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Nella collana “Storia dei misteri d’Italia” (Rcs-Gazzetta dello Sport), mercoledì 22 maggio sarà in edicola “Hedia La nave scomparsa”, un libro di Giovanni Giovannetti. Nel libro anche la possibile correlazione con la morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni ucciso da una carica esplosiva nel cielo di Bascapè, mentre era in volo da Catania a Milano. In anteprima l’introduzione di Barbara Biscotti, curatrice della collana, al libro di Giovannetti.
«Come se il mare separandosi / svelasse un altro mare, / questo un altro, ed i tre / solo il presagio fossero / d’un infinito di mari / non visitati da riva / il mare stesso al mare fosse riva / questo è l’eternità.» Nei versi di Emily Dickinson, un mare che racchiude un altro mare, che ne racchiude un altro, e così all’infinito: una sospensione eterna, in cui è eterno anche il vagare, senza riferimenti di riva, e un qualsiasi ritorno impossibile. Questo è il destino cui sono stati consegnati i venti marinai della nave Hedia il 14 marzo 1962. Questa la sorte che da allora grava anche sui loro famigliari. Che non hanno mai avuto corpi da piangere.
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Come tanti altri i cui cari sono periti in tragedie di mare, si dirà. E invece no. Perché in questo caso la storia è più complicata. È una storia che vede quella nave al centro di una sorta di tempesta perfetta: di un mare forza 8, certamente, ma anche di intricate circostanze e di personaggi di grossa caratura.
Navi a perdere
Poco più che una carretta del mare, l’imbarcazione in questione era un’«anziana signora» la cui data di nascita risaliva addirittura al 1915. Data a nolo all’Eni per trasportare verso diversi luoghi del Mediterraneo concimi e diserbanti da Ravenna – dove gli stessi erano prodotti dall’Anic, capofila del gruppo in questione –, la nave già quando si chiamava Generous bazzicava diversi porti «caldi» del Mediterraneo: per esempio Tangeri, già noto porto franco poi finito sotto il controllo del Marocco, crocevia mediterraneo che aveva conservato sotto molti aspetti la propria autonomia e la fama di luogo di spie e tra ci in cui tutto poteva avvenire, ove approdò proprio nel corso del suo ultimo trasporto con quel nome, e in cui avrebbe peraltro fatto ritorno in seguito, nel viaggio finale come Hedia. Ma anche Béni Saf, nell’Algeria tormentata da quasi otto anni di un conflitto che aveva già mietuto un milione di morti, visto i membri dell’organizzazione paramilitare segreta francese Oas torturare migliaia di persone, provocato la deportazione verso la costa di un altro milione di indipendentisti in lotta per la conquista della libertà dal feroce dominio straniero. E poi i porti dell’Adriatico, come Marghera e Ravenna, ma anche Fiume – allora nella Jugoslavia titina, estranea al Patto di Varsavia ma prossima all’orbita geopolitica sovietica – dalla quale notoriamente partivano carichi di armi che dovevano giungere, attraverso il Marocco e la Tunisia, nelle mani degli insurrezionalisti del Fronte di liberazione nazionale algerino (Fln).
Ma le rotte della Generous passano tutto sommato inosservate. O forse no, visto che quando finisce a Porto Marghera per il complessivo e difficilmente spiegabile totale restyling che la trasforma nella Hedia pare l’armatore sia al corrente del fatto che l’intelligence francese ha messo gli occhi sulla nave, sospettandola di essere anch’essa usata per trasportare armi dirette agli indipendentisti algerini. Ed ecco che la storia della Hedia, dunque, viene improvvisamente proiettata in un gioco assai più grande, un gioco attraverso il quale Giovanni Giovannetti guida abilmente, nelle pagine che seguono, i lettori e che, come lui stesso scrive, è talmente incredibile da assomigliare molto più a un romanzo di Ian Fleming che alla realtà in cui tutti noi siamo convinti di vivere.
Lo scenario, infatti, cambia. E dalle onde del mare si sposta alle dune del deserto. L’Algeria è uno dei tavoli su cui si gioca negli anni Sessanta la partita internazionale delle risorse energetiche, che al tempo sono petrolio e gas naturale, di cui già negli anni Cinquanta la nazione nordafricana ha rivelato avere grandi disponibilità.
