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lunedì 27 Settembre 2021

Quel manifesto di Franco Basaglia nelle immondizie del Boldù. Di Andreina Corso

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L'immagine di Franco Basaglia, che per tanti anni aveva occupato una parete, tra le cose da buttare di Palazzo Boldù, propone una riflessione sulla rivoluzione che ha portato alla chiusura della struttura dell'Isola del San Clemente e sulle persone che l'hanno accompagnata.

Quando una fotografia ci viene a trovare, quando un volto si mostra fra le immondizie, quando un sorriso di carta spicca tra i rifiuti, il ricordo si rinnova e pulsa di nostalgia mista all’indignazione e alla rabbia.
Quel volto è di Franco Basaglia, il posto è il cortile di Palazzo Boldù, il Centro di Salute Mentale, il sentimento è il rimpianto di una Venezia suggestiva con le sue luci e le sue ombre in rincorsa, di una città che lotta e ama.
Quella fucina di esperienze e di cura nei confronti delle persone, a due passi dalla storica Chiesa di Santa Maria dei Miracoli riappare come luce marmorea e si ripresenta in un tempo ferito e mutato.
Silvana Gasperoni, ora in pensione, che per tanti anni ha svolto il suo lavoro di Assistente Sociale al Boldù, si accorge di quel manifesto fra gli scarti, le cose ‘vecchie’ da eliminare e con il cuore a pezzi lo fotografa.
Lo riconosce, ricorda anche il giorno che era stato incorniciato e appeso a una parete di una stanza e lì è rimasto per anni a rinforzare ancor di più il legame, il senso di appartenenza che ha segnato quanti, medici, psicologi, cittadini, familiari e obiettori di coscienza e volontari, hanno creduto nell’alternativa alle istituzioni totali.

Il manifesto gettato tra i rifiuti “per i restauri in corso” degli spazi del Centro, informava di un convegno organizzato nel gennaio del ’91 dalla Società Toscana di Psichiatria Democratica dal titolo “Franco Basaglia – attualità del pensiero e tentativi di negazione”. E Silvana Gasperoni non ha potuto fare a meno di legare la parola negazione, al gesto dell’incuria, del gettar via una testimonianza che è stata anche uno stile di lavoro o di vita, una rivoluzione del pensiero che correva verso la restituzione della dignità a persone sconfitte dai luoghi e dai trattamenti manicomiali.
Il loro operare si è irraggiato in quelle direzioni capaci di sostenere e valorizzare la persona che viveva un disagio e che aveva bisogno di uno sguardo attento, non solo nelle cure mediche, ma soprattutto nella persona che non era e non è ‘soltanto’ il disagio che vive. Aveva bisogno di integrarsi con la città e la città, quella città pensante e generosa, con lei. Aveva bisogno di vivere la vita che vivevano ‘gli altri’ e gli altri di vivere ‘la sua’.
Quel manifesto fra gli scatoloni ha risvegliato la memoria e di voce in voce, di parola in parola, tutte le persone rintracciate che hanno operato a Palazzo Boldù, che hanno conosciuto coloro che lo frequentavano dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia, che hanno accompagnato le speranze e la necessità di ricostruire una parte di sé repressa e talvolta dimenticata, hanno deciso di non ignorare la ferita inferta dalla negligenza e dall’oblio.
E hanno lavorato intorno a una restituzione di tempo e di senso, che si è materializzato in una pubblicazione curata dalla stessa Silvana Gasperoni, e promossa da Salvatore Lihard per Movimento della Salute Pubblica Veneziana dal titolo: Palazzo Boldù: Senza memoria, non esiste futuro – memorie, testimonianze e immagini del Centro di Salute Mentale. Autori vari.
In copertina un quadro donato al Boldù dal pittore Vittorio Basaglia. Gli incontri telematici in preparazione della nascita del libro sono stati curati da Paolo Fumagalli.

“A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo, serve a camminare”, scrive Eduardo Galeano in un passo della sua poesia nella quarta di copertina. L’utopia è anche conservare un sentimento, una ragione per non dimenticare vent’anni di tensione politica ed emotiva condensata in una forma di riscatto che poteva e doveva darsi al massimo sforzo per la nascita di una società capace di capire, di vivere la coesione sociale, di allontanare le distanze e le discriminazioni. In quegli anni, le riforme davano fiato alla speranza e al bisogno di giustizia e ognuno poteva fare la propria parte, mettere nel paniere ogni esperienza.
Qui, scrive la storica Maria Teresa Sega “si è concretizzato l’insegnamento di Franco Basaglia, di vedere le persone come soggetti, con la loro storia e le loro relazioni, sogni infranti e bisogni, praticando il potere terapeutico del teatro, della musica, dell’arte, della scrittura, della voga in laguna, della vita sociale.
Una Repubblica dei matti, il cui simbolo, replicando quello che era stato il laboratorio aperto di Trieste (dove venne creato e dal quale uscì per il mondo Marco Cavallo con la pancia piena di sogni), è un leone di cartapesta, senza le ali ma con un colombo sul naso”.

