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sabato 18 Settembre 2021

Il Mose salvaguarda un bene ma ne mette in pericolo un altro

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Credo di esser stata alle superiori quando ho iniziato a sentire parlare del MOSE, un acronimo che al tempo rappresentava qualcosa che possedeva un che di fantascienza e di incomprensibile.
I suoi disegni, lontani dai rendering di oggi, giravano sulle pagine svolazzanti del Gazzettino che mio padre comprava uscendo dagli uffici dell’Amiu di Venezia, in cui lavorava, e che apriva a casa dopo aver preso il caffè, finito di mangiare, in un cerimoniale sempre uguale a sé stesso.
E ne parlava, mio padre, scettico, di quella struttura che non si capiva come avrebbe fatto a impedire all’acqua di invadere le piazze, le calli, di affogare la grande Venezia e la bellissima Chioggia.
Eppure… Siamo andati avanti anni a sentirne parlare: del MOSE, dei cassoni, dei soldi investiti e di quelli buttati, delle sue potenzialità, di come avrebbe risolto i problemi di due città in balia delle fasi della luna e del vento a volte di bora e a volte di scirocco.
E parlarne faceva più male quando l’acqua si gonfiava e distruggeva, sapendo che si sarebbe potuto evitare se chi stava progettando, adattando, ricalcolando, avesse usato maggior impegno e maggior solerzia. Sembrava che mancasse sempre qualcosa, che ci fosse sempre qualcosa da calibrare, da sostituire, da regolare.
Si sarebbe detta un’altra fabbrica del Duomo, eppure…
Eppure il 3 ottobre dello scorso anno il MOSE, per la prima volta nella sua carriera,

che auguriamo per noi sia lunga e proficua, ha protetto le due antiche e fragili città dall’acqua.
Sono andata in diga, quella mattina sferzata dal vento e dall’acqua salata che spiccava dalle onde, a rendermi conto, con i miei propri occhi, di ciò che in tutti questi anni avevamo atteso. E, devo essere sincera, vedere quella lunga fila di cassoni gialli, finalmente sollevata, ideata da mente umana e realizzata da mani umane, mi ha, come dire, risollevata.
Ma mio marito, vongolaro da decenni, che dalla bocca di porto di Chioggia con la sua Bersagliera usciva e rientrava ogni giorno e quella struttura l’ha vista nascere, qualche dubbio lo aveva. Non sul fatto che funzionasse o meno, ma sull’impatto che quella barriera avrebbe avuto nel suo mondo, quello della pesca e della piccola pesca, uno dei settori trainanti dell’economia della nostra cittadina.
E mio marito, che sembra sempre essere la Cassandra della situazione, anche stavolta ha avuto ragione.
Da quando il MOSE, non ancora collaudato nel senso tecnico del termine, ha iniziato a svolgere il suo compito, ha messo più volte in seria difficoltà la marineria di Chioggia.
In poche parole, quando il MOSE è sollevato, nulla può oltrepassarlo, non l’acqua, cosa per la quale è stato costruito, ma neppure le barche, i motopescherecci, i mezzi di soccorso, la guardia costiera, i mercantili e tutto ciò che per diletto, per lavoro o per urgenza, potrebbe trovarsi costretto a entrare nelle acque sicure del porto.
Amletico il dilemma. Salvaguardare Chioggia, e di conseguenza Venezia, o salvaguardare l’attività del porto e della marineria?