Il metano ci dà una mano
[…] Mattei gioca forte in quel periodo, per inseguire il sogno di un’Italia indipendente energeticamente e quindi più autonoma e con un ruolo di primo piano a livello internazionale. Ma i nemici che si trova a fronteggiare in questa partita sono potenti, numerosi; e alcuni stanno anche in «casa», nelle fila delle istituzioni nazionali e nei gangli dell’Eni stessa. Gli interessi in ballo sono altissimi e nessuno vuole perdere. La Francia si sta giocando le ultime battute della lotta per il controllo sulle risorse algerine e la sua flotta militare batte da tempo il Mediterraneo per bloccare ogni aiuto che possa essere inviato al Fronte di liberazione. Nell’ottobre del 1956 ferma il piroscafo Athos, partito da Alessandria d’Egitto con un equipaggio misto italiano e algerino, e settanta tonnellate di armi di ogni genere a bordo. Nel 1958 sequestra al largo dell’Algeria la jugoslava Slovenija, partita proprio da Fiume con 150 tonnellate di armi cecoslovacche ufficialmente vendute al Marocco. E si potrebbe continuare.
Ed ecco apparire all’orizzonte la Hedia. Una nave ambigua, utilizzata dall’Eni di Mattei, che, appena completata la propria ultima trasformazione, parte in fretta e furia da Ravenna, percorre il Mediterraneo verso ovest e poi, tornando indietro, da Casablanca segue esattamente la stessa rotta nordafricana delle armi che, per esempio, solo due mesi prima ha percorso il cargo cubano Bahía de Nipe per sbarcare in Marocco casse di armi destinate al campo dell’Fln di Oujda.
Una burrasca, ed è perduta. Nel senso letterale del termine. Perché di lei e del suo equipaggio non resterà alcuna traccia. Salvo il ritrovamento, qualche giorno dopo, da parte di pescatori lampedusani (a ben duecento miglia circa dal luogo del presunto naufragio) di un paio di salvagenti recanti il nome dell’imbarcazione. Chi muore giace, e il governo italiano si dà pace. Non così i parenti dei marinai imbarcati, che iniziano a rilevare una serie di anomalie nella vicenda e nelle notizie che su di essa riescono a raccogliere; ma soprattutto che di lì a poco si ritrovano sotto gli occhi una fotografia scattata da un reporter inglese nel giardino del consolato francese ad Algeri, nella quale riconoscono, tra quelli che vengono indicati come prigionieri europei liberati dal Fln, alcuni dei propri famigliari.
Fine del viaggio
Nel frattempo, Mattei muore nell’ottobre dello stesso anno in circostanze misteriose, mentre sta rientrando da Catania a bordo di un aereo privato. Con lui muore anche il visionario progetto di un’Italia, e forse anche di un mondo, diversi da quelli che conosciamo.
Nel frattempo, il primo ministro Amintore Fanfani fa presente ai famigliari dei dispersi, i quali chiedono più approfondite indagini, che «per venti persone non si può fare una guerra» a un alleato, alludendo chiaramente alla Francia, verso la cui responsabilità per l’affondamento della Hedia sembrano convergere tutti gli indizi. Nel frattempo, attraverso l’Europa occidentale una rete internazionale di forze paramilitari occulte, golpiste e di estrema destra continua a rafforzarsi, con tutta probabilità opportunamente sostenuta e favorita da cerchie di potenti che non hanno alcuna intenzione di perdere il controllo su di un mondo che ritengono appartenga loro.
>La Hedia e i suoi marinai, dalla vertiginosa altezza a cui ci porta Giovannetti in questo volume continuando ad allargare lo sguardo, non è che un puntino invisibile. Ma la voce dei suoi venti marinai che chiedono verità non cessa di giungere alle nostre orecchie.
* Barbara Biscotti insegna Storia del diritto romano e Istituzioni di diritto romano del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università di Milano-Bicocca.
Dida foto
La copertina del libro (sotto)
La Motonave Milly, che nel 1962 cambierà il suo nome in Hedia. (in alto)
Mesi dopo la scomparsa della nave, alcuni parenti dei marinai riconobbero i loro congiunti in questa foto scattata ad Algeri. Un abbaglio collettivo? (sotto)
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