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martedì 26 Gennaio 2021

Il sacerdote nei reparti Covid: “Un dottore non religioso prega ogni mattina prima del lavoro”

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Il sacerdote nei reparti Covid: "Un dottore non religioso ora prega ogni mattina"

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Nei reparti Covid ormai può entrare solo per l’estrema unzione. L’altro giorno, però, il cappellano dell’ospedale di Crema ha fatto un’eccezione per un paziente che aveva espresso un desiderio, una caramella per scacciare dalla bocca il sapore amaro causato dal virus. L’uomo, sopra gli 80 anni, lo aveva fatto sapere al parroco del suo paese, nel Cremonese, che ha girato la richiesta al ‘collega’ di Crema. “Gli ho portato la caramella, gli ho detto che la mandava il suo don, e quell’uomo mi ha sorriso, ha capito anche se non credo abbia potuto mangiarla. Il giorno dopo purtroppo è morto”, racconta il cappellano, che preferisce non apparire con il proprio nome, e spesso in queste settimane ha raccolto gli sfoghi del personale sanitario.

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“Medici e infermieri sono abituati magari a cento morti in un anno, non in una settimana. Sono impressionati da così tanti decessi e dal fatto che i pazienti muoiano da soli”, spiega all’ANSA il prete, che non dimenticherà mai il momento in cui si è abbattuto lo tsunami coronavirus, a fine febbraio, sull’ospedale dove è in servizio da qualche anno.

“Di solito in pronto soccorso ci sono tre o quattro pazienti, quel giorno – ricorda – non sapevano dove metterli. Come i feriti in guerra. Si parla poco di Crema, ma qua siamo al centro di un cerchio, a 40 chilometri da Bergamo, Brescia e Cremona, e sono arrivati malati anche dal Lodigiano. Poi nei reparti si sono attrezzati bene ma chi lavora qua in ospedale si sta tirando il collo, altrimenti non sarebbe servito anche l’ospedale da campo”.

Per aiutare a sostenere lo stress emotivo esistono delle linee di assistenza psicologica per il personale sanitario, e alcuni cercano conforto nella cappella dell’ospedale. “Un dottore mi ha detto che, pur non essendo particolarmente religioso, adesso si ferma a pregare ogni mattina prima del turno – racconta il don -. Molti hanno anche paura di infettarsi e infettare i parenti. Come si dice, chi va al mulino esce infarinato… Questo è un nemico invisibile, nessuno è immune”.

Allevia le sofferenze vedere che “c’è tanta solidarietà. L’altro giorno, ad esempio, la caposala, che lavora praticamente 24 ore su 24, ha riunito gli infermieri: come in una famiglia hanno ragionato assieme su chi aveva bisogno di riposo e chi poteva ancora resistere”, racconta il sacerdote.

Il prelato può accedere ai reparti solo quando lo chiamano per pazienti in fin di vita: “Il crocefisso – sottolinea – resta sotto la tuta, indosso anche mascherina, copricapo, copriscarpe e guanti. La cosa bella è che dopo l’estrema unzione si fermano per una preghiera anche medici e infermieri. Un altro gesto di carità dopo aver fatto di tutto per salvare il malato. In questi momenti – conclude – si vede la differenza fra la salute, che non si può dare a tutti, e la salvezza, che può darla un unico medico, Dio”.

(foto da archivio)

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