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La diagnosi di ADHD (Attention Deficit and Hyperactivity Disorders) è molto di moda da diversi anni al punto che siamo arrivati oggi a diagnosticarla nella folle percentuale del 7% dei nostri bambini. Si dice poi che fino al 50% di tali bambini, rimarrà ADHD a vita.
L’ADHD, come dice l’acronimo, è una condizione caratterizzata dall’incapacità di concentrarsi (soprattutto su argomenti che interessano poco) e da iperattività psicomotoria non finalizzata; che si tratti di un bambino o di un adulto, il soggetto, qualora costretto a svolgere attività sedentarie e intellettive, sarà perennemente agitato, ansioso, soffrente; renderà poco nello studio e nel lavoro, sarà frustrato e ovviamente andrà in cerca di droghe per alleviare la propria sofferenza.
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Perché parlo anch’io di questa “patologia” così famosa e tanto inflazionata da aver riempito mezzo web? Forse perché voglio esortare piccoli e grandi a farselo diagnosticare in tempo per curarlo tempestivamente, prima che sia troppo tardi? Tutt’altro!
Come saprete, in America (all’inizio, ma poi la moda è arrivata anche nella fedelissima Europa) l’ADHD è diventata la patologia neuropsichiatrica infantile più di moda e più frequentemente diagnosticata; quale è stata la conseguenza? Nel riduttivo positivismo psichiatrico statunitense, se l’ADHD è un malattia del cervello allora è automaticamente necessario (ed economicamente conveniente) curarla con gli psicofarmaci: in sostanza, un numero impressionante di bambini e adulti americani (e non solo), assume amfetamine per tentare di mantenere il proprio cervello concentrato sullo studio o sullo schermo di un computer con le gambe ferme sotto il tavolo.
Forse qualcuno si stupirà sentendomi dire che la cura per una malattia caratterizzata da agitazione sono le amfetamine, ma è così: sembra infatti che in molti “malati” di ADHD vi sia un difetto biochimico o strutturale del cervello che porta ad un calo di tono di certi circuiti noradrenergici e dopaminergici soprattutto a livello della rete prefrontale il che si traduce nell’incapacità di concentrarsi, di restare fermi ma anche di pianificare bene la propria vita aspettando le ricompense con pazienza. Le amfetamine sarebbero in grado di riaccendere tali circuiti e di ridare al soggetto la capacità attentiva e la pazienza.
E queste sono cose vere.
Le mie obiezioni però sono queste:
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Se c’è una difficoltà di apprendimento, perché accanirsi nello studio quando è noto che i soggetti ADHD hanno abilità straordinarie nelle attività manuali artigianali o artistiche? Da pessimi e sofferenti studenti, qualora si apra loro la gabbia, essi possono trasformarsi in insuperabili artisti, artigiani, agricoltori, campioni dello sport.
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Ricordiamocelo sempre: non siamo costruiti per fare la vita che oggi quasi tutti facciamo, prima come studenti e poi come lavoratori, cioè sedentaria e intellettuale: siamo costruiti per la conoscenza si, ma per una conoscenza pratica e non per uno studio assiduo finalizzato ad un illimitato ampliamento del bagaglio culturale. Se allora ci sono persone più portate per il lavoro manuale che per il lavoro intellettuale, perché considerarle come “malati da curare”?
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Perché tutti i manuali di psichiatria, gli articoli scientifici e i congressi si soffermano solo sui difetti dei soggetti ADHD e non su ciò che essi sanno fare meglio degli altri qualora non vengano rovinati a forza di costrizioni allo studio e psicofarmaci?
