Il patriarca Moraglia chiede l’intercessione di Santa Lucia: “Il Covid-19 ci lascerà diversi”

ultimo aggiornamento: 23/03/2020 ore 08:08

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Il patriarca Moraglia chiede l'intercessione di Santa Lucia: "Il Covid-19 ci lascerà diversi da come ci ha trovato"
Il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, ha celebrato questa mattina la messa per la IV domenica di Quaresima a porte chiuse, in diretta streaming e televisiva, nel Santuario di Santa Lucia, vergine e martire di Siracusa, nella chiesa dei santi Geremia e Lucia di Venezia.

La scelta del santuario non è stata casuale, ma in linea con il testo del vangelo scelto e con la richiesta di intercessione della santa portatrice di luce, in questo momento buio per la città di Venezia e l’Italia.

Di seguito, il testo dell’omelia del Patriarca che, al termine della messa di questa mattina, ha benedetto Venezia dall’ingresso del santuario.


Cari fedeli, ci ritroviamo, come dicevo all’inizio, per celebrare la IV domenica di Quaresima, con il cuore gonfio di dolore.

Abbiamo ancora negli occhi le due carovane di mezzi militari che vano verso i forni crematori di altre città perché Bergamo non è più in grado di dare questo servizio a questi suoi fedeli cittadini, uomini e donne. Bergamo è l’antica terra di San Marco e quindi siamo vicini a tutti, a tutte le città, a tutti i territori e in modo particolare ricordiamo questa città di Bergamo.

Ricordiamo poi i nostri morti. Oggi desidero in modo particolare ricordarli e richiamarli perché alcuni di voi mi hanno scritto. Flavia mi ha scritto che il suo papà se ne è andato in un modo anonimo, perché la situazione attuale non ha consentito neanche l’ultimo commiato: ogni uomo e ogni donna quando si sente particolarmente solo o sola è abbandonato ad una presenza particolare del Signore: cara Flavia sii convinta che al tuo papà non è mancato questo conforto particolare.


La testimonianza poi dei nostri medici: non c’è aggettivo che possa rendere, a ragione, di quello che stanno facendo medici, infermieri, operatori e volontari. Che Dio li benedica! Che Dio li sostenga, che Dio li aiuti in questa loro immane fatica. Ci dicono con la loro testimonianza, una volta di più, che il bene è più forte del male, che la solidarietà e la carità è più forte dell’individualismo e dell’egoismo. Grazie per questa luce, ve lo dico dalla Chiesa che conserva le spoglie di Lucia, grazie per questa luce che siete oggi per noi.

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Desidero adesso condividere la Parola di Dio, che oggi è ricchissima, fermandomi sulle letture. Dal primo Libro di Samuele abbiamo ascoltato che Dio sceglie il più umile, il più semplice, il più insignificante. Dio sceglie colui o colei che gli altri hanno dimenticato: “Non hai altri figli?” – dice il profeta Samuele a Iesse – “Sì c’è l’ultimo, ma è a pascolare il gregge”; e Dio aveva scelto lui, non il maggiore, il più prestante, aveva scelto il più piccolo.

Il Vangelo: “Chi ha peccato? – chiedono i discepoli vedendo questo cieco dalla nascita – “Lui o i suoi genitori?”. Allora, nella prima lettura Dio ci ricorda, mi ricorda, ricorda alle nostre comunità che ha bisogno, per poter agire nel mondo, degli umili: ha bisogno che diventiamo umili. È il modo unico in cui noi permettiamo che Lui agisca nella nostra vita attraverso di noi. Altrimenti si ritira. E quando Dio si ritira nascono i problemi degli uomini.

Il tema dell’umiltà: ridurre il proprio io, lasciare il posto agli altri, è un tema quaresimale, sì perché la conversione comincia dal mio io, da me.

Il profeta Gioele, che abbiamo ascoltato nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri all’inizio di questa Quaresima, anomala e strana e che non dimenticheremo mai, il profeta Gioele ci chiedeva di lacerare il nostro cuore non gli abiti, non le vesti. È il ridimensionamento del nostro cuore, del nostro io, che deve iniziare dal nostro modo di pensare, anzi dal nostro modo di pensarci e dal nostro modo di parlare.

Sulla rete, ad esempio, nelle varie “catene” di persone che si identificano con il termine “amici”, (forse un termine eccessivo) quanta supponenza, quante polemiche, quanta aggressività, quanti io fuori del controllo e poi, alla fine, quante banalità, quanto tempo perso in inutili monologhi: non si risponde neanche agli altri, ma si continua a dire quello che si diceva prima.

L’atto di umiltà: “Signore voglio lasciarmi portare, voglio lasciarmi condurre, accetto d’ora in poi contrattempi, disguidi, fraintendimenti della mia vita…”.

Ritorniamo ora sul Vangelo: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. “Né lui, né i suoi genitori, perché questo è reso possibile per manifestare le opere di Dio”. Cari amici e care amiche: il Vangelo stigmatizza un nostro modo primo-primo, il nostro modo di trovare in ogni circostanza qualcuno su cui scaricare la colpa, la responsabilità, quasi per voler tranquillizzare la nostra coscienza, come a dire non c’è u colpevole che non sia io, e così pensare: “Io posso chiamarmi fuori, io posso star tranquillo”.

