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Nel suo ultimo giorno alla guida di questo governo, il premier Giuseppe Conte ha messo da parte l’aplomb del professore che si muove con circospezione, e con i suoi toni eleganti ha picchiato duro. Quasi come un pubblico ministero che sa di aver in mano l’arringa perfetta. Sul banco un solo imputato: Matteo Salvini.

Al Senato, Conte ha accusato l’ex alleato di governo, l’ex gamba destra dell’Esecutivo, di aver provocato la crisi solo per “interessi personali e di partito”. E siccome temeva che questa accusa potesse non apparire troppo dura, che il retropensiero dell’uditorio tutto politico dell’Aula potesse essere “e chi non lo avrebbe fatto nei panni di Salvini?”, allora Conte ha rincarato: “Ti ho sentito chiedere pieni poteri e invocare le piazze a tuo sostegno, questa tua concezione mi preoccupa”. E poi, “mostrare il rosario è simbolo di incoscienza religiosa”.

Infine: il ministro dell’interno ha “rivelato scarsa responsabilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”. Insomma, lui che è professore, gli ha dato dell’ignorante.

L’evoluzione di Conte e le prime prese di distanza dall’alleato ingombrante hanno cominciato a manifestarsi proprio in Parlamento, quando il premier è andato a parlare dei presunti fondi russi alla Lega. Lo ha fatto Conte e la sua sola presenza in Aula ha rimarcato il fatto che non lo stava facendo Salvini, l’uomo onnipresente sui social e nelle piazze. Il premier glielo ha rinfacciato anche nel suo ultimo discorso: “Dovevi venire tu”.

Eppure, Conte era arrivato a Roma in sordina. Lui, senza un partito e senza voti alle spalle, era entrato a Palazzo Chigi grazie all’indicazione dei Cinque Stelle, ma col benestare della Lega. Sapeva che doveva barcamenarsi fra alleati litigiosi, che doveva essere premier di due vice ingombranti, che avrebbe dovuto mediare, limare, smussare. Per questo ha tenuto un profilo istituzionale.

Ma non ha mancato di farsi sentire quando ha ritenuto che ce ne fosse bisogno. In fondo, la svolta decisiva l’ha fatta lui, quando ha detto “sì” alla Tav, aprendo di fatto la frattura ‘letale’ per il governo.

Qualche tempo prima, Conte aveva convocato una conferenza stampa per dire che lui non ci stava a vivacchiare, che Lega e Cinque Stelle dovevano smettere di litigare, di insultarsi. Che dovevano mettersi d’accordo: o trovavano una intesa seria e decidevano che il governo sarebbe andato avanti senza esitazioni, o lui ne avrebbe tratto le conseguenze. Era l’inizio di giugno. C’è voluto del tempo. C’è voluto un duro scontro in Senato sulla tav. C’è voluta una mozione di sfiducia della Lega. Poi Conte ha tratto le conseguenze.

Ora tocca alle forze politiche portare rapidamente e con chiarezza al Quirinale le proprie determinazioni sull’interruzione della legislatura. O, viceversa, sulla volontà di tentare la strada di un nuovo governo.

La strada è stretta e i tempi compressi. Difficile che questa volta il presidente possa concedere la carta degli incarichi esplorativi. Dopo le dimissioni del presidente del Consiglio domani partono le prime consultazioni.

Si svolgeranno in due giorni con i big chiamati a salire al Colle nella giornata di giovedì.

Nell’assoluto riserbo del Quirinale di queste ore si possono identificare alcune certezze: Sergio Mattarella accetta le dimissioni di Conte pregandolo di rimanere per gli affari correnti. Verificherà in fretta se tra le forze parlamentari è maggioritario il partito del ritorno al voto o del non voto.

Immediatamente dopo il capo dello Stato chiederà alle principali forze politiche se sono disponibili (portando nero su bianco una maggioranza parlamentare) a tentare un nuovo governo. Quindi sarà essenziale che i partiti (ovviamente si parla del Pd e dei Cinque stelle) esprimano il nome di un premier da incaricare per dare corpo all’accordo.

E’ impensabile che Mattarella possa concedere quasi tre mesi come nel 2018 per far lievitare una intesa.

Al di là della legge di Bilancio che grava sul timing, le condizioni di questa fase politica sono molto diverse da quelle della primavera 2018. Allora si trattava di costruire un governo sulla spinta delle elezioni. Oggi si affronta una crisi agostana di un esecutivo che aveva un’ampia maggioranza parlamentare e che è caduto per la determinazione di una delle due forze dell’alleanza. Chiarezza e rigore, quindi.

Mattarella da sempre ha fatto sapere che il presidente della Repubblica non costruisce maggioranze e tantomeno esegue operazioni di sartoria per cucire insieme forze politiche che si respingono. Da domani chiederà, incalzerà, e ascolterà quanti saliranno allo studio “alla vetrata”.

Se Pd e M5s gli confermeranno che vogliono tentare il matrimonio dovranno a stretto giro di posta indicargli un nome che abbia chance di dare vita all’accordo. Poi, certo, Mattarella non negherà tempo a chi mostra rigore e chiarezza. Ma sullo sfondo restano, visibili, le elezioni. Già a novembre o a inizio 2020.

Naturalmente se il candidato premier dovesse fallire l’operazione di un governo giallo-rosso il presidente formerebbe un governo di garanzia per guidare il Paese al voto. Non sarà il governo giallo-verde a gestire la delicatissima fase elettorale.

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