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la follia delle “cure” psicofarmacologiche per i cosiddetti ADHD: le amfetamine, che spesso sono usate per “curare” l’insofferenza allo studio chiamata ADHD, sono estremamente pericolose per gli effetti collaterali che danno ma anche perché, come capita con tutti gli altri psicofarmaci e droghe, esse non funzionano a lungo: ci sono molti soggetti che, dopo un breve o brevissimo effetto positivo, si ritrovano assuefatti e quindi alle prese di nuovo con un ADHD che prepotentemente ritorna nonostante l’utilizzo delle amfetamine continui; se le togli a questo punto, stai peggio di quando hai cominciato perchè un cervello drogato di amfetamine si modifica in peggio cioè aggrava tutte le anomalie biochimico-strutturali che già aveva.
Per concludere, la mia personale esortazione di medico psicoterapeuta è questa:
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ragazzi, se non siete portati per studiare non soffrite sui libri fino ad ammalarvi di depressione, di disperazione e di droga ma ditelo con fermezza ai vostri genitori; non abbiate paura di sospendere gli studi appena dopo la scuola dell’obbligo perché ci sono bellissimi lavori manuali e artistici da fare o da inventare nei quali probabilmente avrete la possibilità di eccellere.
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genitori, se vostro figlio per qualsiasi motivo manifesta in modo permanente insofferenza e difficoltà nello studio non costringetelo a studiare a suon di neuropsichiatri e psicofarmaci: anche se si laureerà sarà un adulto terribilmente infelice. Volete questo? Pensateci: forse ascoltarlo, capirlo e aiutarlo a tirate fuori i propri talenti in ambito artistico, artigianale, sportivo o imprenditoriale è un modo molto più intelligente e autentico di amarlo e di farvi amare per sempre.
(Alcuni concetti che ho espresso nel mio articolo sono stati ispirati dal libro: ADHD is Not an Illness and Ritalin is Not a Cure: A Comprehensive Rebuttal of the (alleged) Scientific Consensus di Y. Ophir (2022) e dall’articolo: Tolerance to Stimulant Medication for Attention Deficit Hyperactivity Disorder: Literature Review and Case Report di Kenneth Handelman e Fernando Sumiya (2022).
Angelo Mercuri
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La stima del 7% nei bambini è compatibile con dati epidemiologici internazionali. Non è un “moda”. I criteri diagnostici sono standardizzati, con valutazioni multidisciplinari. L’idea che l’ADHD sia una diagnosi inflazionata non è supportata da revisioni sistematiche. Se non è d’accordo con questo, conduca le sue ricerche, le pubblichi e le sottoponga alla revisione dei suoi pari, invece che a quella degli utenti del web.
L’ADHD è un disturbo neuroevolutivo con deficit documentati nelle funzioni esecutive, nelle reti di controllo attentivo e nell’inibizione della risposta. La variabilità situazionale non esclude la presenza del disturbo. Voglio credere che l’affermazione ridocolmente semplicistica “incapacità di concentrarsi su ciò che interessa poco” non sia indice della sua comprensione del tema.
Per quanto riguarda i farmaci, (non esistono solo le anfetamine peraltro, ma suppongo che il termine “anfetamine” ovviamente raggiunga meglio l’obiettivo scandalistico di altri) non sono assegnati “perché conviene economicamente” (anche perché ci sono farmaci molto più convenienti da “spacciare”) ma perché rappresentano fra gli interventi più studiati in neuropsichiatria infantile. I benefici a breve e lungo termine sono documentati da numerosi trial controllati. Gli effetti collaterali esistono e vanno monitorati, ma l’affermazione “modificano il cervello in peggio” è semplicistica e infondata. L’assuefazione non è la norma se il trattamento è supervisionato.
Ancora, l’ADHD non è un problema scolastico. Comprende impulsività, disregolazione emotiva, difficoltà organizzative, problemi nel funzionamento quotidiano. Limitare il disturbo al rendimento scolastico falsifica il quadro clinico è dimostra ignoranza o malafede. Oltre al fatto che avere l’ADHD non significa essere invece predisposti a lavori manuali o artistici o alla carriera sportiva. Sarebbe come dire che chi ha la depressione è predisposto a svolgere lavori solitari e tranquilli.