È un modo per mettere tranquillo il nostro io, metterci al sicuro: “A me non è capitato, se a lui è capitato vuol dire che c’è un motivo”. E invece noi siamo al sicuro solamente se ci abbandoniamo a Dio e in Dio. Se ci lasciamo condurre da Lui. Allora capiamo perché Gesù ha detto: “Non ha peccato né lui, né i suoi genitori, ma è perché si manifestino le opere di Dio”.

Domenica scorsa, vi ricordate della Samaritana? Il Vangelo che ci accompagna a Pasqua, quello di Giovanni, ci presenta una serie di incontri con Gesù che cambiano la vita delle persone. È l’incontro con Gesù che cambia. La Samaritana, Nicodemo, oggi il cieco nato. E questi incontri con Gesù non sono mai delle passeggiate tranquille, dei momenti tranquillizzanti: sono degli incontri-scontri che cambiano la vita. Vi ricordate, infatti, domenica scorsa la Samaritana? “Vai a chiamare tuo marito….hai detto bene ne hai avuti cinque e questo è il sesto”… e ancora Gesù le dice: “La salvezza viene dai Giudei” e sappiamo come tra Giudei e Samaritani corresse astio.

Oggi il cieco nato: riprendete oggi questo Vangelo, rileggetelo, ogni parola è soppesata. Cogliete soprattutto il crescendo: il cieco prima riconosce in Gesù l’uomo (“Chi è che ti ha guarito?” – “L’uomo chiamato Gesù”); poi di fronte alla domanda incalzante dei farisei e gli scribi (“chi è che ti ha guarito”) risponde che “è un profeta”; e poi c’è il punto decisivo, l’incontro ultimo e finale con Gesù: “Credi nel Figlio dell’Uomo?”. Figlio dell’Uomo è l’unico titolo che Gesù si attribuisce in tutto il Nuovo Testamento. Non si è mai chiamato in altro modo, quindi è la sua manifestazione divina.

Carissimi, il Covid-19 ha toccato molti personalmente nei loro affetti, nel loro modo di intendere la vita, iniziando da ciò che è più esterno, gli stili di vita. Ma soprattutto il Covid-19 ci toccherà dentro, ci lascerà diversi da come ci ha trovati, personalmente e come società.

Il Covid-19 quando se ne andrà, perché se ne andrà, e la nostra preghiera può abbreviare la sua vita in mezzo a noi, ci lascerà diversi: non più l’uomo che si illudeva di avere le risposte a tutte le domande e la soluzione a tutti i problemi, anzi l’uomo che pensava di essere, lui, la soluzione a tutti i problemi. L’uomo che credeva di essere Dio! Questo uomo rimarrà almeno per un po’ di tempo sepolto, speriamo a lungo.

Perché noi uomini non impariamo mai la lezione del bene! E scopriremo che essere uomini, e essere uomini moderni e progrediti, vuol dire riscoprire la propria creaturalità, vuol dire riscoprire anche i propri limiti, vuol dire riconoscere che abbiamo bisogno degli altri e riconoscere che non nell’intelligenza e nell’efficientismo e nella prestanza fisica, nella grande personalità, ma nell’incontro personale con gli altri (camminando insieme agli altri, amando di più la nostra comunità) lì c’è l’uomo rinnovato.

Forse chattando un po’ di meno a colpi di monologhi saccenti, e imparando ad ascoltare di più chi ci parla non in un contatto virtuale, ma in un incontro reale.

Covid-19 ci porterà a mettere in questione molte cose, come uomini e come cristiani, iniziando dall’uomo concreto e reale, rispettandolo nel suo mistero dal concepimento fino alla sua morte naturale, accogliendolo quando bussa alla nostra porta, senza troppi se o troppi ma!

Ci lascerà diversi anche come comunità cristiane, come credenti, iniziando ad annunciare un Vangelo che ha al centro il Signore Gesù senza troppe ermeneutiche ed aggiustamenti umani, che siano teologici, psicologici e sociologici: riniziare da Gesù.

Chiediamo, per intercessione di Santa Lucia, che il Signore accolga i nostri morti, lenisca il dolore ai loro familiari, sostenga i nostri medici, i nostri infermieri i volontari, tutti noi. Certi che ce la faremo! E saremo nuovi, di una umanità e di un discepolato migliore.

Ricordiamo e facciamo nostro il monito di San Paolo alla Chiesa di Roma (lettera ai Romani, 12,12): “Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”. Papa Francesco, e la Penitenzieria Apostolica su mandato del Papa, ci hanno richiamato al valore dell’atto i contrizione perfetta, che ci può riconciliare con Dio, e al valore grande dell’indulgenza, il perdono più grande che la chiesa possa donare ai suoi figli, soprattutto nel momento della grande difficoltà che viviamo.

Coraggio a tutti, Santa Lucia interceda per noi!

(foto da archivio)

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