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I “nuovi poveri”? I dipendenti a tempo pieno

Nonostante un impiego stabile e un contratto a tempo pieno, un numero crescente di lavoratori in Italia continua a vivere al di sotto della soglia di povertà. È questo il quadro allarmante che emerge dall’ultimo rapporto pubblicato da Eurostat, che rileva per il 2024 un incremento della percentuale di occupati con un reddito inferiore al […]

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Nonostante un impiego stabile e un contratto a tempo pieno, un numero crescente di lavoratori in Italia continua a vivere al di sotto della soglia di povertà. È questo il quadro allarmante che emerge dall’ultimo rapporto pubblicato da Eurostat, che rileva per il 2024 un incremento della percentuale di occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale, al netto dei trasferimenti sociali. Una soglia che, di fatto, indica la condizione di “povertà lavorativa”.

Nel dettaglio, come riporta Adnkronos, la quota complessiva dei lavoratori poveri è passata dal 9,9% al 10,2%, con un aumento anche tra i lavoratori a tempo pieno, che salgono dall’8,7% al 9%. Si tratta di un fenomeno che coinvolge non solo i contratti atipici o il lavoro part-time, ma anche chi, almeno sulla carta, dovrebbe avere una maggiore stabilità economica.

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Lavoratori autonomi e giovani tra i più colpiti

La situazione è ancora più critica tra i lavoratori indipendenti: ben il 17,2% guadagna meno del 60% del reddito mediano, mentre tra i lavoratori dipendenti la quota si attesta all’8,4%. Un divario che riflette le difficoltà di molte partite IVA e professionisti a mantenere un reddito stabile e sufficiente, spesso penalizzati da contratti frammentari, mancanza di tutele e pressione fiscale.

A preoccupare è anche la distribuzione anagrafica del fenomeno. I più colpiti sono i giovani tra i 16 e i 29 anni, tra i quali l’11,8% risulta a rischio povertà. Un dato che mette in discussione l’efficacia del mercato del lavoro italiano nel garantire un futuro dignitoso alle nuove generazioni. Tra i lavoratori più anziani (55-64 anni), la percentuale è comunque significativa: 9,3%.

Italia fanalino di coda in Europa

Il confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea non gioca a favore dell’Italia. In Germania, ad esempio, solo il 3,7% dei lavoratori a tempo pieno si trova in condizione di povertà, mentre in Finlandia la percentuale scende addirittura al 2,2%. L’Italia si posiziona quindi ben oltre la media europea, evidenziando un problema strutturale di redditività del lavoro.

Un altro fattore determinante è il livello di istruzione: tra coloro che hanno conseguito solo la scuola dell’obbligo, il 18,2% vive in condizioni di povertà lavorativa (in aumento rispetto al 17,7% del 2023). Per i laureati la percentuale scende al 4,5%, ma anche qui si registra un preoccupante incremento rispetto al 3,6% dell’anno precedente.

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Salario minimo, torna il dibattito politico

Di fronte a questi dati, si è riacceso il dibattito politico sul salario minimo. L’opposizione punta il dito contro il governo Meloni, accusato di ignorare l’emergenza salariale. Antonio Misiani, responsabile economia nella segreteria nazionale del Partito Democratico, ha dichiarato che “il sistema produttivo italiano genera lavoro soprattutto in settori a bassa produttività e con bassi salari”, sottolineando la necessità di riforme che mettano al centro il lavoro dignitoso e ben retribuito.

Più duro il commento di Angelo Bonelli (Avs – Europa Verde), che ha parlato di “favole sull’economia” raccontate dal governo e ha denunciato l’aumento della povertà anche tra gli occupati. “Soffrono soprattutto i giovani – ha detto – e l’Italia è ormai il Paese delle disuguaglianze sociali”.

Una sfida per il futuro del lavoro

Se da un lato il rapporto Eurostat evidenzia che complessivamente le persone in condizione di indigenza in Italia sono scese a 11 milioni e 92mila (29mila in meno rispetto al 2023), dall’altro mostra come il lavoro non rappresenti più, da solo, una garanzia contro la povertà.

Il tema del salario minimo, insieme al rilancio della contrattazione collettiva e a politiche attive per il lavoro giovanile, si candida così a diventare uno dei nodi centrali del dibattito politico nei prossimi mesi. Perché un Paese in cui anche lavorare a tempo pieno non basta per vivere dignitosamente, è un Paese che deve interrogarsi sulle fondamenta del proprio modello economico e sociale.

Mario Nascimbeni
Mario Nascimbeni
Giornalista professionista, collabora con testate nazionali. Ha base operativa a Roma, ma la sua professione lo porta in ogni parte del mondo.
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2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Ne conosco tanti di questi “nuovi poveri”, sia lavoratori dipendenti sia lavoratori autonomi. Non arrivano a fine mese e si lamentano che devono pagare i finanziamenti accesi per avere l’ultima mini, l’iphone o l’ultra, l’e-bike, la vacanza da mostrare su Instagram…

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