Incoraggiare l’interruzione precoce degli studi come soluzione universale è arbitrario, irresponsabile e criminale. Le scelte educative devono basarsi sul profilo individuale, non su un’ideologia anti-studio. La narrativa “studio = infelicità, lavoro manuale = salvezza” è priva di base empirica, e peraltro, comoda a governi poco democratici verso i quali, mi sembra di notare, lei prova simpatia.
Inoltre, glissa completamente il ruolo degli interventi non farmacologici (anche qui, suppongo perché poco utili a generare facile scandalo e indignazione). La letteratura include training sulle funzioni esecutive, parent training, supporti scolastici, terapia comportamentale. L’articolo li ignora per costruire una contrapposizione artificiale fra “bimbi liberi” e “bimbi sedati”. Che poi, se l’ADHD fosse davvero un costrutto usato per il controllo delle masse, vorrei proprio vedere quanto verrebbero “sedati e messi buoni” dei bambini neurotipici imbottiti di stimolanti.
Inoltre, fraintende il razionale terapeutico. I farmaci non “curano la mancanza di voglia di studiare”, ma riducono i sintomi nucleari che interferiscono con ogni attività che richiede pianificazione, continuità, regolazione emotiva, anche i tanto decantati lavori manuali, artistici e sportivi. Presentare lo stimolante come “droga per stare fermi sotto il tavolo” è retorica, non analisi. In sostanza, un articolo fazioso, colmo di errori, e profondamente offensivo verso milioni di persone che lottano quotidianamente contro un disturbo invalidante e che non hanno certo bisogno di “medici” che non hanno meglio da fare che spargere disinformazione negando l’esistenza dei loro problemi.
Le difficoltà palesate da un bambino spesso trovano radici nei comportamenti dei genitori. Genitori che dovrebbero per primi intraprendere un percorso terapeutico che eviti di far pagare ai figli il costo di una relazione complicata. Cari genitori, curatevi e non abbiate la pretesa che la scuola possa sostituirvi nei vostri doveri verso la prole.
Credo che l’ADHD come specifica malattia non esista. Credo esista un continuum di disturbi dell’apprendimento, comportamentali e delle relazioni interpersonali da lievissimi a molto gravi; tutti questi disturbi probabilmente non hanno nemmeno un substrato fisiopatologico o neuroanatomico comune. Tutte queste persone, diversissime tra loro ma accomunate da difficoltà scolastiche, lavorative o relazionali vengono assai forzatamente raggruppate sotto l’unica diagnosi di ADHD; per questo si arriva all’assurda percentuale del 7% di studenti “malati” di ADHD sotto i 18 anni.
Io ritengo che sia come per la depressione: esiste si la predisposizione ad ammalarsi di depressione ed esistono forme patologiche di depressione dovute a patologie del cervello che si manifesterebbero in qualsiasi ambiente e stile di vita; ma la maggior parte delle depressioni di oggi non sono dovute a malattia bensì ad un lavoro stressante e non gradito, ad uno stile di vita e ad un ambiente artificiali e non fisiologici per l’essere umano. Allo stesso modo, le persone con una vera malattia dell’apprendimento, del comportamento e delle relazioni sociali sono probabilmente molto poche; tutte le altre, che compongono quel 7%, sono semplicemente persone poco adatte a sopportare l’artificialità della vita moderna. E io molto spesso mi domando chi sia più normale tra un manager di successo con l’ulcera, l’ansia cronica e la depressione sottosoglia che è stato uno studente di successo e ha passato mezza vita seduto su una sedia prima come studente e ora a cincischiare dati della sua azienda, e un bravo e stimato artigiano che ha studiato solo fino a 13 anni e ha trovato la sua felicità tra gli attrezzi di un laboratorio orafo o di falegnameria.
