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“Il Granchio Blu non è cibo per gatti”. La lettera

"Non valorizzate le aziende che per prime e da anni hanno iniziato a lavorare per una soluzione concreta del problema del granchio blu".

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OggettoGRANCHIO BLU NON È CIBO PER GATTI – LETTERA APERTA DELLE IMPRESE

Per la valorizzazione commerciale del granchio blu (Callinectes sapidus) e la tutela delle aziende della filiera ittica e della trasformazione alimentare.

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Preg.mo Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste                    Francesco Lollobrigida,

Preg.mo Commissario Straordinario per il Granchio Blu                                                        Enrico Caterino,

Preg.mo Presidente della Regione Veneto                                                                                Alberto Stefani,

Preg.mo Assessore all’agricoltura e pesca della Regione Veneto                                          Dario Bond,

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Preg.mo Direttore di Veneto Agricoltura                                                                                   Federico Caner,

Apprendiamo con profondo rammarico, da recenti comunicati e dichiarazioni istituzionali relative al granchio blu, di un suo paventato utilizzo non alimentare in Veneto e in Italia, e riteniamo doveroso esprimere la nostra posizione come imprese del settore ittico e della produzione e trasformazione alimentare.

Non riusciamo a comprendere come non possano venire valorizzate le aziende che, per prime e da anni, hanno iniziato a lavorare per una soluzione concreta del problema, impegnandoci autonomamente e senza aiuti pubblici nella valorizzazione del granchio blu come prodotto gastronomico e commerciale.

Abbiamo investito risorse economiche, tempo e credibilità, portando questo prodotto – demonizzato sbrigativamente per ignoranza e/o malafede – e introducendolo nel settore della ristorazione e del commercio, anche internazionale.

Riteniamo che il granchio blu possa tuttora avere un importante risvolto commerciale nel settore Ho.re.ca. e della grande distribuzione organizzata, sia italiana che straniera, se solo non fosse stata condotta negli ultimi anni una feroce campagna comunicativa. La comunicazione di alcuni soggetti consortili coinvolti è risultata spesso denigratoria nei confronti del prodotto, raccontato al consumatore in modo errato e presentato esclusivamente come problema e non come opportunità (e mai come una vera e propria risorsa alimentare).

Ancor oggi si persevera purtroppo su questa strada promuovendone l’utilizzo come “pet food” o fertilizzante: questo tipo di comunicazione crea ulteriore confusione nel consumatore e contribuisce a trasformare una materia prima alimentare in un prodotto percepito come di scarso valore commerciale, rendendolo di fatto invendibile sul mercato alimentare nazionale in larga scala.

Come aziende italiane e venete chiediamo che questa materia prima venga valorizzata in modo corretto, con una strategia chiara e una comunicazione corretta che lo identifichi come prodotto alimentare e risorsa economica per il territorio, la pesca e la trasformazione.

Stiamo parlando infatti di un’eccellenza gastronomica (basti pensare alle ‘moeche’) che gli Chef e i critici gastronomici italiani più blasonati (Bottura, Corelli, Borghese etc.) hanno compreso, apprezzato e portato sulle proprie tavole. E allora perché non comunicare questo messaggio a favore del mondo della gastronomia? Andando ad aggiungere così un ulteriore tassello al meritato riconoscimento ottenuto il 10 dicembre 2025: dove la cucina Italiana è stata ufficialmente iscritta nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO. L’utilizzo del granchio blu in cucina è – infatti – un perfetto esempio di sostenibilità economica e una best practice anti-spreco del cibo.

Diversamente, se non vi fosse una reale e genuina volontà di sviluppare una filiera alimentare italiana del granchio blu, chiediamo alle istituzioni di fare definitiva chiarezza per non generare ulteriore danno e nocumento alle nostre imprese.

