IL PESO DELLE PAROLE di Valentina Morpurgo [concorso letterario]

ultimo aggiornamento: 03/10/2020 ore 11:23

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Immersi nella rumorosa frenesia del giorno che scorre più veloce di un purosangue, inseguiamo ansimando, l’illusione di essere invincibili.

Dal canto del gallo al calar della notte orde di corpi in movimento, mai stanchi, mai sazi, mai soddisfatti producono, senza nemmeno rendersene conto, fiumi energetici vorticosi che inghiottiscono ogni parvenza di lenta normalità.


Teste basse su schermi sempre illuminati, passi svelti, volti inanimati, occhi rapiti, saluti frettolosi e irritazione cronica.
Ma tu l’hai vista quella nuvola colorata di rosa mentre il sole nasceva?

Ti sei accorto che gli alberi del viale stanno cambiando colore? Tra poco le foglie cadranno, sai?

Oggi pioverà, l’aria ha un odore diverso. Lo senti anche tu?
L’esercito della tristezza avanza, coprendo ogni cosa col suo mantello color nero pece.
La dama inconsistente della noia, cavalcando il vento delle illusioni, scompiglia capelli e neuroni offrendo in cambio dipendenze dalle molteplici sfumature.


Ognuno chiuso nel suo piccolo mondo monocromatico, arranca lungo la salita del giorno che “deve volgere al termine prima o poi”.

Che tramonto spettacolare questa sera. E le stelle? Hai visto quante stelle abitano il cielo?
Si corre, il fiatone a portata di mano, calpestando ogni manifestazione di normalità.

Nessun tempo è mai stato più prezioso di quello che non viene coltivato, stupido contadino che ti ostini a rispettare i cicli naturali e ti siedi paziente a osservare il passare dei doni che ogni giorno l’universo ti riserva, senza batter ciglio.

Stupido uomo con le mani coperte di storia, storte e doloranti che resti immobile, in ascolto dei tuoi stessi pensieri.

Tempo che buttiamo via come se le riserve fossero infinite, mai finite, illimitate.

Tempo che crediamo disponibile dentro un distributore automatico accessibile a qualsiasi ora, noi, con le tasche piene di monete per prelevarne ancora un po’.

Tempo che non basta mai e che ci rende schiavi del fare sempre di più.


Corri uomo, corri. Non fermarti per carità, non distogliere lo sguardo dalle mille stronzate racchiuse in quella scatolina di latta illuminata.

Non correre solo col corpo, fai correre più veloci anche le dita, supplenti di una lingua atrofizzata che non produce quasi più suono.

Vola più in alto, più di ogni sapere e una volta raggiunta la cima, sputa tutte le tue sentenze.

Bagna senza ritegno ogni testa sprovvista di ombrello, offri la tua acqua al veleno anche a chi ha placato da molto la sua sete.

Colpisci duro, tutto e tutti con la stessa prepotenza di un carrarmato progettato per sterminare il nemico.

Vomita tutta la tua rabbia. Lo sai fare talmente bene che, colpire alla cieca, è diventato il tuo sport preferito.

Oh, uomo, che non torni più indietro nemmeno di mezzo scalino, che ti vesti di arrogante ignoranza, spacciandola per un modello di alta sartoria, dimmi… come farai ora che i cancelli sono stati chiusi?

Ti guardi intorno, smarrito e incredulo. Tu, proprio tu, bloccato a forza dentro quelle quattro mura che nemmeno ti conoscono.

Ti aggiri per casa come se le stanze non avessero mai fine, evitando perfino di incontrare te stesso allo specchio.

Il silenzio ha invaso ogni tua cellula, diffondendosi come la nebbia di novembre.

Pensavi di aver udito i suoni più potenti ma questa immobilità sospesa sta generando un rumore mai sentito prima, invadente, costante, fastidioso.

Fuggi, usando tutti i mezzi possibili per andare lontano senza però poter uscire di casa.

Sei stato schiacciato dal più grande paradosso di tutti i tempi e nessuno correrà in tuo aiuto per liberarti da quel poderoso macigno, comparso in cielo all’improvviso e franato sopra il tuo ego.


Ora potrai sapere cosa prova un leone in gabbia, comprenderai come si sente l’ultimo dei non considerati, capirai il dolore di chi non viene mai ascoltato veramente.

Potrai sperimentare la ricchezza di interminabili ore vuote che non saprai come riempire perché prima, nel prima dove facevi il leone, di ore vuote non ne avevi.

Ti farai esplodere occhi e tempie nell’affannosa ricerca di un palcoscenico, percorrendo incessantemente chilometri di selciato virtuale con lo stesso affanno maniacale di quando il tuo cingolato era libero di circolare.

… e non avrai scampo. Non importa quanto grande sarà la tua casa, non potrai fuggire né da te stesso né da chi condivide con te gli stessi spazi calpestabili.

Dovrete guardarvi, prima o poi, guardarvi con occhi che non potranno più mentire e poi parlarvi. Sì, hai capito bene, dovrai conversare, comunicare, riesumare e bestemmiare se necessario ma non avrai alternative perché, il silenzio protratto volutamente fino a ora, non ha fatto altro che ampliare l’enorme insoluto, cresciuto a dismisura come un gigantesco pallone aerostatico che sta per esplodere.

Non ci sarà nascondiglio che ti potrà salvare, non di notte almeno.

Con il calare delle tenebre, tutti i tuoi sforzi evaporeranno lasciandoti esposto nel corpo e nell’anima.

Il silenzio innaturale farà la guardia alla tua porta e tu camminerai a piedi nudi su cocci e schegge di parole mai dette o lanciate alla cieca come bombe a mano.

Non so se ci rivedremo ancora integri, quando tutto questo sarà finito.

Non so se e chi di noi sopravviverà ma ti auguro di riuscire a spogliarti di quella vecchia pelle per poter ricominciare da un nuovo te.

 

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