Se quell’artigiano l’avessi costretto a stare sui banchi di scuola fino a 30 anni l’avresti distrutto a suon di psicofarmaci per ottenere al massimo uno scadente e disperato impiegato. Il manager è stato ed è bravissimo a concentrarsi su tematiche noiose, a reprimere gli impulsi, a sopportare relazioni sociali false ed estenuanti mentre il futuro, bravo artigiano, era uno studente irrequieto e distratto: ma io considero assai più normale l’artigiano che, tra l’altro, con le sue mani rende il mondo più bello e più felice per tutti.
Il fatto che creda che una persona con ADHD possa, al posto di studiare, essere in grado di tollerare di passare 8 ore al giorno a torniare mobili oppure chino a fabbricare minuscoli gioielli, dimostra che non ha capito assolutamente nulla di questo disturbo, la invito quindi a riflettere su quanto è offensivo negare i problemi che milioni di persone devono affrontare quotidianamente, che siano su un banco di scuola, che dietro il bancone di un salumiere dietro il quale le vorrebbe tutte.
è anche vero che fino a prima di vent’anni fa davamo la patente di “poco normale” ai ragazzini perché non riuscivamo a cogliere le peculiarità. I numeri ci sono sempre stati, io credo, mediamente alti, solo che solo ora siamo in grado di distinguerli. Giusto non farne un paradigma in nessuno dei due estremi del continuum
Io preferisco bambini e adulti naturali, con le loro caratteristiche particolari che vanno capite e valorizzate piuttosto di individui costretti ad essere ciò che non sono a suon di neuropsichiatri, psicologi e psicofarmaci. Certamente esistono bambini che hanno gravi problemi di apprendimento e di rapporto con gli altri, essi sono sempre esistiti e quelli sicuramente necessitano di assistenza perchè si discostano troppo dalla media e non sarebbero capaci di fare nulla. Ciò che trovo odiosa è la “moda” dell’ADHD: è credibile che, come dicono le statistiche, dal 5 a 7% dei bambini sia malato di ADHD? Ma se una condizione è così diffusa, può ancora essere chiamata malattia, disturbo, difetto? A me puzza un pò di business, mi dispiace per il vastissimo indotto che di ADHD ci vive.
Ciò che trovo odiosa è la “moda” della miopia: è credibile che, come dicono le statistiche, circa il 36% delle persone sia malata di miopia? Ma se una condizione è così diffusa, può ancora essere chiamata malattia, disturbo, difetto? A me puzza un pò di business, mi dispiace per il vastissimo indotto che di oculistica ci vive.
Il fatto che l’uso cronico di lenti correttive peggiori progressivamente il difetto refrattivo che “curano” è un fenomeno ben noto, e che porta alla remunerativa necessità di rinnovare la prescrizione delle lenti periodicamente. Un business che si nutre da solo.
Invito a combattere anche lei contro questo business indotto dalla moda: getti via i suoi occhiali e abbracci la bucolica naturalezza di un mondo perennemente sfocato.
Penso che sia un articolo superficiale e poco attendibile, conosco tanti ragazzini ADHD a cui piace studiare, solo che sono selettivi nelle cose che fanno. L’uso del farmaco non riguarda solo lo spingere a studiare, ma li aiuta a socializzare meglio. Il problema principale di chi è ADHD è l’essere escluso dal gruppo, faticare a fare amicizie perchè reagiscono d’istinto senza riuscire a limitare il comportamento. I bambini ADHD spesso sono molto logici e veloci nell’analisi, hanno una capacità intellettiva maggiore proprio perchè il cervello lavora più velocemente, solo che si pedono perchè non riescono ad incanalare queste capacità cognitive. Fortunatamente esistono Psicologi, neuropsichiatri infantili e psicomotricisti che riescono ad aiutare questi bambini a cogliere il meglio. Mi sembra un articolo uscito negli anni ’80 e ripreso 40 anni dopo.
Giusto dubitare che ADHD sia una malattia.
Ormai la medicina è un business e i medici preferisco non definirli ma darne solo uno spunto !
https://www.youtube.com/watch?v=KduAbtGFRYQ