In assenza di una strategia commerciale e di valorizzazione, diventa inutile continuare a investire su una materia prima che rischia di essere resa invendibile dalle stesse istituzioni che dovrebbero sostenerne lo sviluppo. Annullando così, ad opera delle stesse Istituzioni, la possibilità di alimentare l’economia di un vasto territorio anche sotto il profilo turistico, mettendo in gioco ogni giorno, il lavoro di molte famiglie ancora in grosse difficoltà.

Le nostre imprese non possono investire, sviluppare valore aggiunto per il territorio se contemporaneamente il prodotto viene comunicato al pubblico come scarto, fertilizzante o mangime per animali.

Serve assolutamente una linea chiara così come proposta agli albori dell’ ‘invasione’ del granchio blu dallo stesso Ministro Lollobrigida: o è una risorsa alimentare su cui costruire una filiera economica, oppure (come vorrebbero i consorzi monocolturali della vongola filippina (più aliena del ns granchio) è una scusa per generare politiche assistenzialiste che non onorano il nostro paese e non producono alcuna ricaduta sui territori costieri e lagunari coinvolti.

Rimaniamo a disposizione per un confronto costruttivo con le istituzioni e con tutta la filiera ittica, affinché il progetto introdotto dalle nostre aziende in questi anni non venga vanificato, e si possa realmente trasformare un problema ambientale in una vera opportunità economica.

Stiamo monitorando la diffusione del granchio blu e sappiamo bene che la diffusione di una specie aliena come questa è destinata a mutare profondamente gli equilibri di fauna e flora acquatica del nostro paese. Non è la prima volta e non sarò l’ultima: basti pensare al pesce siluro nei fiumi della val padana o al gambero killer della Louisiana che silenziosamente sta colonizzando canali, fossi, laghi e ogni specchio d’acqua dolce, tollerando anche le basse temperature.

I maggiori esperti e scienziati sono concordi – a livello mondiale – sul fatto che l’unica maniera concreta per contrastarne la proliferazione sia la cattura ed il consumo umano, non avendo predatori naturali nel bacino del Mediterraneo. E la soluzione culinaria può rappresentare l’unica arma efficace a nostra disposizione per limitare danni, associandolo anche a buone pratiche di sviluppo economico come pescaturismo e ittiturismo.

Nel ringraziare per la preziosa attenzione concessa,

rimaniamo a completa e totale disposizione delle istituzioni in cui riponiamo una grande – e speriamo corrisposta -fiducia,

Le imprese e associazioni: Granchio Blu Delta, Artusi Pastificio Italiano, Eccellenze Venete, Ass. Cultura & Cucina,  Festival della Cucina Veneta, Festival della Cucina Sostenibile

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2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Sì, in Nuova Scozia (Canada) è in corso da tempo un tentativo di sfruttare il granchio blu (Callinectes sapidus) per contrastare l’invasione del granchio verde europeo (Carcinus maenas).
    Ecco i punti chiave della situazione:
    Il problema del Granchio Verde: Il granchio verde è una specie invasiva che ha devastato gli ecosistemi costieri, in particolare i letti di alghe marine (eelgrass) e le popolazioni di vongole in Nuova Scozia.
    Il ruolo del Granchio Blu: Ricercatori e parchi nazionali (come Kejimkujik National Park Seaside) hanno osservato che il granchio blu, presente in acque più calde, sta aumentando la sua presenza e si nutre attivamente dei granchi verdi, agendo come un predatore naturale.
    Difesa naturale: Il granchio blu, essendo più grande e aggressivo, può aiutare a ridurre il numero di granchi verdi.
    Differenza con l’Italia: Mentre in Italia il granchio blu è il predatore alieno che devasta vongole e cozze, in America del Nord è una specie nativa (o naturalizzata) usata come “alleato” ecologico contro un altro invasore ancora più dannoso.
    Quindi, non si tratta solo di “cercarlo” per mangiarlo, ma di una dinamica ecologica monitorata per contenere i danni del granchio verde.

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