In questi mesi, da ottobre ad oggi, sono state numerose le volte che si è deciso di sollevare le barriere a proteggere la fragilità delle due città lagunari mettendo in secondo piano l’esigenza di un settore che già sta annaspando per numerosi altri motivi ma sui quali, ora, non starò a dilungarmi.
Dopo l’acqua alta eccezionale del 8 dicembre dello scorso anno, che ha raggiunto 146 centimetri, invadendo il centro storico di Chioggia e il lungo Lusenzo dalla parte di Sottomarina vecchia, il MOSE, ancora al centro di polemiche per non essere stato azionato in quel frangente , attualmente viene sollevato ogni volta che si prospetta una probabile alta marea di 130 centimetri, considerando però una forbice di una trentina di centimetri, in più o in meno.
Ciò cosa significa? Significa che se si prevede una marea di 110 centimetri il MOSE viene sollevato comunque.
Ma a Chioggia abbiamo il Baby MOSE: due barriere collocate all’inizio e alla fine del Canal Vena, l’arteria acquea della città, la riva più bassa, senza le quali l’acqua, gonfiandosi, invaderebbe il Corso.
Ci ha salvato innumerevoli volte il Baby MOSE, nei suoi 9 anni di attività, dalle acque alte inferiori a 130 centimetri. In qualche occasione si è dovuto sottomettere alla forza della marea e tornare nel suo alveo lasciando Chioggia alla mercé della cattiveria delle acque, ma, quando ha potuto, ha sempre svolto egregiamente il suo compito.
Chioggia, quindi, sotto i 130 centimetri di marea, potrebbe fare a meno dell’intervento del MOSE, sarebbe comunque protetta e, con le barriere tra le dighe alla bocca di porto a riposo, la marineria potrebbe uscire e rientrare dalla pesca in tutta sicurezza.
Con l’attuale situazione, invece, le barriere vengono sollevate ad ogni grido di allarme, ogni volta che si presume che l’acqua diventi troppo alta; ogni volta che si suppone che possa invadere la piazza.
Ma presumere e supporre non sono i termini con cui le barche possono decidere di organizzare la pescata.
I marinai devono poter uscire dal porto avendo la certezza di poter rientrare in tutta sicurezza e nel più breve tempo possibile, perché il mare è bello ma nasconde insidie e il tempo che cambia repentino può essere una di quelle.
Tra un rientro impossibile e una pescata in meno, la scelta cade prevalentemente su quest’ultima ipotesi, anche se la pescata sarebbe quella che ti permette di pagare i debiti, o di dar da mangiare alla tua famiglia. La sicurezza prima di tutto; ricordiamolo, la vita è una.
Ciò che permetterebbe di evitare questa scelta obbligata c’è

ed è il porto rifugio con le conche di navigazione: una struttura che permette alle barche di ripararsi in tutta sicurezza nel caso di rientro inaspettato, in attesa dell’abbassarsi delle barriere.
E quindi? Dov’è il problema?
Il problema è che la loro realizzazione non sembra sia ancora completata.
Sono invocate dalla marineria, reclamate da tutto il settore e a guardarle dall’alto sembra che manchino solo gli ormeggi per essere perfezionate, ma prima di altri quattro mesi probabilmente non saranno messe a disposizione delle barche in caso di necessità.
È pur vero che ci stiamo avvicinando a una stagione in cui le acque alte dovrebbero essere meno frequenti, e la necessità della disponibilità del porto rifugio non dovrebbe essere così urgente, ma il mare è imprevedibile.
Salvaguardare un bene mettendone a rischio un altro dovrebbe, e, in questo caso potrebbe, essere evitabile.

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  1. La ringrazio per le numerose informazioni che ci ha fornito, e mi auguro che al più presto si possa risolvere la situazione.
    Volevo però sottolineare, e correggerla, nella prima parte del suo interessante racconte.
    Il MOSE, o chi per esso, ha un ritardo di realizzazione di circa 40 anni e questo soprattutto per la resistenza e ostracismo dei Verdi, e del sig bettin in primis, che oggi tanto si pavoneggia dell’opera.
    Per quanto decenni si è sentito dire che la laguna sarebbe diventata uno stagno putrido e maleodorante con la conseguente morte e scomparsa della flora e fauna che ivi popola?
    Inoltre gli ultimi gravi ritardi sono dovuti al immobilismo dei due sovrintendenti che hanno volutamente ritardato la fine dei lavori, per godere ovviamente della vacanza dorata della nostra meravigliosa città. È dovuta arrivare la marea più alta della storia di Venezia per concludere i lavori.
    Poteva esserci qualcosa di diverso e più efficiente del MOSE? Forse si, ma smettiamola di criticarlo :ora che funziona.

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