodanno, l’appuntamento con la scrittura è diventato un’esigenza fissa. La forma più naturale per esprimerla il racconto breve, inteso come “fermo-immagine” che cattura l’attimo e lo condensa in un aforisma, a far da “medicina” all’anima. Non volevo un romanzo, ma qualcosa a metà tra la suggestione della poesia ed il fascino della melodia. Insomma un “libello da comodino”, da aprire a caso ed ascoltare quando vuoi, come una musica che, magari, non si svela subito, ma alla quale ritorni per cercare ogni volta una carezza diversa e più intensa.

In quante di queste storie raccontate e nella personalità di ognuna delle donne protagoniste, c’è qualcosa che sente come suo? A quale è più affezionata?
I racconti sono nati di getto, così, uno accanto all’ altro, uno dopo l’altro, come figli di una donna che scriveva da donna e scriveva di donne. Sono tutte mie creature, con il mio corredo genetico e il mio nutrimento, ma ognuna di esse ha una vita propria, si stacca da me e reclama dignità singola. Difficile per una madre scegliere la figlia preferita, quasi poco etico. Ma se esigenze di copione impongono di andare in scena, Artemisia, l’eretica arsa viva nel Quattrocento, grida più delle altre.

Perché nella collezione ha dato il ruolo di protagoniste a due personaggi “particolari” come una strega ed una sorgente d’acqua?
Sia la “strega” che la “sorgente d’acqua” rappresentano la vita. Ogni nuova vita nasce con un’eresia, “eresia” nel senso etimologico della parola, cioè come possibilità di scegliere. Qualcuno ha anche aggiunto che l’”eresia” di oggi diventerà la “liturgia” di domani.

 
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Nel quarto racconto, quello ambientato a Venezia, ha deciso di lasciare un finale aperto, come mai questa scelta? Per caricare l’atmosfera di mistero?
Il finale aperto fa parte del mio modo di raccontare, esemplare la favola de “L’aquila ed il pulcino”. La fine precostituita la sento come un addio, mentre a me piace pensare che il quadro non finisce nel pennello dell’artista, ma nell’occhio di che lo guarda, come ha scritto Sughi. Lo scrittore, in fondo, elabora uno stimolo che gli viene dall’esterno e alla fine all’ esterno lo restituisce affinché ognuno lo possa caricare del proprio significato, anche diverso, a seconda del momento che vive.

Perché invece, nel sesto racconto, ha deciso di porre nel ruolo di protagonista un uomo (Leonardo) ed indirettamente la donna (Elena)?
Accanto alle mie donne ci sono sempre gli uomini a dar “sugo” alle storie. Indubbiamente nel “Volo dell’arcangelo”, Leonardo campeggia perché è strumento di Elena e per Elena. Il super uomo che crede di aver raggiunto con le sue gesta la felicità (un po’ come il Pictor della favola di Hesse), quando incontra la giovane entusiasta che non cerca la felicità, ma semplicemente vive con gioia il momento, capisce di esser invecchiato e di non aver più la capacità di rinnovarsi. Di contro la fanciulla, che si era appoggiata all’antica pianta per trarne linfa, non accetta che questa possa esser fragile. La dualità vita/morte, uomo/donna, vecchio/fanciulla diventa così frattura, rimossa per anni. Si ricomporrà in unità per merito di Elena solo al termine del suo percorso di trasformazione in donna. Allora, di quel fiume, Leonardo tornerà ad essere fluida corrente di vita.

Infine, le chiediamo se ha già in mente altri progetti letterari futuri. Sempre con figure femminili protagoniste?
Come ho detto scrivere per me è diventata un’ esigenza, un bisogno di comunicare per condividere. Al momento non riesco ad immaginare una vita senza scrivere. Ed è per questo che continuo a scrivere e sto scrivendo. Cosa? Come? Il finale anche qui lo tengo aperto. Tuttavia qualche indizio: al romanzo bisogna approdare, il mondo femminile è favolosamente complesso e gli uomini… troppo simpatici per disturbarli!

Alice Bianco

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