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martedì 20 Aprile 2021
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Fogli di carta, la canzone denuncia contro le molestie sui minori di Vera Munzi

fogli di carta canzone molestie minori Sara Lazzaro e Ottavia Piccolo up 600

Una canzone per dare voce a ciò che mai si vorrebbe sentire. Le storie di abusi sui minori, quelle riportate da cronache di mostri in famiglia e vite rovinate. Quelle che si leggono sui quotidiani e raccolgono sconcerto e disprezzo dell’opinione pubblica, nell’arco di un giorno. Perché le pagine di queste storie spaventose sono “fogli di carta”, quelle dei giornali che alla sera finiscono nella pattumiera.

“Ne leggeremo di nuove il giorno dopo e dopo ancora, senza fine… Un minore su tre, bambino o bambina, non parla con nessuno dell’abuso sessuale subito. Alcuni lo dichiarano in età adulta”.

Vera Munzi è una delle giovani autrici della canzone-denuncia dal titolo “Fogli di carta” che si accompagna a un video con protagoniste silenziose, comprese le attrici Sara Lazzaro e Ottavia Piccolo (nella foto).

La canzone racconta la storia di una donna che esprime le sue sensazioni dopo aver rielaborato l’abuso sessuale subito nell’infanzia, dopo che è stata sottoposta a un processo, dopo che la notizia è stata riportata nei giornali. Una storia vera.

“Ho iniziato a scrivere questa canzone nel 2016 – spiega Vera Munzi – in collaborazione con due giovani musiciste e cantanti. Il progetto prende il via per desiderio di una ragazza che ha subito abusi sessuali da quando era bambina fino alla sua adolescenza. A sedici anni ha trovato la forza di parlarne, (dopo che un anno prima una coetanea le aveva raccontato gli abusi subiti da parte di uno zio). È stata catapultata in un processo penale che purtroppo non ha avuto l’esito sperato. L’aggressore, benché condannato, ha avuto una riduzione a un terzo della pena che non ha comportato la reclusione ma unicamente pene accessorie della durata di due anni. L’esito del processo non ha previsto nessun tipo di percorso di cura”.

“Dopo il processo penale, si è svolto il processo civile che ha avuto come esito un “risarcimento” pari a meno di un terzo di quanto la perizia psicologica aveva stabilito. La ragazza, dopo cinque anni di vicissitudini legali, allora ventunenne e in terapia psicanalitica, non se l’è sentita di sottoporsi all’ennesima perizia psicologica per ottenere quanto previsto e ha chiesto almeno le spese legali. Così è stato. Lungi dall’essere un risarcimento per la devastazione subita, il denaro è stato usato per pagare l’avvocato e l’analisi necessaria per uscire da quel vortice e confusione mentale. Terminata finalmente la terapia, si è chiesta cosa poter fare perché eventi simili non si ripetano. Anziché devolvere ciò che restava ad un centro antiviolenza, ha chiesto di aiutarla a scrivere una canzone: per raggiungere un vasto ascolto e creare una sensibilizzazione sul problema degli abusi. Ne è uscita Fogli di carta”.

Presto sarà pubblicato anche un sito, che raccoglierà le storie e le denunce silenziose di chi ha subito degli abusi. La canzone è stata realizzata da Nina Baietta, Carolina Cury e Vera Munzi in una stanza del conservatorio Benedetto Marcello di Venezia.

“L’abbiamo scritta – prosegue Munzi – sia per esprimere tutta la sofferenza subita, sia per avere una forma di giustizia. Le storie di bambini e bambine che vengono riportate dai giornali sono effimere, il giorno stesso vengono stracciate, e ne leggeremo di nuove il giorno dopo, senza fine. Da qui nasce l’immagine del foglio di carta stracciato. Lo sguardo si ferma su quel gesto e dà voce al senso di ingiustizia e indifferenza che ne derivano. Qualcuno deve ascoltare e capire, altrimenti nulla cambia: vi saranno altri abusi, violenze e altri articoli nei giornali… La ragazza ha dovuto sottoporsi a una lunga terapia di analisi, invece l’aggressore non è guarito ed è ancora libero di fare ciò che vuole. Non è giusto. È un problema culturale: occorre rieducare, far nascere e coltivare il rispetto verso chi è più debole e indifeso. Bisogna cambiare la legge per dare vita a questi fogli di carta stracciati”.

“Il testo ha avuto una gestazione complessa di oltre un anno alla ricerca di un faticoso equilibrio tra parole, musica ed esperienza della ragazza. È una giovane donna che parla, o una bambina già grande, che ha rielaborato la sofferenza vissuta. L’obiettivo del video è generare un cambiamento culturale che porti al rispetto e a una maggior tutela dei minori bambine e bambini, soprattutto nei confronti delle donne, tenendo a mente che c’è ancora moltissimo lavoro da fare nei riguardi di chi causa il danno. La ragazza ha chiesto di mantenere l’anonimato, ed è comprensibile. Alla realizzazione di questo progetto ha partecipato un numero crescente di persone e nel tempo si sono creati momenti di particolare intensità e di apertura che hanno dato vita a rivelazioni personali di abusi subiti”.

Giovane è anche il regista, Elia Romanelli: “Due donne di diversa età, in un giorno qualunque, di fronte allo specchio, realizzano che c’è qualche cosa di irrisolto nella propria vita. Cominciano così, l’una nella sua cucina e l’altra nella sua stanza, a tentare di scrivere una lettera, una confessione a se stesse: l’elaborazione di un abuso subito in giovanissima età. La scrittura si alterna tra gli spazi del reale e della psiche, nel contesto di un teatro nel quale le due donne sono insieme, seppur non comunichino e non si considerino. Sul palcoscenico sei ballerini, figure evocative dello spazio dell’inconscio, partecipano a una coreografia in cui sono presenti fogli di giornale con articoli sul tema dell’abuso su minori. La danza si intreccia con la scrittura e lo strappo delle lettere da parte delle due donne. Due bambine (le donne da piccole), giocano, e vengono minacciate da un’ombra che si staglia su di loro richiamando la memoria intima dell’abuso subito. Il video si sviluppa tra scritture, strappi, fallimenti e nuovi tentativi, fino alla ritrovata forza di mettere insieme le parole, i pezzi di carta strappati e permettere un avvicinamento nell’inconscio del teatro così come nel reale, quando le due donne si incontrano, si capiscono, si raccontano e, in un qualche modo, insieme, si liberano. Ḕ possibile liberarsi?”

La realizzazione del video ha visto la partecipazione gratuita di professionisti: attori, ballerini e tecnici. L’attrezzatura di ripresa è stata messa a disposizione da Panalight S.p.a. Parte delle riprese sono state svolte al Teatro Goldoni di Venezia, concesso dall’Ente Teatro Stabile del Veneto.

Un progetto collettivo che ha visto anche la partecipazione di due attrici conosciute. Ottavia Piccolo: “Mi è sembrato ci fosse un bel clima durante la lavorazione, penso si sentirà nel risultato.”
E Sara Lazzaro: “Tutta la troupe era bella e di questo non sono stupita. Intuisco che chi si offre di partecipare ad un progetto come questo ha un grado di sensibilità alto, è disponibile e spesso appartiene a persone con una grande umanità. C’era un profumo nell’aria, una elettricità comune che un po’ avvolgeva tutti e ricaricava. Questo l’ho sentito.”

Data prima pubblicazione della notizia:

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