Un leone, il leone veneziano ideato dallo scenografo Tony Pignatelli.
La pubblicazione, oltre a testimonianze di medici, infermieri, artisti, artigiani, sarti, insegnanti, bibliotecari e volontari, impegnati a praticare la conoscenza della complessità, ad aderire a quel linguaggio umano che contiene il cuore e la mente, che è consapevole che le cure mediche, farmaceutiche, da sole , sono insufficienti, quando non dannose per ricostruire la vita di un uomo.

Le prime volte che ‘i pazienti’ dell’ospedale psichiatrico si sono spostate dall’isola per frequentare un corso tutto da inventare, erano impauriti e stupiti. Si lavorava sull’analfabetismo di ritorno provocato dai silenzi dei cameroni, dal dolore dell’assenza, dall’isolamento. Nulla sapevano della vita del ‘fuori’: quanto costava un panino, un caffè? Avevano dimenticato la scrittura, i suoi segni, il profumo dei fiori e le feste dei cani.
La vita degli altri era tutta da scoprire, oppressa e velata da quella di dentro, che raccontava dolore e abbandono.
La vita negata si apprestava, come un bambino ai primi passi, a salire l’Everest con le scarpe da ginnastica. Seguire quei passi, quei desideri, è stato per lo psichiatra Domenico Casagrande, già direttore a Gorizia, e la psicologa Giusy Gabriele, che avevano lavorato a Trieste con Franco Basaglia, uno stimolante percorso umano e professionale a Venezia.
“Ho scolpita nella mente l’emozione dell’arrivo sull’isola di san Clemente: Il vaporetto partiva dalla Riva degli Schiavoni e faceva quell’unica fermata, era utilizzato solo dagli operatori e da qualche familiare, all’epoca i pazienti non uscivano praticamente mai. Subivano di fatto due forme di reclusione: le sbarre e l’isola. La prima decisione che prese il direttore Domenico Casagrande, fu quella di mandarmi al reparto ‘agitati’ collocato in fondo all’isola, la tesi era semplice e molto Basagliana, partire dagli ‘Ultimi’”.
E Giusy Gabriele racconta che quell’esperienza le insegnò che per attuare un cambiamento era necessaria la partecipazione dei pazienti, che venivano incoraggiati a uscire in giardino, a mangiare con le forchette, a restituire quel minimo di dignità violata dai tempi e dai modi delle abitudini manicomiali.
Domenico Casagrande era certo che si dovesse aprire il prima possibile Il Centro di Salute Mentale senza aspettare la chiusura di San Clemente e prendere in carico i pazienti che venivano dimessi.

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Nacque così a Palazzo Boldù “un luogo, una casa dove si può andare tutte le ore a pranzare, fare assemblee, laboratori, costruire relazioni con la città, un luogo di elaborazione del dolore e di crescita di legami” osserva ancora Giusy Gabriele.
La relazione con la città, corrente prioritaria nel lavoro di quegli anni, quando la rivolta era fra le dita e il cuore batteva forte su ogni esperienza e professione, che alla luce di un cambiamento possibile, di una rinnovata civiltà, metteva nel paniere, giorno dopo giorno gli effetti di una intelligente vitalità.
Guido Pullia, già psichiatra al Boldù, teme il ritorno della storia della psichiatria ostile alla 180.
“Nel Veneto, l’amnesia, o peggio il rigetto dell’insegnamento basagliano e di quanto si era fatto per rendere possibile l’effettivo superamento di San Servolo e San Clemente e la separazione della dimensione clinica da quella dell’incontro con il malato hanno portato a ovvie conseguenze:un nuovo internamento e/o la violenza istituzionale. A questo ritorno della cultura, che designavamo come manicomiale, dobbiamo “i manicomietti” e la preoccupazione quasi esclusiva di difendere i sanitari dal rischio di essere accusati dalla magistratura per alcuni reati (sequestro di persona e violenza privata) quando legano le persone al loro letto o le chiudono in stanzette di contenzione”.
Quel manifesto, quel volto che ha illuminato la cura della psichiatria, spuntato tra i rifiuti nel cortile veneziano di Palazzo Boldù ha risvegliato quelle coscienze che in realtà non si erano mai assopite, sembravano vinte, ma ancora la resa era lontana.
Impossibile non risvegliare un mondo condiviso con quella Venezia in quegli anni attenta e accogliente, con l’esigenza di curare una memoria collettiva che mai si è rassegnata alla controriforma che silente e pavida controlla i suoi passi.

Andreina Corso

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2 persone hanno commentato. La discussione è aperta...

  1. Articolo degnissimo che ho condiviso. Certo che immaginare questa immagine di Basaglia tra i rifiuti del Boldù non fa pensare a un “andare oltre” ma a un restauro della concezione del disagio mentale che si vuole far tornare indietro, a causa di un desiderio di spietatezza e semplificazione che corre dannosamente in questi ultimi anni

  2. Bravissima come sempre Andreina, ho vissuto quegli anni da tirocinante ass. Sociale e per me ancora oggi sono molto importanti, le persone citate hanno tutta la mia ammirazione, in parte. Silvana Gasperoni

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